LA STORIA INFINITA DEL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE

In questi giorni, fortemente voluti dal presidente USA Barak Obama, sono ripresi i colloqui israelo-palestinesi volti a tentare di trovare una soluzione ad una situazione che affonda le sue radici nei secoli scorsi. L’Egitto, soggetto del blog, ha un ruolo estremamente importante in questa trattativa, essendo considerato un paese arabo moderato, fortemente influente nella zona, e questo è il principale motivo per cui ho deciso di parlare di questo conflitto in un blog che parla di Egitto. Tutti abbiamo sentito parlare dell’eterno conflitto israleo-palestinese. Molti di noi hanno una posizione che raramente è supportata da una conoscenza reale della storia. I poveri palestinesi vengono da taluni opposti ai cattivi israeliani, mentre altri inneggino agli israeliani che combattono i palestinesi paragonati spesso a terroristi. Sono convinto che nessuno abbia ragione, che la verità sta nel mezzo, che non esistono oppressi e oppressori. Che l’unica reale possibilità è il dialogo, altrimenti questa secolare guerra silenziosa (neppure tanto) proseguirà all’infinito dato che in una questione simile ognuno ha una parte di ragione.
Ecco perchè voglio pubblicare questo interessante post tratto dal blog STOP THE CENSURE. Mi pare un resoconto abbastanza fedele della questione. Spero che possa servire a molti a farsi un’idea per lo meno completa sulla questione. E’ un articolo molto lungo, che merita di essere letto con calma, cercando di assimilare i molteplici passaggi di questa storia infinita. Il mio personale consiglio è di leggerne un pochino alla volta, per non intasare la mente con decine e decine di dati che alla fine aumenterebbero la confusione. Ma ognuno può gestire la lettura come meglio crede.

LE ORIGINI

Il conflitto arabo-israeliano abbraccia circa un secolo di tensioni politiche e di ostilità, sebbene lo stato di Israele sia stato istituito solo 60 anni fa. Esso riguarda la creazione del movimento sionista e la successiva creazione del moderno Stato di Israele nel territorio considerato dal movimento panarabo come appartenente ai palestinesi, siano essi musulmani, cristiani, drusi o altri, e che il popolo ebraico considera la sua patria storica.

OCCUPAZIONE BRITANNICA E LA FINE DELL’IMPERO OTTOMANO

Come buona parte del Vicino Oriente, anche la Palestina ha dovuto subire l’occupazione britannica  a causa della sua rilevanza economica e strategica derivante dalla vicinanza con l’Egitto e il canale di Suez nonché con l’area siro-libanese assegnata invece in Mandato alla Francia.

I BRITANNICI APPOGGIANO L’INSEDIAMENTO DI EBREI IN TERRA PALESTINESE

Grazie all’appoggio della Gran Bretagna (che vedeva di buon occhio la possibilità di insediamenti nella zona di popolazioni provenienti dall’Europa) e alla grande disponibilità economica di cui godevano alcuni settori delle comunità ebraiche della diaspora (il popolo ebraico era stato costretto per secoli a specializzarsi nelle cosiddette professioni “liberali” e, quindi, a dedicarsi anche al commercio e alle attività economico-finanziarie, con l’occupazione non di rado di importanti cariche in istituti bancari e società d’intermediazione finanziaria), Herzl organizzò il primo convegno sionista mondiale a Basilea nel 1897 e in esso furono poste le basi per la graduale penetrazione ebraica in Palestina, grazie all’acquisto da parte dell’Agenzia Ebraica di terreni da assegnare a coloni ebrei originari dell’Europa e della Russia, per poter poi conseguire la necessaria maggioranza demografica e il sostanziale controllo dell’economia che potessero giustificare la rivendicazione del diritto a dar vita a un’entità statale ebraica. A partire dagli anni trenta del XX secolo, e ancor più dopo il termine del II conflitto mondiale e la tragedia dell’Olocausto, la Palestina vide fortemente alterata la sua composizione demografica, con la minoranza ebraica avviata a diventare maggioranza grazie all’acquisto di terreni reso possibile dai fondi concessi ai profughi ebrei sfuggiti alla persecuzione nazista.

LE PRIME “INVASIONI” DA PARTE DEGLI EBREI

A partire dall’inizio del ‘900 la popolazione arabo-palestinese, sentendosi minacciata dalla crescente immigrazione ebraica, dette vita intanto a movimenti nazionalistici che miravano a stroncare sul nascere quella che era considerata una vera e propria minaccia d’origine straniera.

La situazione si protrasse così, tra momenti di tensione e di distensione tra le due fazioni, fino al primo conflitto mondiale e alla conseguente caduta dell’Impero Ottomano.

Il riconoscimento agli ebrei immigranti dall’Europa del diritto di godere di un focolare nazionale in Palestina fu dato dall’allora Ministro degli esteri della Gran Bretagna Arthur Balfour. Nel 1917 egli pubblicò la Dichiarazione Balfour, con cui la Gran Bretagna riconosceva ai sionisti il diritto di formazione di “‘un focolare nazionale” in territorio palestinese, che venne interpretato dagli stessi come la promessa relativa al permesso di costituire uno stato autonomo ed indipendente. L’interpretazione della Dichiarazione Balfour sarà subito causa di attriti tra la popolazione araba preesistente (che temeva la costituzione di uno stato ebraico) e i sionisti, che la interpretavano come l’appoggio da parte del governo britannico al loro progetto.

NASCE LO STATO D’ISRAELE

Nel 1948, a seguito di un’apposita risoluzione delle Nazioni Unite, su tali terre fu dichiarato lo Stato di Israele, con una prima emigrazione araba palestinese verso le nazioni limitrofe, fortemente incrementata in seguito alla sconfitta patita nel primo conflitto arabo-israeliano, scatenato l’indomani della dichiarazione d’indipendenza israeliana dagli Stati arabi dell’Egitto, della Siria, del Libano, della Transgiordania e dell’Iraq.
La Società delle Nazioni affidò dunque alla Gran Bretagna un mandato per la Palestina, che fino a quel momento e per tutti i secoli precedenti aveva coinciso con il territorio degli odierni Stati di Israele e Giordania. La Società delle Nazioni riconosceva gli impegni presi da Balfour nel 1917, pur rimarcando nuovamente che questi non dovevano essere realizzati a discapito dei diritti civili e religiosi della popolazione non ebraica preesistente.

