EGITTIAMO CAFFE’: MONDO INTERNET

Eccoci finalmente, come promesso, al primo post sulle attività che vorremmo portare avanti ad Egittiamo Caffè, simpatico locale che inaugurerà nel centro di Naama bay il primo novembre.

Innanzi tutto qui sopra puoi vedere il logo definitivo e completamente risistemato!
Carino vero??

Nato da un’idea mia e di Sharazad (colei che è stata designata PR del locale) ha visto la luce in una notte di qualche mese fa.
Mettiamo il cuore, la bandiera egiziana, il mare, il deserto. Metti e togli, cambia e prova, io che chiedevo e Sharazad che creava le bozze! E poi, il pesciolino, le piramidi, il cuore egiziano!
In pochi segni grafici le piramidi simbolo universale dell’Egitto, il pesciolino che ricorda la nostra infinita passione per il Mar Rosso. E ancora, il nome Egittiamo, crasi di Egitto ti amo. Siamo proprio soddisfatti del risultato ottenuto e siamo convinti che questo semplice logo diventerà presto molto conosciuto. Ovviamente alla fine anche noi abbiamo dovuto rivolgerci a un grafico professionista per ottimizzare il nostro lavoro, realizzare il logo in alta definizione, dare la corretta bilanciatura degli interspazi della parola Egittiamo. Ma alla fine il risultato ci piace moltissimo!!! E speriamo piaccia anche a te!

Ma veniamo alle iniziative. Ogni giorno ti parlerò di qualcosa, primo per avvicinarci nel modo migliore al momento dell’inaugurazione, secondo per non fare uno sterile elenco

Egittiamo Caffè e Internet: sarà disponibile la connessione wifi, a disposizione gratuitamente di tutti i nostri amici che dispongano del proprio computer. Potrete quindi navigare sul web senza problemi semplicemente chiedendo in cassa la password del giorno! E in più saranno a disposizione dei nostri amici un paio di computer fissi per mezzo dei quali, chi non avesse portato con se il proprio computer, potrete scaricare la posta, leggere e rispondere alle vostre mail, connettervi a facebook e a twitter.

Infine, prenotandola prima dall’Italia, potrete disporre di una chiavetta per navigare in internet senza limiti di tempo ne di download. La chiavetta viene consegnata a fronte di una cauzione di 150 euro che verranno restituiti al termine della settimana quando passerete a restituirla.  Se ne hai necessità contattami in pvt a menevadoasharm@libero.it

INCENDIO IN UNO DEGLI HOTEL PIU’ ANTICHI DEL MONDO

20 ottobre 2010
Brucia l’hotel che ispirò Agata Christie
Un incendio causato da un corto circuito nella lavanderia ha provocato danni in uno degli hotel più antichi del mondo, lo storico «Old Winter Palace» nella città egiziana di Luxor, oggi appartenente alla famosa catena Sofitel

I vigili del fuoco sono riusciti a spegnere l’incendio e non ci sono feriti

L’hotel è stato costruito nel 1886 e si trova lungo le rive del Nilo. Vi ha alloggiato il britannico Howard Carter quando, nel 1922, scoprì la tomba di Tutankhamon nella Valle dei Re. Anche la scrittrice Agatha Christie, autrice del giallo «Morte sul Nilo» è stata ospite dell’hotel.

 

