IL GAS EGIZIANO VENDUTO A ISRAELE: CHE CASINO!!

Settembre 2010: Il governo de Il Cairo, secondo la stampa locale, starebbe cercando di ricomprare dagli israeliani il gas naturale egiziano venduto a un prezzo stracciato allo Stato ebraico. Un miliardo e mezzo di metri cubi di gas necessari per far funzionare le centrali elettriche rimaste a secco, con il risultato che i centri abitati di 16 distretti provinciali sono rimasti senza energia. L’esecutivo del premier Ahmed Nazif ha negato con sdegno queste indiscrezioni che hanno immediatamente ridato fiato ai critici degli accordi raggiunti con Israele negli ultimi trent’anni, spesso sotto le pressioni degli Stati uniti. Le autorità di governo tuttavia ammettono il buco energetico dell”Egitto, che esporta gas verso lo Stato ebraico, e che al più presto importerà gas per i suoi bisogni interni, con ogni probabilità dall’Iraq.

Ma cerchiamo di capire meglio questo pastrocchio approfittando di un articolo di Micaela De Marco pubblicato nel maggio del 2008 su Limes, autorevole rivista di geopolitica.

La pace tra Egitto e Israele resta un “freddo” affare di stato. Il governo, nel tentativo di risultare credibile agli occhi del suo protettore occidentale, non nega le sue relazioni economiche e politiche con lo Stato ebraico, mentre invece gli egiziani contestano ogni minimo contatto.  L’opposizione al regime del presidente Muhammad Hosni Mubarak si rifiuta di riconoscere la pace tra i due paesi firmata a Washington nel 1979 e sia gli islamisti che i secolaristi fanno sapere che se l’attuale governo dovesse cadere sotto i colpi dell’opposizione, l’accordo contestato verrebbe immediatamente rescisso.

Nel marzo del 2008, l’Egitto ha iniziato a esportare gas naturale ad Israele, secondo quanto previsto da un accordo firmato nel 2005 dalla israeliana Israel Electricity Corporation e dall’egiziana East Mediterranean Gas Company (EMG). Una joint venture condotta da due investitori: l’israeliano Josef Maiman e un noto magnate egiziano, Hussein Salem, che ha poi immediatamente venduto le sue azioni EMG ad acquirenti stranieri. L’accordo prevede che l’EMG rifornisca Israele ogni anno con 1,7 miliardi di metri cubi di gas naturale per 15 anni. Il contratto prevede inoltre la possibilità di aumentare la quantità di gas esportato del 25% e di aggiungere altri 5 anni ai 15 previsti. Si mormora che l’accordo ammonti a 2,5miliardi di dollari, ma questi dettagli risultano ancora piuttosto vaghi. Nel rispetto dei termini dell’accordo, l’EMG si è impegnata nella costruzione e nella gestione del condotto sottomarino di 100 chilometri, attraverso il quale oggi il gas naturale egiziano del Sinai settentrionale giunge al porto di Ashold in Israele partendo dalla città egiziana di Al-Arish. Secondo i dati ufficiali, tra 10 anni oltre il 20% dell’elettricità generata in Israele sarà prodotta grazie al gas naturale egiziano.

La notizia dell’apertura del condotto, ha sollevato in Egitto un prevedibile polverone di polemiche. I primi a provocarle sono stati i Fratelli Musulmani, il partito egiziano islamista moderato che alle ultime elezioni nel 2005, nonostante i brogli e le manovre illegali del regime, ha ottenuto 88 seggi.

La Fratellanza ha infatti definito “scandalosa” e “cinica” la transazione in atto, guidata dalla logica del profitto senza alcuna considerazione per i “fratelli” palestinesi, “quotidianamente esposti alle ingiustizie perpetrate dalle autorità israeliane”.

“Come può l’Egitto vendere ad Israele il suo gas naturale, quando sulla Striscia di Gaza a un milione e mezzo di persone Israele nega cibo e medicine?”, ha provocatoriamente chiesto Essam Al-Arian, uno dei maggiori esponenti della Fratellanza.
L’opposizione parlamentare ha inoltre denunciato il fatto che il gas verrà venduto al governo sionista ad un prezzo più basso rispetto ai prezzi sul mercato internazionale, e ha richiesto che i termini delle negoziazioni siano resi pubblici.