L’ESPANSIONE EBRAICA E L’ACQUISTO DELLE PRIME TERRE PALESTINESI APPOGGIATA DAI BRITANNI

Sotto il Mandato britannico l’immigrazione ebraica nella zona subì un’accelerazione mentre l’Agenzia Ebraica – organizzazione sionista che agiva grazie ai finanziamenti provenienti da sostenitori esteri – operò alacremente per l’acquisto di terreni. Il risultato fu quello di portare la popolazione ebraica in Palestina dalle 83.000 unità del 1915, alle 175.138 del 1931 (contro i 761.922 arabi e i quasi 90.000 cristiani), alle 360.000 unità della fine degli anni trenta,
Negli anni venti e trenta numerose furono le dimostrazioni di protesta da parte dei movimenti palestinesi, che sovente sfociarono in veri e propri scontri a tre tra l’esercito di Sua Maestà britannica, i residenti arabi e i gruppi armati dei coloni ebrei.
Spesso gli attriti non erano dovuti all’immigrazione in sé, ma ai differenti sistemi di assegnazione del terreno: gran parte della popolazione locale per il diritto inglese non possedeva il terreno, ma per le abitudini locali possedeva le piante che vi venivano coltivate sopra (tra cui gli alberi di ulivo, che erano la coltura prioritaria e che, vivendo anche secoli, divenivano dei “beni” passati di generazione in generazione nelle famiglie), di conseguenza molti terreni usati dai contadini arabi erano ufficialmente (per la legge inglese) senza proprietario e venivano quindi acquistati dai coloni ebrei (o loro affidati) appena immigrati i quali, almeno in un primo tempo, erano ignari di questa situazione.
Questo, unito alle regole con cui venivano solitamente gestiti i terreni assegnati ai coloni (la terra doveva essere lavorata solo da lavoratori ebrei e non poteva essere ceduta o subaffittata a non ebrei), di fatto toglieva l’unica fonte di sostentamento e lavoro a moltissimi insediamenti arabi preesistenti.

PRIME RIVENDICAZIONI E PRIMI SCONTRI 

Il 14 agosto del 1929 alcuni gruppi di sionisti (per un totale di diverse centinaia di persone, quasi tutte facente parte del gruppo sionista Betar di Vladimir Jabotinskij) marciarono sul Muro del pianto di Gerusalemme (luogo sacro ad entrambe le religioni e che già negli anni precedenti era stato motivo di scontro), rivendicando a nome dei coloni ebrei l’esclusiva proprietà della Città Santa e dei suoi luoghi sacri. Il gruppo era scortato dalle forze dell’ordine, avvisate in anticipo, con lo scopo di evitare disordini, nonostante questo iniziarono a circolare voci su scontri in cui i sionisti avrebbero picchiato i residenti arabi della zona e offeso Maometto. Come risposta il Consiglio Supremo Islamico organizzò una contro-marcia ed il corteo, una volta arrivato al Muro, bruciò le pagine di alcuni libri di preghiere ebraiche. Nella settimana gli scontri continuarono e, infiammati dalla morte di un colono ebreo e dalle voci (poi rivelatesi false) sulla morte di due arabi per mano di alcuni ebrei si ampliarono fino a comprendere tutta la Palestina.

Il 24 agosto 1929 gli scontri raggiunsero la città dove furono uccisi quasi 70 ebrei, altri 58 furono feriti, alcune decine fuggirono dalla città, mentre 435 trovarono rifugio nelle case dei loro vicini arabi per poi fuggire dalla città nei giorni successivi agli scontri.

Alcune famiglie torneranno ad Hebron due anni dopo, per poi lasciarla definitivamente nel 1936, evacuate dalle forze britanniche. Alla fine degli scontri ci furono, sul territorio della Palestina, tra gli ebrei 133 morti e 339 feriti (quasi tutti relativi a scontri con la popolazione araba, quasi 70 solo ad Hebron), mentre tra gli arabi ci furono 116 morti e 232 feriti (per la maggioranza dovuti a scontri con le forze britanniche).

IL PENTIMENTO DEI BRITANNICI E L’APPOGGIO DEGLI ALLEATI AMERICANI

Verso la fine degli anni trenta, dopo la Grande Rivolta Araba e i falliti tentativi di divisione della Palestina in due Stati, la Gran Bretagna si pentì di aver sostenuto il movimento sionista, che mostrava aspetti inquietanti e violenti e cominciò a negare al sionismo quel discreto appoggio politico che fin lì aveva garantito, producendo il “Libro Bianco” nel 1939 . Ciò indusse pertanto gli ebrei di Palestina a cercare negli Stati Uniti quello che fino ad allora aveva concesso loro l’Impero britannico.
Con la seconda guerra mondiale gli ebrei si schierarono con gli Alleati mentre molti gruppi arabi guardarono con interesse l’Asse, nella speranza che una sua vittoria servisse a liberarli dalla presenza britannica. L’esito del conflitto non valse perciò a modificare la situazione di stallo che sfavoriva la popolazione araba, ancora maggioritaria.

FINE DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE E LA DIVISIONE DELLA PALESTINA

Con la fine della guerra, grande fu il dibattito tra le maggiori nazioni vincitrici per decidere il futuro di queste zone. Alla fine, con gli accordi di San Remo del 1920, si optò per l’autorizzazione da parte della Società delle Nazioni di affidare alla Gran Bretagna e alla Francia Mandati, necessari in teoria per educare alla “democrazia liberale” le popolazioni del disciolto Impero Ottomano.

L’ONU dovette quindi affrontare la situazione che dopo trent’anni di controllo britannico era diventata pressoché ingestibile, visto che oramai la popolazione ebraica costituiva un terzo dei residenti in Palestina, anche se possedeva solo una minima parte del territorio (circa il 7% del territorio, contro il 50% della popolazione araba e il restante in mano al governo britannico della Palestina.