FAUNA DELL’ANTICO EGITTO IN MOSTRA A ZURIGO

Il Museo Rietberg si trova immerso in uno splendido parco adagiato sulle dolci colline di Zurigo. Attraversarlo anche in una giornata uggiosa d’autunno è un piacere per gli occhi, in forte contrasto con gli scenari desertici che fanno da sfondo alla mostra Falchi, gatti e coccodrilli: la fauna nell’antico Egitto, ospitata nelle sue sale fino al prossimo 14 novembre. È una mostra piccola – presenta infatti appena 110 oggetti, in prestito dal Metropolitan Museum di New York e dal Museo Egizio del Cairo – ma vale assolutamente la visita perché fornisce un interessante resoconto sul complesso rapporto che gli Egizi intrattenevano con il mondo animale.
Ad accogliere i visitatori c’è una statua della terribile Sekhmet dalla testa di leonessa, dea della guerra e delle epidemie, ma anche protettrice delle donne e dei bambini. Alle sue spalle c’è un pannello che nasconde alla vista la prima sala dell’esposizione, in modo che gli oggetti possano essere scoperti un po’ per volta e non vengano svelati tutti in un colpo. Ecco allora il dio Anubis, accucciato in posizione vigile e regale, e una piccola stele in onore di Upuaut, un altro dio sciacallo particolarmente venerato ad Abido. Subito però l’attenzione viene attirata dallo splendido falco in rame rivestito d’oro, rinvenuto nei bendaggi della mummia di Pinedjem II, gran sacerdote di Amon, riportata alla luce nel 1881 Gaston Maspero ed Emile Brugsch a Deir el-Bahari, nei pressi di Tebe. La sua preziosità viene esaltata dalla teca quadrata con ampia cornice di colore grigio scuro che la custodisce, mentre l’illuminazione soffusa conferisce un’aura di mistero agli oggetti esposti nelle teche accanto.
fauna_egitto_ippopotamo
Siamo nella prima delle tre tappe in cui si snoda il percorso espositivo, ovvero in quella dedicata al deserto, che precede le sezioni dedicate alle acque e alle terre alluvionali. I pezzi non sono disposti secondo un criterio cronologico, così vediamo oggetti dell’Antico Regno accanto ad altri di epoca romana, tuttavia la rigidità propria dell’arte egizia rende difficile ai non esperti notare differenze stilistiche. Ma torniamo al deserto, che gli Egizi chiamavano Decheret, ovvero Paese Rosso, in opposizione al Paese Nero delle terre alluvionali ai bordi del Nilo, in cui vivevano. Il deserto era considerato il paese dei defunti e gli animali che lo abitavano divennero simboli della vita dopo la morte. Un discorso a parte merita il leone, a cui erano associati i valori positivi di forza e virilità, tanto da diventare presto emblema del faraone (a cui solo riservato il privilegio della sua caccia), ma che simboleggiava anche le forze del caos, mentre la scimmia rimandava alle sfere della sessualità e della fecondità. Il ricco mondo della fauna forniva agli Egizi un vasto repertorio per rappresentare i vizi e le virtù degli uomini, come risulta evidente nelle favole moraleggianti che avevano degli animali per protagonisti; in mostra è esposto un frammento di dipinto datato alla XVIII dinastia sul quale è sopravvissuta la testa di un asino e si intravede ancora quella di un gatto nero. Proprio questi lacerti di disegni e pitture sono molto interessanti perché restituiscono raffigurazioni più fresche e “naturalistiche” degli animali, compagni di vita quotidiani degli Egizi, scampati per una volta alle rigide regole dell’arte ufficiale. Un altro aspetto da sottolineare è che sono esposti animali che non siamo soliti collegare all’antico Egitto, come per esempio rane (ce ne sono diversi esemplari eseguiti in vari materiali, tra cui il lapislazzuli), mosche, cigni e lontre, accanto ai più “tradizionali” falconi, tori, gatti e scarabei. Una nota negativa è invece costituita dalle didascalie solo in tedesco (punto debole che avevo segnalato già nella recensione della mostra dedicata a Teotihuacan), ma per fortuna viene in soccorso del visitatore non germanofono il libretto in inglese e francese gratuitamente a disposizione all’ingresso della mostra. La lettura di questa guida è caldamente consigliata perché alcuni particolari altrimenti sfuggirebbero, come il cartiglio di Tutmosis III disegnato su un piccolo pesce in steatite (a indicare che l’oggetto era un dono di o per il faraone) o le tre tacche incise su una gazzella, segno che l’oggetto era in realtà un peso (pari a tre deben, l’unità di misura egiziana) per pesare l’oro, spesso impiegato come mezzo di pagamento.
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Tra i pezzi più significativi segnaliamo un coccodrillo in granito di epoca romana, in cui naturalismo e stilizzazione sono perfettamente amalgamati dalle mani dell’anonimo artista che l’ha realizzato; un agile cane slanciato nella corsa e un serpente in granodiorite raffigurante il dio Asclepio: si tratta molto probabilmente del coperchio di un grosso recipiente. Attraverso la fessura che si trova tra le sue spire i pellegrini in visita al tempio del dio della medicina deponevano le preghiere con le richieste di guarigione per sé o per i propri parenti malati. Quello che a prima vista sembra un gambaletto è invece la mummia di un gatto. Dalla guida si apprende che in alcune città, dove il culto del felino domestico era particolarmente sentito, esistevano veri e propri cimiteri in cui venivano depositate le mummie di questi animali, per esempio a Bubastis e a Saqqara. Le analisi condotte in laboratorio hanno però dimostrato che spesso queste mummie contenevano “frattaglie” di diversi animali. Quella in mostra, però, contiene davvero un micio! A sigillo dell’esposizione gli organizzatori hanno collocato un cippo con una stele di epoca tolemaica sulla quale i geroglifici descrivono formule magiche per proteggerei i fedeli da serpenti e scorpioni, pericolo quotidiano anche in epoca tolemaica, quando fu realizzato. Il catalogo a corredo è riccamente illustrato, nonostante sia molto snello (poco più di 100 pagine); purtroppo però è disponibile soltanto in tedesco.

