UN POST CARINO SU MARSA ALAM

Non avendo mai visto personalmente Marsa Alam, mi devo basare sulle considerazioni di chi ci è stato! E che posta sui vari blog impressioni e considerazioni! Tra la marea di vaccate che leggo, ogni tanto leggo qualcosa di intelligente e ben fatto e condivido con voi!

Con la testa ancora tra le nuvole, sono da poco rientrato dall’Egitto dove ho trascorso una settimana sulla costa del Mar Rosso. Sono stato a Marsa Alam, quindi niente Sfinge e Piramidi, niente Valle dei Re, niente Il Cairo, né Luxor. Non avevo il tempo per tutto questo, sarà una buona ragione per rimettere piede in Egitto in futuro.
Marsa Alam (tradotto significa porto della montagna e/o porto della bandiera), in origine, era un piccolo villaggio di pescatori divenuto poi un’importante meta turistica grazie alla presenza della barriera corallina. Al momento, tuttavia, scordatevi un turismo in stile Sharm el-Sheikh (non ci sono mai stato in verità, parlo per sentito dire). A Marsa Alam ci sono il mare e il deserto. In alternativa il deserto e il mare. È tutto in costruzione, divertimenti notturni pari a zero. Bisogna spostarsi verso l’aeroporto per quelli, a Port Ghalib. Non a caso le guide del posto esaltano la bellezza di questo tratto di mare rispetto a Sharm poiché il territorio risulta ancora selvaggio e incontaminato ma, con ogni probabilità, nel giro di cinque-dieci anni anche Marsa Alam avrà il suo bel via vai di notte.
Di Port Ghalib, dicevamo. Questa è una cittadina nuovissima, è stata fondata recentemente ed è tuttora in via di sviluppo. Si tratta di un progetto, insieme a quello dell’aeroporto internazionale, voluto da un Emiro (forse del Kuwait o almeno così vogliono le cronache locali) che sta investendo parecchio sul Mar Rosso. Rappresenta l’orgoglio degli abitanti della zona perché offre notorietà al luogo e soprattutto lavoro. L’anno scorso Beyoncé ha tenuto un concerto a Port Ghalib.
Più a nord si trova El Quesir, porto fondato circa cinquemila anni fa dagli egiziani, ma preso d’assalto agli inizi del ‘900 dagli italiani che vi trovarono il fosfato. A El Quesir, ma probabilmente in gran parte dell’Egitto, non si comprano le case bensì pezzi di terra su cui poi edificare le abitazioni. Se i soldi a disposizione non sono sufficienti ci si ferma al primo piano. Si fa quel che si può, insomma. Volendo gli appartamenti si possono affittare, non arredati costano 70 euro al mese. Da quando è cresciuto il turismo, specie quello italiano, qualcuno ha pensato bene di abbattere i muri delle proprie abitazioni e riadattare lo spazio ricavato a mo’ di negozi e botteghe in cui è possibile acquistare un po’ di tutto. Contrattando, ovvio. Chi opera nel commercio è assai probabile che non se la passi così male da quelle parti, anche se l’apparenza può spesso ingannare. L’italiano (escluso l’inglese) è la seconda lingua per quanti gestiscono i negozi. Pure i bambini per strada conoscono qualche parola. Poche, ma efficaci: “Ciao amico, dammi un euro”.
Nel tardo pomeriggio, udire la preghiera proveniente dagli altoparlanti posti sul minareto della moschea fa un certo effetto. In Egitto ho appreso che gli egiziani non amano essere definiti arabi come spesso per ignoranza gli occidentali tendono a nominare tutti coloro di religione islamica. Anzi, precisano sempre: i beduini, seminomadi in costante ricerca dell’acqua, sono arabi e non egiziani. Da non confondere, perciò. Ma pur rivendicando ognuno le proprie origini, egiziani ed arabi non si sono fatti troppi scrupoli a collaborare una volta compreso che dal turismo avrebbero potuto guadagnare entrambi.
Il mare, grazie alla barriera corallina, è ricco di pesci di tutti i tipi e colori. Sono presenti tartarughe e delfini, mentre il famoso dugongo, animale in via di estinzione, è piuttosto improbabile che si riesca ad ammirare.
Siamo rientrati in Italia con non pochi dubbi sulle reali condizioni climatiche della zona. Per intenderci: secondo una guida nel deserto orientale (a est del Nilo) piove ogni 14-15 anni, ma quando c’è la pioggia viene giù che Dio la manda, cinque giorni ininterrottamente. L’ultima risalirebbe a febbraio di quest’anno. A detta di una seconda guida sono già tredici anni che non piove. Allora, per completezza di informazione, abbiamo chiesto a un negoziante il quale ci ha spiegato che nel deserto piove ogni anno, in inverno, due o tre ore al mese. Troppo poco per il fabbisogno del territorio. L’ultima grande pioggia risalirebbe a circa due anni fa, se non ricordo male. Chissà come stanno davvero le cose. In compenso ho scoperto che sahara significa deserto, perciò dire deserto del Sahara è un errore perché è come dire “deserto del deserto”, che non ha senso.
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