Il 15 maggio 1947 fu fondato quindi l’UNSCOP (United Nations Special Committee on Palestine), comprendente 11 nazioni (Canada, Cecoslovacchia, Guatemala, Olanda, Peru, Svezia, Uruguay, India, Iran, Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, Australia) da cui erano escluse le nazioni “maggiori”, per permettere una maggiore neutralità.

Sette di queste nazioni (Canada, Cecoslovacchia, Guatemala, Olanda, Perù, Svezia, Uruguay) votarono a favore di una soluzione con due Stati divisi e Gerusalemme sotto controllo internazionale, tre per un unico stato federale (India, Iran, Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia), e una si astenne (Australia).
Il problema chiave che l’ONU si pose in quel periodo fu se i rifugiati europei scampati alle persecuzioni naziste dovessero in qualche modo dover essere ricollegati alla situazione in Palestina.
L’UNSCOP raccomandò anche che la Gran Bretagna cessasse il prima possibile il suo controllo sulla zona, sia per cercare di ridurre gli scontri tra la popolazione di entrambe le etnie e le forze britanniche, sia per cercare di porre fine alle numerose azioni terroristiche portate avanti dai gruppi ebraici.

LA DIVISIONE IN DUE STATI

La definitiva risposta delle Nazioni Unite alla questione palestinese fu data il 25 novembre 1947 con l’approvazione della risoluzione 181, che raccomandava la spartizione del territorio conteso tra uno Stato palestinese, uno ebraico e una terza zona, che comprendeva Gerusalemme, amministrata direttamente dall’ONU.

Nel decidere come spartire il territorio l’UNSCOP considerò, per evitare possibili rappresaglie da parte della popolazione araba, la necessità di radunare tutte le zone dove i coloni ebraici erano presenti in numero significativo (seppur spesso in minoranza) nel futuro territorio ebraico, a cui venivano aggiunte diverse zone disabitate (per la maggior parte desertiche) in previsione di una massiccia immigrazione dall’Europa, per un totale del 56% del territorio.

LA GUERRA DI LIBERAZIONE DEI PALESTINESI

La nascita ufficiale dei due Stati in Palestina era stata fissata dall’ONU nel 1948, ma essa non ebbe mai luogo. Infatti, non appena i britannici ebbero lasciato la zona, la Lega Araba, che non aveva accettato la risoluzione dell’ONU, scatenò una guerra “di liberazione” contro Israele (1948-1955).

LA BREVE TREGUA

Vi furono due periodi di tregua gestiti dall’ONU, con la presentazione di nuovi piani per la ripartizione del territorio che vennero rifiutati da entrambe le parti in causa. Durante la seconda tregua venne assassinato il mediatore dell’ONU.

In breve, dopo la catastrofe militare degli eserciti invasori, ci si ritrovò un unico Stato, quello israeliano, impegnato a difendere quanto già conseguito sul campo di battaglia e ad ottenere l’intero controllo del territorio palestinese tramite il proprio esercito. L’azione combinata della propaganda araba, basata sullo slogan tornerete nelle terre liberate, della guerra in sé, e della pressione psicologica (e in alcuni casi di veri e propri massacri come quello di Deir Yassin) di frange politiche israeliane, misero in fuga buona parte della popolazione araba e la estromisero definitivamente dalle proprie terre, che da allora si sono sempre disinteressati della normalizzazione della vita dei palestinesi lì rifugiati,il più delle volte in grado di sopravvivere solo grazie alle razioni alimentari elargite dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNRRWA).

LE SPARTIZIONI DELL’ONU E NASCITA DELL’OLP

L’11 dicembre 1948 l’ONU emise la risoluzione 194, che rimase per larga parte non attuata e che tra le altre cose prevedeva la demilitarizzazione di Gerusalemme, il cui controllo doveva passare all’ONU, e la restituzione (o il rimborso) dei beni e delle proprietà dei rifugiati (arabi in territorio israeliano e i pochi ebrei in territorio arabo) che volessero tornare a casa dopo la guerra

Nel 1956 Israele, sfruttando la crisi di Suez, attacca l’Egitto ma viene fermato dalla comunità internazionale. Nel 1964 nasce l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che punta a dare una rappresentanza ai palestinesi, slegandoli dalla dipendenza dai paesi arabi. Poco dopo ne diventa capo Yasser Arafat che la guiderà fino alla morte.

LA GUERRA INFINITA

Nel 1967 scoppia la Guerra dei Sei Giorni con la quale Israele occupa la Striscia di Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme est.

Nel 1973 Egitto e Siria attaccano Israele; è la Guerra dello Yom Kippur. Israele occupa il Sinai in Egitto e le alture del Golan in Siria. Nel 1979 l’Egitto firma un accordo di pace con Israele. Finiscono così le guerre tra Israele e gli stati arabi, da questo momento in poi allo stato ebraico si contrapporrà solo l’Olp.

LA NASCITA DELL’ INTIFADA

Nel 1982 Israele invade e occupa la parte meridionale del Libano per distruggere le basi palestinesi.
Dal 1987 al 1992 i palestinesi cominciano una forma di resistenza popolare, chiamata Intifada.

Nel 1993 vengono firmati gli Accordi di Oslo e sembra che il conflitto stia per finire, ma i nodi principali restano irrisolti e rimandati a un secondo turno di negoziati: la nascita di uno stato palestinese indipendente, il ritorno dei profughi palestinesi, il controllo delle scarse risorse idriche e lo status di Gerusalemme.

L’ACCORDO MANCATO

Nel 1994 la Giordania firma un accordo di pace con Israele. Nelle zone che dovrebbero diventare il futuro stato palestinese comincia una forma di autogoverno guidata dall’Autorità Nazionale Palestinese, presidente della quale viene eletto nel 1996 Yasser Arafat. Dopo l’entusiasmo degli Accordi, la diplomazia internazionale arresta la sua pressione e israeliani e palestinesi non riescono a trovare un accordo.