VIVERE A IL CAIRO

La MEGALOPOLI CHE NON DORME MAI RACCONTATA DA CHI L’HA SCELTA COME DIMORA
di VINCENZO  MATTEI sul blog clubamicimondoarabo

Una cosa bisogna mettere in chiaro per chi viene a visitare Il Cairo: questa non è una città per rilassarsi e né tanto meno per passare un fine settimana romantico.

Mettiamo da parte tutti i luoghi comuni, la maggior parte dei turisti che capita da queste parti sono gli stessi che optano per il pacchetto completo Sharm el Sheik, Hurghada o Luxor, per poi venire nella capitale egiziana un paio di giorni, ricalcare le orme della guida turistica e rientrare in albergo per prepararsi al massacro del giorno successivo.

Inoltre mettiamo in conto che questi eroi del turismo devono sobbarcarsi un viaggio di 600 km da Sharm per vedere le piramidi e rimanere inesorabilmente delusi. Già, perché l’ultima Meraviglia del mondo antico, sopravvissuta alla storia dell’uomo e dei vari cataclismi naturali, risulta inesorabilmente sminuita dai continui venditori di bibite, cartoline e kefia, dai propinatori di cammelli e cavalli, e dalle false guide turistiche che sono sul chi va là per puntare il primo turista sprovveduto pronto a crederlo. Così l’incanto di trovarsi davanti a un’opera grandiosa d’ingegneria antica, che ancora cela i suoi segreti, perde colore e magia.

Per ritrovare quell’idea di misticismo bisogna recarsi a Dashur o a Menfi, che si trovano a circa 50 km dalla capitale. Lì veramente può capitare di trovarsi all’interno della piramide Rossa completamente soli; però in questo caso occorre affittare un’auto o un tassista, è sconsigliato appoggiarsi ai vari alberghi perché si rientrerebbe nuovamente nella spirale del turismo di massa.

Gli stessi turisti si trovano spiazzati davanti al perenne traffico congestionato del Cairo. La maggior parte di loro pensa di andare in una città dalle Mille e una Notte, come incastrata in un tempo sospeso nell’incanto e nel fascino di dieci o più secoli fa. Il Cairo è tutto e il contrario di tutto, ma niente a che vedere con l’immaginario – forse un po’ infantile – di molti europei che vengono a visitarla.

Il Nilo è costellato da grattacieli e ville in stile liberty dell’inizio del secolo scorso, che molti egiziani odiano perché simbolo di un periodo di occupazione straniera (Naghib Mahfuz, scrittore egiziano premio Nobel per la letteratura nel 1988, ci ricorda che negli anni ’30 era vietato l’ingresso agli egiziani all’opera di Alessandria), e da abitazioni fatiscenti e palazzi alti venti piani che sembrano uscire da un’architettura di stampo sovietico anni ’60. Quartieri poveri costruiti alla periferia della città con strade senza asfalto, palazzi di mattoni crudi, rivenditori di qualsiasi merce sui marciapiedi, un un’anarchia di esseri umani che si muovono in un via vai sincronizzato dai doveri giornalieri, bambini che puliscono le scarpe per uno o due lire egiziane, o cimentandosi come apprendisti meccanici, capre che ruminano nella spazzatura che ricopre le strade principali del rione. Quartiere Fatimita (o Islamico) dietro il bazar di Khan Al Khalili, un luccichio di moschee ristrutturate recentemente con la cooperazione dell’UNESCO, strade asfaltate con lastre di pietre ben levigate, pulite, i negozi offrono la loro mercanzia in piccole botteghe ben ordinate, vassoi e teiere d’antiquariato che sembrano uscire da un’altra epoca. I bambini in questo quartiere sfoggiano quei sorrisi che spezzano il cuore, le donne velate portano orgogliosamente le cesta sopra il capo. Qui, in via Al Mu’ezz il Din, forse è l’unico angolo in cui Il Cairo ricorda uno di quei luoghi narrati da Sharazad. Due quartieri agli antipodi, accomunati da quello strato di smog e polvere del deserto.

