LE TELENOVELAS EGIZIANE

Ramadan: preparando la cena dell'Iftar (AP Photo/Vahid Salemi)C’è stato un grande blackout in Egitto. Che è arrivato nel momento peggiore: mercoledì sera, quando tutti i buoni musulmani si preparavano a rompere il digiuno diurno del Ramadan con il consueto cenone, o Iftar.

Che cosa c’è di tanto terribile in tutto questo? Beh, tanto per incominciare l’Iftar è una cosa seria: parenti e amici si riuniscono per cenare insieme (ho amici musulmani che sostengono che durante il Ramadan si tenda a ingrassare nonostante il digiuno prima del tramonto), e non è molto comodo dovere fare una cena numerosa a lume di candela…

Ma c’è dell’altro: durante il mese sacro dell’Islam, proprio perché le persone si riuniscono in casa per rompere il digiuno, vanno in onda le famosissime (non sto scherzando) telenovelas del Ramadan. Si tratta di sceneggiati melensi e avvincenti, molto spesso girati in Egitto, e che riscuotono molto successo in tutto il mondo arabo, tanto che sono state persino oggetto di studio da parte di antropologi.

Le soap operas fanno parte ormai della tradizione del Ramadan in tutti i Paesi arabi, come scrive anche il giornale libanese The Daily Star. Ma se non c’è elettricità non ci sono neppure le telenovelas. Risultato? Gli egiziani si sono arrabbiati non poco. E  li capisco.

A FORLI’ UNA MOSTRA SULL’EGITTO: DAL 11 SETTEMBRE

Le dimore eterne di Assiut e Gebelein

Egitto mai visto, mostra allestita nel complesso dei Musei San Domenico, presenta circa 400 reperti, tutti provenienti dai depositi del Museo Egizio di Torino e da poco esposti al pubblico. Il percorso espositivo ruota intorno ad uno straordinario nucleo di sarcofagi a cassa in legno stuccato e dipinto con iscrizioni che tramandano formule d’offerta e rituali funerari magico-religiosi.

I sarcofagi, alcuni dei quali contengono ancora la mummia, sono arricchiti da tutti gli elementi del corredo funerario che accompagnavano il defunto e attraverso i quali oggi possiamo ricostruire le loro storie e quelle delle loro famiglie: vasi, poggiatesta, specchi, sandali, bastoni, archi e frecce, cassette in legno, modellini di animali, barche con equipaggi, modelli di attività agricole e artigianali.

Dopo un accurato lavoro di studio e di restauro, è finalmente possibile per tutti rivivere l’esperienza e le emozioni delle straordinarie scoperte fatte, tra il 1908 e il 1920, dal grande egittologo Ernesto Schiaparelli in una grande mostra già allestita nel Castello del Buonconsiglio a Trento e nella Villa Genoese Zerbi di Reggio Calabria e che ora arriva a Forlì.

Ernesto SchiapparelliNei primi anni del ‘900 Ernesto Schiaparelli (1856 – 1928) era il direttore del Museo Egizio di Torino e della Missione Archeologica Italiana, impegnata nelle campagne di scavo nella valle del Nilo. L’esplorazione scientifica era ormai subentrata alla ricerca dei collezionisti e stava portando alla luce nuovi contesti come quelli delle comunità neolitiche che avevano preceduto l’età delle piramidi. Erano impegnate in Egitto le maggiori potenze europee e gli Stati Uniti, ma uno straordinario apporto alle nuove scoperte scientifiche è dovuto proprio alla missione italiana, nonostante la scarsa dotazione di mezzi di cui disponeva nel contesto politico e sociale postunitario.

Nelle necropoli di Assiut e Gebelein la Missione aveva portato alla luce straordinarie sepolture, ricche di testimonianze della vita sociale e del contesto culturale di una provincia del Medio Egitto fra il 2100-1900 a.C.

Oggi a distanza di quasi 100 anni, dopo un accurato lavoro di studio e di restauro, è finalmente possibile per tutti rivivere l’esperienza e le emozioni di quelle straordinarie scoperte, effettuate fra il 1908 e il 1920 dalla Missione Archeologica Italiana.
Nella mostra sono finalmente esposti al pubblico quei materiali archeologici rimasti per molti anni nei depositi del Museo Egizio. Anche con l’ausilio di fotografie originali, possiamo tornare virtualmente nei due capoluoghi di provincia nell’Antico Egitto dove il deserto ha custodito per 4.000 anni i segreti della vita quotidiana e della vita nell’aldilà.