LA SECONDA INTIFADA

Israele si è ritirato dal Libano nel 2000. La tensione ricomincia a salire e, nel settembre 2000, comincia la seconda Intifada scatenata da una provocatoria passeggiata dell’allora candidato premier israeliano Ariel Sharon sulla Spianata delle Moschee. Le principali formazioni militari che combattono Israele sono: la Brigate Izz ad-Dīn al-Qassām (braccio armato di Hamas, vicina ai Fratelli Musulmani), la Jihad Islamica, il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, le Brigate dei Martiri di al-Aqsa (braccio armato del partito Fatah). Il conflitto ha cominciato a calare d’intensità quando, l’11 novembre 2004, muore Arafat.

SEGNALI DI PACE?

Il governo israeliano, guidato da Ariel Sharon, e le cancellerie delle grandi potenze mondiali, si dichiarano di nuovo pronte al confronto con i palestinesi, dopo che Arafat era stato considerato negli ultimi anni un interlocutore poco credibile. A gennaio 2005 si tengono le elezioni presidenziali in Palestina e successore di Arafat viene nominato Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Il dialogo riprende, ma il governo Sharon decide unilateralmente di sgomberare la Striscia di Gaza, occupata nel 1967, ad agosto 2005. L’esercito di Tel Aviv sgombera con la forza i coloni israeliani e lascia l’amministrazione del territorio ai palestinesi.

HAMAS VINCE LE ELEZIONI

Il 25 gennaio 2006, le elezioni politiche in Palestina sanciscono la vittoria del partito armato degli islamisti di Hamas. Il nuovo governo di Hamas ha però vita breve, dato che viene da subito boicottato dalla comunità internazionale e da Israele. Quest’ultimo sostiene Abu Mazen, sia apertamente che sottobanco, fornendo armi alle forze di Fatah e liberandone i prigionieri, mentre all’opposto i deputati eletti di Hamas vengono arrestati.

Nel giugno 2006 Hamas cattura, al confine con la Striscia, il caporale israeliano Gilad Shalit, allora diciannovenne. Israele, però, rifiuta di barattarne la liberazione con quella di tutti i bambini e le donne palestinesi detenuti, come proposto da Hamas. Nel febbraio dell’anno successivo (in mezzo c’è stata la guerra tra Israele e Libano dell’estate 2006), Hamas e Fatah accettano di formare un governo di unità nazionale, sulla base di un accordo raggiunto alla Mecca.

HAMAS CONQUISTA LA STRISCIA

La crisi inter-palestinese continua però ad aggravarsi progressivamente, fino a quando, nel giugno del 2007, sfocia in scontri aperti che culminano con la conquista della Striscia di Gaza da parte di Hamas, mentre in Cisgiordania Fatah accusa il partito islamico di aver fatto un colpo di Stato, e fonda un governo di Emergenza. Israele nei mesi successivi dichiara Gaza “entità nemica” e stringe la Striscia sotto un durissimo embargo, impedendo l’apertura dei confini, incluso quello di Rafah, tra la Striscia e l’Egitto. Un embargo che nel gennaio 2008 spinge Hamas a distruggere tratti della barriera di confine, per consentire alla popolazione di sfondare in Egitto in massa, per procurarsi generi di prima necessità.

LE TRATTATIVE DI ISRAELE

Sull’altro fronte, nel novembre 2007, Israele e l’Autorità Palestinese di Abu Mazen e del premier Salam Fayyad, iniziano un percorso di colloqui di pace con la supervisione Usa ad Annapolis. Le trattative, però, procedono da subito a rilento per l’indisponibilità da parte di Israele a discutere i temi chiave del conflitto: lo status di Gerusalemme e quello dei profughi palestinesi. Non solo, Israele prosegue anche imperterrito la costruzione e l’ampliamento delle colonie in Cisgiordania, allo scopo di creare dati di fatto sul terreno, che non potranno essere coinvolti nella trattativa. Le proteste in questo senso della Segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, rimangono inascoltate, mentre le concessioni israeliane ad Abu Mazen si limitano alla liberazione di alcuni detenuti con pene in scadenza, e di militanti delle Brigate dei Martiri di Al Aqsa, a condizione che rinuncino alla lotta armata. Il colloqui di Annapolis promettevano di portare alla nascita di uno Stato palestinese entro la fine del 2008. Nell’autunno 2008, però, la carriera del premier israeliano Olmert viene compromessa da guai giudiziari che portano la ministro degli Esteri Tzipi Livni a prendere il controllo del partito Kadima. La scadenza dei colloqui a quel punto diventa impossibile da rispettare, e tutto slitta al 2009, dopo le elezioni in Israele e la fine del mandato di Abu Mazen. La contesa per il futuro governo israeliano è soprattutto tra la Livni e Banjamin Netanyahu del Likud, la destra oltranzista. Mentre ancora non è affatto certo che le elezioni palestinesi si terranno.

CONTINUANO I RAID TRA I VANI TENTAVI DI TREGUA

Nel giugno 2008, Hamas aveva dichiarato una tregua con Israele, impegnandosi a cessare il lancio di razzi verso il sud del territorio israeliano in cambio della riapertura dei valichi della Striscia. Una tregua interrotta da diversi raid israeliani attuati per compiere omicidi mirati di miliziani, e da sporadici lanci di razzi da parte delle milizie non direttamente legate con Hamas. Nel frattempo i confini della Striscia vengono aperti solo di rado, e la popolazione di Gaza continua a impoverirsi sfiorando in più periodi un’autentica crisi umanitaria. Tra novembre e dicembre 2008, corpi speciali israeliani compiono piccoli attacchi dentro la Striscia, provocando la reazione di Hamas che, allo scadere della tregua, il 18 dicembre 2008, riprende massicciamente il lancio di razzi, lasciando intendere l’intenzione di concordare una nuova tregua, che garantisca la reale apertura dei confini.

OPERAZIONE PIOMBO FUSO – UNA STRAGE

Israele non reagisce per alcuni giorni finchè, il 27 dicembre, lancia a sorpresa l’offensiva denominata Cast Lead, Piombo Fuso. La Striscia di Gaza viene bombardata per cinque giorni e successivamente viene invasa dall’esercito israeliano.

L’operazione è scattata il 27 dicembre 2008 (11:30 ora locale, 9:30 UTC) dopo il completamento della raccolta di informazioni di intelligence, proseguita per un periodo di tempo imprecisato.