Il centro della città è un melting pot di popoli dell’Africa orientale e settentrionale, come di molti paesi del Medio Oriente ed i molti europei e americani. Gli italiani si trovano un po’ in tutte le zone della città, ma molti vivono a Zamalek, l’isola che nel secolo passato ospitava dignitari britannici, ma l’architettura ricorda più alcuni quartieri di Roma piuttosto che Londra. Ma questa è una peculiarità di tutto il Cairo, forse perché ad ogni modo rimane pur sempre un paese mediterraneo e forse anche perché agli inizi del ‘900 la comunità italiana era la seconda più grande dopo quella greca. Purtroppo il concetto di manutenzione della proprietà privata è molto debole, così alcune di queste antiche ville si salvano solo perché sono state trasformate in ambasciate, consolati, o scuole private. Gli egiziani non hanno un forte senso della comunità, l’interesse peculiare è sempre al di sopra di tutto. Così non esistono condomini con un amministratore, si entra in alcuni palazzi e non c’è la luce ai piani. Questo si traduce anche a livello statale dove per esempio non esiste una raccolta dei rifiuti se non da parte dei zibelin che sono clan di famiglie che organizzano la raccolta, differenziandola e rivendendola alle varie industrie di cartone, plastica, vetro … un sistema ingegnoso che garantisce il riciclaggio di materie prime e offre lavoro, l’unico risvolto negativo è che spesso ci sono bambini al di sotto dei dieci anni che ci lavorano. Per contro, una caratteristica degli egiziani è la loro innata simpatia e l’aiuto che sanno darsi reciprocamente e che danno volentieri anche agli stranieri, tuttavia, alcuni lo fanno solo per ottenere una lauta mancia. Questo atteggiamento di voler a tutti i costi aiutare, a volte può essere molto insistente, e spesso le donne bionde, ma non solo, del nord Europa non lo apprezzano particolarmente.

Le italiane forse sono più abituate, ciò è dovuto al comportamento tipicamente italico dei maschi che per certi versi ci accomuna ai cugini egiziani, sebbene in Italia quella d’importunare le straniere fosse più un atteggiamento tipico degli anni ’50 e ’60, dove la rivoluzione sessuale doveva ancora avere il suo corso. Il risvolto di quanto detto sopra ed altri aspetti della vita sociale egiziana, crea per lo straniero che vive al Cairo, il bisogno di evadere e di frequentare spazi e luoghi di aggregazione più familiari. Così si tende a riunirsi tra stranieri, cercando un proprio spazio isolato dentro la realtà cairota.

Ad ogni modo bisogna anche mettere in conto che ci sono molti europei, principalmente quelli che hanno fatto studi di lingua araba o sul Medio Oriente, che riescono a integrarsi maggiormente con il tessuto locale. Ciò è dovuto alla conoscenza della lingua, e della storia del paese che li ospita, che diventa un tramite e una facilitazione per conoscere i substrati del territorio e della cultura, delle abitudini e costumi locali. Spesso, questi studenti, riescono a trovare un lavoro che li aiuta a sostenere le spese per il soggiorno nel paese. Capita che diversi di loro rimangono a vivere al Cairo a tempo indeterminato.

Oggigiorno, vista l’attuale crisi economica in Europa, potrebbe essere una soluzione quella di ritornare all’emigrazione tipica dei nostri avi del XIX e XX secolo: emigrare all’estero per cercare un lavoro e altre possibilità di vita. Una differenza fondamentale rispetto alle emigrazioni di un secolo fa, è il know-how dei giovani europei: allora era soprattutto manodopera di bassa qualità che emigrava, mentre oggi sono professori, ingegneri, architetti, informatici… che possono competere maggiormente a livello internazionale. Gli europei, appena arrivano nella città, hanno bisogno di tempo per abituarsi a lavorare dalla domenica al giovedì e ad essere imbottigliati nel traffico come tutti i cairoti, sebbene chi lavora per grandi compagnie preferisce avere un autista, in modo tale da evitare di arrivare in ufficio già stressato, rimanendo comodamente seduto sul sedile posteriore con il suo palmare o portatile, rigorosamente connesso alla rete con una chiavetta internet.