Mummia scoperta da Schiapparelli.L’esposizione ruota intorno ad uno straordinario nucleo di dodici sarcofagi a cassa in legno stuccato e dipinto con iscrizioni che tramandano formule d’offerta e rituali funerari magico-religiosi. In molti casi grazie alla lettura dei geroglifici è possibile svelare i nomi di questi uomini e donne appartenuti alla classe media, amministratori e piccoli proprietari terrieri, vissuti nel Medio Egitto intorno al 2000 a.C.

I sarcofagi, alcuni dei quali contengono ancora la mummia, sono arricchiti da tutti gli elementi del corredo funerario che accompagnavano il defunto e attraverso i quali oggi possiamo ricostruire le loro storie e quelle delle loro famiglie: vasi, poggiatesta, specchi, sandali, bastoni, archi e frecce, cassette in legno, modellini di animali, barche con equipaggi, modelli di attività agricole e artigianali. Dall’osservazione di tutti questi materiali emerge la sorprendente capacità degli artigiani egiziani nella lavorazione del legno, che fece di Assiut uno dei centri dove fu raggiunto il massimo livello di espressione artistica alla fine del Primo Periodo Intermedio.

Sono esposte circa 40 pareti di sarcofago con geroglifici incisi e dipinti e 10 stele recentemente restaurate, che svelano i segreti della scrittura geroglifica e permettono di conoscere le credenze funerarie e le principali divinità del pantheon egiziano.

Il progetto scientifico e la cura della mostra è dovuta ad Elvira D’Amicone e Massimiliana Pozzi Battaglia, della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo Antichità Egizie e della Società Cooperativa Archeologica. Il suggestivo allestimento è progettato da Costantin Charalabopoulos.

La visita in mostra può avvalersi di un articolato progetto didattico, curato da Giovanna Gotti e Federica Scatena, che comprende un ampio apparato di testi in mostra, la possibilità di visite guidate e laboratori progettati per le scuole e un servizio di audioguide per singoli visitatori.

IL SOGNO DELLA PACE IN MEDIO ORIENTE

Non ho mai parlato di politica in questo blog. Ne credo lo farò in quanto non credo sia questo il motivo per cui i miei lettori mi seguono. Questo è e credo resterà un blog di informazione turistica. Tuttavia il prossimo 2 settembre, a Washington, alla presenza di Barak Obama, si tenteranno di riprendere i colloqui di pace Isarelo-Palestinesi, colloqui in cui Mubarak e l’Egitto, hanno un ruolo determinante. Avendo trovato un articoletto in cui senza prendere parte per nessuno, vengono riepilogati i precedenti tentavi di risolvere l’annosa questione, ve lo posto, certo che nella maggior parte di noi l’argomento sia quanto meno fumoso anche se tutti sono convinti di saperne qualcosa. L’imparzialità dell’articolo mi ha convinto a postarlo sebbene il tema riguardi solo marginalmente l’Egitto e sebbene mi sia riproposto di non parlare di politica. Questa non è politca, è già storia!!!

È una storia di accordi rimasti sulla carta e di speranze deluse quella che racconta i tentativi di pacificazione fra israeliani e palestinesi. Una storia di fallimenti alla quale il presidente Usa Barack Obama vorrebbe porre fine, con un piano di pace cui si attribuisce l’obiettivo di un accordo definitivo sui “due Stati” entro un tempo definito e di una parallela normalizzazione dei rapporti fra Israele e l’insieme dei Paesi arabi.

Ecco una cronologia delle intese degli ultimi 17 anni.

OSLO
Dopo contatti segreti con la mediazione del ministro degli esteri norvegese Holst e un’ipotesi di accordo raggiunta a Oslo, è una storica stretta di mano a suggellare alla Casa Bianca l’intesa del 13 settembre 1993: quella fra l’allora premier israeliano, Yitzhak Rabin, e il leader dell’Olp, Yasser Arafat. Una stretta di mano che accompagna la firma, davanti al presidente Bill Clinton, di una ’dichiarazione di principì sulla prospettiva di un’autonomia dei Territori occupati. L’accordo dà al mondo l’illusione di una soluzione ormai vicina del conflitto e vale ai protagonisti il Nobel per la pace. Ma si rivela presto di difficile consolidamento. A seppellirlo saranno da un lato il terrorismo dei radicali palestinesi e dall’altro il fanatismo di un giovane ebreo dell’ultra-destra nazionalista che, nel 1995 a Tel Aviv, assassina Rabin.