Nel primo giorno di bombardamenti i morti vengono stimati, a seconda delle fonti, tra i 200 e i 300, e questo viene considerato da fonti e dai media palestinesi come il giorno con più caduti nei 60 anni di conflitto aperto (è stato rinominato da queste il Sabato nero del massacro). I feriti vengono stimati da fonti mediche palestinesi in circa 700.Intanto, dalla Striscia di Gaza continua il lancio di razzi Qassam e Grad sul sud d’Israele, che nel primo giorno causano una vittima e diversi feriti.

Successivamente, all’alba della mattina del 3 gennaio 2009, Israele ha cominciato a colpire Hamas con colpi di artiglieria, provenienti da mezzi stanziati a poche centinaia di metri dal confine con Gaza, preannunciando un’azione di terra. Già il 3 gennaio a Gaza il sistema sanitario era collassato; a 250.000 abitanti mancava l’elettricità mentre l’acqua corrente era disponibile a intermittenza ed essendo stato colpito il principale canale fognario gli scoli hanno invaso le strade.

ISRAELE ALL’INTERNO DELLA STRISCIA DI GAZA: UN MASSACRO DI CIVILI

Alle 20:00 circa (ora locale) del 3 gennaio, le truppe israeliane sono penetrate con carri e mezzi blindati di vario tipo all’interno della Striscia di Gaza da tre punti, dando inizio ai primi scontri a fuoco, e riuscendo ad assumere il controllo di alcune postazioni di lancio dei razzi Qassam.

La città di Gaza è stata totalmente accerchiata dalle forze armate israeliane, mentre violenti scontri si sono sviluppati a Dayr al-Balah e Bureyj, nella zona centrale della Striscia. Altri combattimenti sono scoppiati nel campo profughi di Jabaliya, a Nord della città di Gaza. Qui è stata segnalata l’uccisione di un capo militare di Hamas, Iman Siam.

STRAGE IN UNA SCUOLA PALESTINESE

Il 6 gennaio 2009, un raid israeliano colpisce una scuola ONU adibita a rifugio per civili, dalla quale si riteneva fossero partiti lanci di razzi . Il numero delle vittime è stimato essere circa 40 e i feriti circa 50, e immediata è la reazione di Ban Ki Moon, Segretario Generale dell’ONU, che chiede un’indagine sull’avvenimento. L’esercito israeliano dichiara di non essere stato a conoscenza della presenza di civili in quell’edificio, e dispone un’inchiesta: al termine della stessa, il 15 gennaio, afferma di ritenere eccessivo il numero dei deceduti conteggiati dalle fonti internazionali (43), sostenendo che 21 dei caduti sarebbero stati noti, e tra questi vi sarebbero stati diversi militanti di Hamas (due sarebbero stati identificati subito, sempre secondo fonti dell’IDF). Le indagini dell’ONU hanno invece fin dal primo momento sostenuto che non vi sarebbero stati lanci di razzi dall’edificio e che la posizione di questo era nota da tempo ad Israele, mentre sarebbero state raccolte dai media testimonianze non verificate, sia a favore sia contro la loro presenza nell’area dell’edificio della scuola.

ARRIVA LA TREGUA

Il 18 gennaio 2009 si svolge la Conferenza di Pace di Sharm el Sheikh, fortemente voluta dai governi occidentali e dall’egiziano Mubarak, che porta all’accettazione della tregua da parte d’Israele e del ritiro da Gaza a patto che i confini siano sorvegliati per evitare il contrabbando d’armi, e anche all’apertura di Hamas nei confronti di una tregua di una settimana se, in questo stesso periodo di tempo, Israele completerà il ritiro del proprio esercito.

PRIMI BILANCI

Dopo ventidue giorni il bilancio complessivo del ministero della Sanità di Gaza, gestito da Hamas, ha annunciato che le vittime (palestinesi) sono 1203 di cui 410 bambini, i feriti invece 5300. Da parte israeliana si calcolano invece 13 vittime israeliane, di cui 3 civili e quasi 200 i feriti.

L’ONU ACCUSA ISRAELE (IN PARTICOLAR MODO) E PALESTINA DI VIOLAZIONE DEI DIRITTI UMANI

Nel settembre 2009 è stata presentata la relazione della missione dell’ONU che dall’aprile 2009 ha indagato sul conflitto. Secondo quanto riferito dal presidente Richard Goldstone (di origini ebraiche, ex giudice costituzionale del Sud Africa, ex membro del Board of Governors dell’università ebraica di Gerusalemme) vi sarebbero state violazioni dei diritti umani da entrambe le parti, pur riservando le critiche maggiori all’operato delle forze armate israeliane, ritenute responsabili di aver deliberatamente colpito dei civili in più occasioni.

VITTIME

Le guerre tra Israele e i paesi arabi confinanti, del 1948 al 1973, hanno causato la morte di circa 100mila persone. La prima Intifada, dal 1987 al 1992, ha causato la morte di 2 mila persone, in massima parte palestinesi. Dall’inizio della seconda Intifada (settembre 2000) al 20 giugno 2007, hanno perso la vita 4626 palestinesi e 1050 israeliani. Almeno 214 palestinesi sono morti negli scontri tra le milizie di Hamas e Fatah. Il bilancio provvisorio della guerra nella Striscia di Gaza del dicembre2008/gennaio 2009 è di quasi 800 palestinesi morti, quasi metà dei quali civili, e 11 vittime israeliane. (fonte Amnesty International)

RISORSE CONTESE

Rispetto al conflitto generale innescato dalla rivendicazione dei Palestinesi per la nascita di un loro stato indipendente, il problema è quello sia dello Stato di Israele che dei palestinesi per il controllo dell’accesso ai fiumi e alle riserve idriche, scarse, della zona.

FORNITURE ARMAMENTI

Israele riceve armi e addestramento soprattutto dagli Stati Uniti, ma anche dalla Francia e dalla Germania, anche se riesce a produrre da solo la massima parte degli armamenti che servono alle sue forze armate. I vari gruppi palestinesi ricevono armamenti ed addestramento dall’Arabia Saudita, dall’Iran dalla Siria.