“Perché a Israele vendiamo gas sottocosto?”, s’è chiesto Sabri Aamer, deputato della Fratellanza. Mahmud Ezzat, parlamentare dei Fratelli Musulmani, ha inoltre commentato al Daily News Egypt: “stiamo dando gas a un prezzo di favore a Israele negandolo a chi invece ne ha davvero bisogno”.

Il governo ha risposto difendendo la transazione, definita un affare “nell’interesse nazionale”.
“Il governo vede la vendita come una decisione economica e non politica”, ha spiegato Emad Ghad, analista del Centro di Studi Strategici e Politici di Al-Ahram, e ha aggiunto: “Cairo intende chiaramente inviare un messaggio agli Stati Uniti, per dimostrare che la pace con Israele è fuori da ogni discussione e che l’Egitto è pronto ad ogni tipo di cooperazione economica”.

Ma non solo gli islamisti, l’intera opposizione secolarista si è ribellata all’esportazione di gas in Israele, e ha organizzato una campagna sotto lo slogan “Not to Gas Setback”, lanciata dall’ex deputato Mohamed Anwar El-Sadat, cugino dell’ex presidente Anwar El-Sadat, artefice dell’accordo di pace con Israele firmato a Washington il 1979.

I primi giorni di maggio infatti, gli artefici della campagna si sono riuniti per denunciare la transazione e hanno emanato un documento contro l’accordo firmato nel 2005, definendolo un atto “illegale” ed “incostituzionale”. In occasione di una conferenza che s’è tenuta il 7 maggio, gli aderenti alla campagna hanno definito la transazione come “un prezioso regalo ad Israele per il suo sessantesimo anniversario”.

Al-Sadat ha sostenuto la necessità di bloccare le esportazioni di gas naturale egiziano non solo in Israele ma anche in altri paesi, e di rivolgere le risorse esclusivamente al mercato interno: “Le riserve egiziane di gas naturale sono pericolosamente scarse. Probabilmente nel giro di vent’anni si saranno quasi esaurite”, ha dichiarato El-Sadat, riferendosi all’iniziativa governativa di intraprendere accordi anche con Siria, Libano e Giordania, nel tentativo di vender loro il prezioso gas egiziano.

Il Ministero del Petrolio ha dichiarato che le riserve egiziane di gas naturale ammontano a 62 trilioni di metri cubi, un quarto dei quali venduti sul mercato internazionale. Ma l’esperto in risorse petrolifere Ibrahim Zahran, ha dichiarato che le stime presentate dal ministero sono assolutamente infondate: “Possiedo stime diverse, riconosciute a livello internazionale, che stimano le riserve egiziane a 28/36 trilioni di metri cubi”, e ha aggiunto: “E’ assurdo che il governo rifornisca Israele del suo gas mentre gli egiziani si ritrovano costretti ad acquistarlo sul mercato internazionale, inoltre le stazioni statali necessitano disperatamente di essere rifornite”.

Gli organizzatori della campagna hanno fatto sapere che i loro obbiettivi verranno comunicati in televisione, in radio e sui giornali, oltre ad essere trasmessi attraverso il noto sito di socializzazione telematica Facebook. Gli artefici della mobilitazione faranno inoltre circolare una petizione per raccogliere almeno un milione di firme sia in Egitto che in altri paesi arabi.

Al-Sadat ha concesso al governo un mese di tempo, che scadrà il 5 giugno (anniversario della “catastrofica” guerra “dei sei giorni” del 1967), per rivedere la sua posizione a riguardo: “Se il governo insisterà a procedere con l’accordo, la campagna si preparerà ad organizzare set-in di protesta di fronte al Ministero del Petrolio, agli uffici dell’EMG, nei pressi del condotto del Sinai e di fronte alle ambasciate egiziane all’estero”.

Persino da Al-Azhar, il noto centro del sunnismo internazionale, generalmente “al servizio” del governo, s’è levato un coro di proteste, e il grande shaikh di Al-Azhar, Mohamed Sayed Tantawi, ha messo in guardia: “Tutto il denaro guadagnato dall’esportazione di gas naturale ai sionisti è haram (peccato)”..

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