WYE PLANTATION
Cinque anni più tardi Clinton ci riprova a Wye Plantation (Maryland) di fronte allo stesso Arafat e a un esordiente Benyamin Netanyahu, premier all’epoca per la prima volta e già coriaceo portabandiera di un governo di destra. È il 23 ottobre 1998: con la mediazione americana e quella di re Hussein di Giordania, si giunge a un accordo che prevede, tra l’altro, il ritiro delle truppe israeliane da una parte della Cisgiordania. Ma l’attuazione delle intese si blocca di nuovo quasi subito, in un clima di sfiducia e violenze. A settembre dell’anno dopo, a Sharm el Sheikh, in Egitto, Arafat trova un nuovo interlocutore israeliano, il laburista Ehud Barak, e firma con lui un documento denominato “Wye-2”: che modifica in parte quello del ’98 ma finisce per avere anch’esso vita breve.

CAMP DAVID
L’ultimo tentativo di mediazione in grande stile di Bill Clinton data luglio 2000 (se si esclude l’effimera coda di un altro incontro a Sharm el Sheik, tre mesi dopo). Nella residenza di Camp David, di nuovo Barak e Arafat con l’obiettivo, stavolta, di trovare un accordo di pace complessivo. Ma dopo 15 giorni di liti, discussioni e vani sforzi di ricucitura il vertice fallisce: in Israele si sostiene che Barak sia arrivato a offrire oltre il 90% del territorio rivendicato dai palestinesi e che questi abbiano perso un’occasione storica; nell’entourage del rais si denunciano al contrario rigidità israeliane che avrebbero reso la prospettiva d’uno Stato palestinese poco più di una finzione costruita su un territorio spezzettato. Fatto sta che, due mesi dopo, esplode la seconda Intifada e si riaccende la violenza.

ROAD MAP
– Sulla cosiddetta Road Map, il piano per la pace tra Israeliani e palestinesi concordato nel 2002 dal Quartetto (Stati Uniti, Russia, Unione Europea e Onu) non vi è mai stata neppure un’intesa tra le parti. Nè tanto meno vi sono stati passi attuativi. E ciò a dispetto dell’annuncio, nel 2003, da parte dell’allora presidente Usa, George W. Bush, del fatto che il Tracciato della Road Map era ormai pronto, con una serie di scadenze che avrebbero dovuto portare entro il 2005 alla creazione di uno Stato palestinese accanto a Israele.

PESCI DEL MAR ROSSO: IL PESCE PAPPAGALLO

Ogni inverno migliaia di turisti abbandonano la fredda Europa per rifugiarsi a più miti latitudini. Alcune delle mete preferite sono le coste del mar Rosso, Capo verde, Malindi e Zanzibar. Ci si sdraia sulle spiagge a prendere il sole, mentre i bambini costruiscono castelli di sabbia. Una delle attrazioni principali è proprio la sabbia: bianca, finissima, simile a farina. Molti pensano che sia portata verso il mare dai fiumi, ma non è così. Questa sabbia è di origine corallina e viene prodotta dal pesce pappagallo.

Questo strano pesce possiede un becco, formato dalla fusione dei denti anteriori, con il quale raschia le rocce del fondo marino. Si ciba di alghe e di piccoli molluschi, come quelli che formano il corallo. Con i denti tritura il tutto che poi viene ingerito. Qualche ora e quel che viene espulso è una sabbiolina fine che galleggia nell’acqua e viene trasportata dalle onde fino a riva.

Il processo è molto lento. Un esemplare di pesce pappagallo può produrre un chilo di sabbia all’anno. Il suo lavoro inarrestabile e i secoli hanno fatto il resto.

Durante la notte il pesce pappagallo si ricopre di uno strato di muco per non essere fiutato dai predatori

Un’altra caratteristica bizzarra di questo pesce è che durante la notte, per schermare il suo odore ai predatori, si avvolge con uno strato di muco. Questa barrierea viene prodotta da alcune ghiandole poste sotto le branchie. Sostanza che al mattino galleggia in superficie, verso riva.

Meglio non far sapere ai turisti l’origine delle meravigliose spiagge tropicali, potrebbero preferire i freddi inverni europei.

Tommaso Cinquemani