Mi rendo conto che l’articolo è particolarmente lungo e pieno di dati!!! Tuttavia una vicenda così complessa difficilmente può essere analizzata con un minimo di precisione riducendo tutto a poche righe.Ritengo che questo riassunto sia già molto stringato e permetta, con un pochina di pazienza e rileggendo il pezzo due o tre volte, di farsi un’idea per lo meno generale della questione.Nei prossimi giorni vedrò di approfondire qualche episodio, sempre mantenendo questo post come falsariga generale!

MONDIALI DI SALVAMENTO: L’ITALIA VINCE TUTTO O QUASI!

ALESSANDRIA D’EGITTO – Il Rescue 2010 si tinge d’azzurro. L’Italia conclude le gare in piscina nel migliore dei modi: 15 medaglie di cui 8 ori e 420 punti in classifica che valgono il primo posto nella generale davanti a Germania (378 punti) e la Nuova Zelanda (340 punti). Nella seconda ed ultima giornata di gare al Moubarak Military Swimming Pool, la squadra Nazionale di nuoto per salvamento ha conquistato 9 medaglie su 11 finali disputate, che si aggiungono alle sei vinte all’esordio. Due record mondiali delle staffette 4×25 manichino, dopo quello nei 100 misti della Pidello e al record europeo della staffetta 4×50 mista femminile.
Raggiante il commento del CT Antonello Cano: “E’ stata una giornata importante perche’ abbiamo scavalcato la Germania nella classifica generale, e sopratutto perche’ abbiamo mantenuto la supremazia mondiale in piscina che dura ormai da oltre un decennio. Sono soddisfatto anche per i due record del mondo realizzati nelle staffette 4×25 manichino, che si aggiungono a quello di ieri della Pidello nei 100 misti. Ringrazio tutti per la voglia e la determinazione messa in queste due estenuanti giornate di gare. Domani nelle prove oceaniche entrano in gioco le grandi nazioni come Nuova Zelanda, Sud Africa e Australia. Speriamo di riuscire ad inserirci in qualche finale”.
Domani 8 e sabato 9 ottobre il Mondiale di specialità riservato ai National Teams prosegue con le prove oceaniche. Le squadre si trasferiscono al Mamoura Beach e per gli azzurri inizia la fase più difficile. L’8 ottobre le prove in mare e sulla spiaggia iniziano alle 8.00 con il surf sky race femminile e il 9 ottobre sempre alle 8.00 con il surf race femminile. Dal 10 ottobre spazio a Masters e Interclub.

UNA FOTO AL GIORNO: ALL’INTERNO DELLA MOSCHEA

NOTIZIE IN PILLOLE

L’Africa prossimo motore dell’economia mondiale?

In un recente studio l’economista della Goldman Sachs, Jim O’Neill, non esclude che in futuro si possa includere anche l’Africa, presa nel suo insieme, fra i Brics (Brasile, Russia, Cina e India), il gruppo delle nuove potenze ad alto potenziale di crescita. In particolare, il Nord Africa grazie al favorevole posizionamento geografico che lo rende snodo cruciale di tre continenti, alle abbondanti risorse energetiche e al crescente interscambio con l’Europa, sta emergendo come un attore di notevole rilevanza economica nello scacchiere internazionale. Il Nord Africa (Algeria, Egitto, Libia, Marocco e Tunisia) è uno dei motori principali della crescita economica del continente. Negli ultimi cinque anni la crescita annuale media del Pil reale della regione è stata del 5%. La maggior parte della ricchezza viene ancora prodotta nel settore energetico (petrolio e gas) e in quello agricolo, benché in misura diversa da paese a paese. Il Nord Africa, al contrario di altre aree, è uscito indenne dalla tempesta finanziaria degli ultimi due anni grazie anche alla ridotta dipendenza da finanziamenti esterni e al forte controllo pubblico delle maggiori banche.

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Si rafforzano le potenzialità di business nell’area mediterranea

23 Paesi e 255 aziende impegnate a rafforzare i legami tra i Giovani Imprenditori di Mediterraneo, Africa e Medio Oriente. Italia ed Egitto leader dell’iniziativa. Susanne Mubarak chiude i lavori. Sono questi i numeri della conferenza che si è tenuta al Cairo promossa dal network delle Confindustrie Giovani Imprenditori, fortemente voluto dall’Italia e che ha subito raccolto la partecipazione e l’entusiasmo sia di economie consolidate come l’area del Golfo, che di Paesi quali lo Yemen e l’Iraq che vedono in questa iniziativa un’occasione unica di dialogo e di business.  “Ancora una volta” ha sottolineato l’Ambasciatore d’Italia al Cairo Pacifico “Italia ed Egitto mostrano la strada da percorrere per uno spazio di cooperazione economico euro-mediterraneo. Contiamo molto sui Giovani Imprenditori per realizzare questo ambizioso disegno”.

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L’Egitto e le centrali nucleari

L’Egitto progetta la realizzazione di quattro centrali nucleari entro il 2025, evidenziando un crescente interesse per l’energia atomica in Medioriente, dove già altre nazioni ricche di petrolio come Kuwait ed Emirati Arabi stanno guardando a fonti alternative per la propria domanda energetica. L’Egitto, che dagli anni ’50 è attratto dall’idea del nucleare, pianifica anche la realizzazione di impianti solari e eolici per arrivare a una quota del 20% di energia da rinnovabili entro il 2020. Le riserve proprie di gas e petrolio dovrebbero durare per almeno tre decenni.

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La siccità in Russia potrebbe provocare disordini in Egitto

Il divieto recentemente imposto dalla Russia all’esportazione di cereali, fra i quali il grano, ha suscitato panico a livello mondiale sull’impatto che questa decisione potrebbe avere sul prezzo del grano e sulla sicurezza alimentare globale. La Russia è uno dei cinque maggiori esportatori mondiali di grano , ma quest’estate i raccolti sono stati compromessi dall’ondata di caldo record, accompagnato dalla grave siccità e dagli incendi che si sono abbattuti sul Paese. Ma le proteste sono già iniziate. La settimana scorsa, in Mozambico, disordini [it] dovuti all’aumento del prezzo del pane hanno causato 13 morti e centinaia di feriti e il malcontento è in crescita in paesi come l’Egitto e la Serbia.

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Investire nella borsa egiziana!

Il sito Bluerating prevede interessanti movimenti sulla borsa egiziana!
Dato che per me la borsa è solo quella della spesa, pubblico il link e me ne lavo le mani come fece il buon Ponzio!!

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Il turismo in Egitto in costante crescita

Secondo il Ministro del Turismo Egiziano, le entrate legate al turismo sono salite del 18%  nel primo semestre 2010, arrivando a 5.6 milioni di dollari.Turisti attenti al budget e alla qualità scelgono sempre più l’Egitto quale destinazione per le proprie vacanze.Oltre 7 milioni di turisti hanno visitato l’Egitto dall’inizio dell’anno sino al mese di luglio e ne sono previsti 15 milioni entro la fine dell’anno.E pensare che un afflusso del genere un paio di anni fa era stato previsto per il 2015!La maggioranza proviene da Italia, Gran Bretagna, Francia, Germania e Russia.

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In Egitto i pochi ricchi sono molto ricchi!!

Il gruppo messinese Aicon ha ricevuto ordini d’acquisto per cinque motor yacht da cinque milioni da WadiDegla holding company per l’Egitto. Per tutti i motor yacht è prevista la consegna entro il primo semestre dell’esercizio in corso, cioè entro il 28 febbraio 2011.

IL MISTERO DELL’ALBUM RITROVATO IN MOSTRA A BOLOGNA

Due viaggiatori anonimi, un tour di fine secolo narrato in duecento foto di grandi autori: al Museo civico medievale di Bologna in mostra “Memoires d’Egypte”, fino al 7 novembre. Un’esposizione che pretende lentezza nell’osservazione

di MICHELE SMARGIASSI per Repubblica.it

Muto e seducente come la Sfinge il mistero dell'album ritrovato -   Foto

Forse i fotografi amarono tanto l’Egitto perché la fotografia è una Sfinge. Ci pone domande ma non ci rivela mai le risposte. Provate a interrogare l’album misterioso che da oggi sarà il protagonista di una curiosa, affascinante mostra al Museo civico medievale (Memoires d’Egypte, fino al 7 novembre): non vi svelerà quasi nulla di sé. Ci ha già provato il curatore, Antonio Ferri, giornalista, appassionato di fotografia dell’Ottocento, fin da quando lo scovò (e lo acquistò a caro prezzo) da un antiquario modenese. L’album rispose laconico: mi confezionò nel 1895 un noto rilegatore veneziano, Vittorio De Toldo (firma e data sulla copertina), raccolgo duecento stampe fotografiche raccolte nel corso di un classico viaggio da Grand Tour lungo il Nilo. Raccolte da chi? Non si sa. C’è un monogramma elegante sulla copertina, “CR” sormontato da una corona nobiliare: un viaggiatore aristocratico o solo vanaglorioso? Chissà. Forse due viaggiatori, se l’ultima immagine dell’album è una firma: sarebbero quei due signori in abiti occidentali, uno giovane l’altro attempato (padre e figlio? Due amici? Maestro e discepolo?), in groppa ai cammelli davanti al più classico degli scenari egiziani, sfinge e piramidi. Ma qui l’album si ferma, muto come un oracolo muto.Parlano le immagini. Splendide come sapevano esserlo solo le “lente” fotografie di fine Ottocento, impresse su grandi lastre al collodio e stampate su carta albuminata. Molte sono firmate, loro sì: da fotografi illustri. Il francese Félix Bonfils, attivo a Beirut, imprenditore dell’immagine turistica del Vicino Oriente. Altri due meno noti ma eccellenti professionisti europei, Gabriel Lekegian e Andreas D. Reiser. E il nostro grande Antonio Beato, il fotografo di Luxor a cui la città dell’Alto Nilo ha dedicato una strada e presto (su progetto dei bolognesi dell’associazione Bolognamondo) il primo museo egiziano di Archeo-fotografia.

Acquistate dei due anonimi viaggiatori ad ogni tappa del loro itinerario, disposte in sequenza da nord a sud per ricostruire le scoperte del tour, queste duecento immagini (cinquanta riprodotte in gigantografia) andrebbero sfogliate con ordine e lentezza per rivivere le emozioni di chi, evidentemente, a loro affidò la memoria di quell’esperienza. Monumenti avvolti dalla patina dei secoli ma anche scene di strada, modernità coloniale e archeologia, e naturalmente esotismo a fiumi, bellezze e “tipi”, nell’assortito patchwork ideologico di idee immagini e stereotipi costruiti dall’Occidente sull’Oriente che Edward Said ha chiamato Orientalismo. Questo album ci dà l’occasione rara di vedere l’Orientalismo in azione, operativo, vivo. Non sappiamo chi lo volle mostrare così, ma attraverso i suoi occhi ritroviamo il colore di quell’idea astratta e immaginaria che i nostri nonni chiamavano Egitto.

Clicca qui per visionare 16 splendide immagini storiche sull’Egitto del 1895

 

Museo Civico Medievale

Via Alessandro Manzoni, 4
40121 – Bologna (BO)
telefono: 051203930

IL BUSINESS DEI PERMESSI DI LAVORO NEI DIVING CENTER

Tratto dal sito Sinaicity

Come ormai tutti sanno, da quest’anno è obbligatorio che tutti gli operatori nel settore dei diving centers – divemaster e istruttori subacquei – , siano in possesso del permesso di lavoro.Purtroppo dobbiamo constatare che questa nuova procedura ha creato un nuovo “mercato”. Molti staff, affidandosi agli uffici amministrativi del proprio diving center, non si sono fatti molte domande, confidando nella correttezza del proprio “datore di lavoro”. Ma qui arrivano le prime sorprese.

Quanto costa, realmente, un permesso di lavoro?

Abbiamo fatto alcune ricerche, tra diving centers, studi di commercialisti e ufficio del lavoro, e ne è venuta fuori una realtà che avremmo voluto ben diversa. Innanzi tutto è bene cominciare da un dato di fatto: il permesso di lavoro, nella quasi totalità dei casi, viene fatto pagare al dipendente. Ci sono diving centers che rimettono i costi allo staff solo in percentuale (mai inferiore al 50%), altri che ne addebitano l’intera cifra.

Ma nel marasma disorganizzato di fogli, foglietti e ricevute scritte a mano su carta di quaderno, quanti sanno veramente quale sia il costo di questa operazione?

Andiamo subito al nocciolo della questione: un permesso di lavoro, chiavi in mano, al diving costa una cifra di poco inferiore ai 2.500 egp. In questa cifra sono comprese tutte le tasse, le spese di cancelleria, i bolli, ecc. che il nostro “datore di lavoro” va a sborsare per il rilascio del documento.

E allora perchè ci sono diving centers che arrivano a chiedere anche 5.000 egp al proprio staff, per un permesso di lavoro?

La risposta l’abbiamo trovata facilmente, facendo quattro chiacchiere con il responsabile risorse umane di un importante diving center di Sharm: se vuoi lavorare devi pagare!

Si, questa è la realtà: il mercato degli istruttori subacquei è così saturo di richieste di lavoro, che gli imprenditori del settore hanno ben pensato di farne un loro proprio business. “Vuoi lavorare per me? Allora ti paghi il tuo permesso di lavoro”.

Purtroppo la questione non finisce qui. No, perchè molti diving center se ne approfittano proprio, non contenti di regolarizzare uno staff a costo zero, ricaricando sul povero dipendente tutta una serie di “spese” ingiustificate (e ingiustificabili!) che fanno lievitare il prezzo del permesso di lavoro fino a cifre stratosferiche.

Lo stesso addetto alle risorse umane col quale abbiamo parlato, ci ha detto, senza troppi giri di parole, che nel loro caso, una cifra di circa 1.000 egp viene sborsata per “pagamenti sotto il tavolo” e altre spese di cui non si possono produrre certificazioni.

Uno studio di Transparency International, organo impegnato nel controllo del livello di trasparenza e corruzione dei Paesi del mondo, ha posizionato l’Egitto tra quelli a più alto tasso di corruzione. Ci viene da pensare se di questa situazione non ne siano responsabili anche tanti imprenditori stranieri, che ormai da questo stato di cose hanno creato un loro proprio business, fatto di conoscenze, favoritismi, e lassismo generalizzato.

Tornando a dare un’occhiata nelle povere tasche di uno staff (leggi “dipendente di diving center”), ci sorge un altro dubbio: ma questi “dipendenti” lo sono realmente?

In realtà no, perchè, pur figurando come “assunti”, non ricevono alcuna tutela: stipendi che si aggirano sui 30 euro al giorno, malattie non pagate, infortuni non pagati, ferie non pagate e, ben che vada, 1 giorno libero la settimana (ovviamente non pagato).

Il pianeta degli staff messi in regola, non è altro che un mondo fatto di freelance lasciati alla loro sorte, di persone che hanno fatto di una passione la loro vita, e di imprenditori senza scrupoli.

E in tutto questo, la CDWS (Chamber of Diving and Water Sports) come si pone?

Abbiamo avuto modo di prendere informazioni in merito, e la risposta che ci è stata fornita è stata che “la questione non è di loro competenza”, visto peraltro che loro si limitano a tutelare gli interessi dei diving centers.

E’ un atteggiamento molto strano, visto che ogni istruttore o divemaster che vuole lavorare qui in Egitto è tenuto a pagare annualmente una tassa proprio alla CDWS stessa…

Insomma, per lavorare, oltre a dover pagare il proprio permesso di lavoro, un istruttore subacqueo deve anche versare una somma all’ufficio che tutela gli interessi del proprio datore di lavoro. Però ti rilasciano regolare ricevuta.

FORZE DI SICUREZZA EGIZIANE ATTACCANO IL MONASTERO DI SAN MACARIO

Cairo (AsiaNews/Agenzie) – Centinaia di agenti delle forze di sicurezza egiziane, a bordo di veicoli e mezzi militari, hanno attaccato il monastero di San Macario di Alessandria a Wadi El-Rayan, nella provincia di Fayoum, circa 150 a sud della capitale. Il fatto è avvenuto alle 8 di sera del 7 settembre, ma solo negli ultimi giorni è emersa la notizia. Durante l’assalto, cui hanno partecipato oltre 300 persone, sono stati sparati gas lacrimogeni, lanciati bastoni e sassi all’ indirizzo dei religiosi, tre dei quali hanno riportato gravi ferite. Secondo quanto riferisce l’agenzia Aina, le forze di sicurezza hanno impedito la consegna di mattoni all’interno dell’antico monastero, necessari per la costruzione di nuove celle da destinare ai religiosi. Gli assalitori hanno anche cercato di confiscare il materiale già consegnato, ma i monaci vi si sono seduti sopra opponendo un fermo rifiuto. Al centro della vicenda sembra vi siano questioni legate al possesso dell’area e all’uso cui andrebbe destinata, che vede opposti i monaci e le autorità. Questi ultimi affermano che Wadi El-Rayan sia una sorta di “area protetta” e intoccabile. I religiosi ribattono che è necessaria la costruzione di nuove celle all’interno del monastero, costruito ben prima che l’area venisse dichiarata dedita alla “conservazione”. Alle 12 del 7 settembre le forze hanno circondato il monastero, mantenendolo in stato d’assedio sino alla stessa ora del giorno successivo. P. Boulos el Makkary, uno degli 85 monaci presenti nella struttura, spiega che gli assalitori hanno rinunciato “dopo aver visto l’insistenza dei monaci, nel rivendicare i loro diritti”, ma hanno anche aggiunto che “presto” sarebbero tornati. I monaci ritengono che il governo voglia impedire la costruzione di nuove celle, per frenare la crescita del monastero e del numero di ospiti. Al momento gruppi di 5 o anche 8 religiosi devono condividere celle che riescono a contenere una sola persona. Il monastero di San Macario – detto anche il “Monastero sepolto”, perché molte delle celle sono grotte nella montagna – rimasto a lungo deserto, per la mancanza di luce e acqua. Tuttavia, dal 1996 i monaci hanno ottenuto il permesso di soggiorno e, nel tempo, ne hanno fissato una dimora “permanente”, ottenendo il relativo permesso dal Ministero dell’ambiente.

Tratto dal sito della Diocesi di Torino

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