All’inizio si approfitta dei fine settimana per visitare i monumenti della città. Poi a poco a poco si allarga il raggio di perlustrazione. Prima si visita il deserto (si rimane sempre affascinati da quello Nero e da quello Bianco che si trova a metà strada tra le due oasi di Bahariyya e Farafra), poi il mar Rosso e lo spettacolo di tuffarsi dentro un acquario.
Le mete diventano sempre più allettanti perché in un certo senso tutto sembra a portata di mano. Si possono pianificare viaggi verso nord-est: in Giordania, Siria, Turchia, Golfo Persico, Yemen; e verso il sud: Sudan, Eritrea e altri paesi cercando di evitare quelli più a rischio.

Inoltre calcolando che la vita in Egitto può costare fino a 6/7 volte meno che in Europa, i viaggi sono sicuramente alla portata di ogni europeo; chi non vuole rinunciare ai comfort e a un certo lusso, deve per forza di cose mettere mani al portafogli. Personalmente sono un fautore dello “slow-trip”, ma forse perché ho il tempo di permettermelo, penso che sia il modo migliore per assaporare il viaggio in tutti i suoi aspetti passando da una regione all’altra: cambiano le persone, le abitudini, i comportamenti, la lingua assume intonazioni diverse, il paesaggio è un contrasto tra terre brulle, steppose, montagnose, pianeggianti … Sinai, Giordania, Siria, fino ad arrivare alle porte di Damasco.
Qui si entra nella città antica, allora si respira quel sapore millenario di una città ininterrottamente vissuta da cinque millenni. Normalmente chi mette mano al portafogli compra direttamente il biglietto dell’aereo, perdendo l’occasione di assaporare il fascino del lungo viaggio.

Sono fautori del cosiddetto turismo “mordi e fuggi”, allo scopo di poter dire di aver visitato i posti importanti o conosciuti della regione. La causa principale di questo tipo di viaggi la si può ritrovare nell’ottica di molti residenti stranieri al Cairo di trascorrere la vera vacanza nella propria patria per un periodo di almeno tre settimane (la maggior parte delle mogli degli impiegati nelle multinazionali normalmente passano tutto il periodo estivo con la famiglia, da fine maggio a inizio settembre, in Italia). Spesso questo tipo di approccio crea a sua volta un malinteso, o forse un’ovvia verità, con gli operatori turistici egiziani, giordani o siriani: si vede il turista come un oggetto a cui spolpare più soldi possibili perché al turista interessa solo scattare fotografie e seguire la guida, e non conoscere la tradizione e la realtà del luogo che sta visitando.

Ritornando alla città del Cairo, per quanto confusionaria e caotica, ha le sue regole e i suoi codici non scritti. Lo Stato cerca di fare il possibile per fornire i giusti servizi e infrastrutture, ma deve districarsi con una popolazione di oltre 80 milioni di abitanti (statistiche ufficiose parlano di 100) e una forte corruzione nell’amministrazione statale, fatta di tangenti e conoscenze per ottenere favori o agevolazioni. Dove non arriva lo Stato, ci pensa il mutuo aiutarsi degli egiziani e spesso le moschee, le quali fungono da aiuto esterno che indubbiamente aumenta i proseliti. È simile alla funzione che esercita la chiesa cattolica in Italia: svolge sia un ruolo di aggregazione dei fedeli, ma anche di supporto alle famiglie meno agiate.

L’elevato numero di abitanti dell’Egitto non deve trarre in inganno. Infatti, per quanto si possa rimanere spaesati nella capitale egiziana dovuta alla sua estesa grandezza, il Cairo è una delle città più sicure al mondo, certo, spiacevoli inconvenienti possono capitare, ma ciò dipende anche dal proprio senso di responsabilità. Gli europei residenti, durante la settimana si dedicano al lavoro o alla studio, la vita notturna cairota può trascinare in un vortice dell’uscita quotidiana.

D’estate i cairoti rimangono svegli fino alle 3 del mattino per cercare un po’ di refrigerio sui ponti del Nilo, dove la brezza è piacevole ed è come se trasportasse i sogni delle coppiette e delle famiglie egiziane che vi passeggiano. Normalmente i primi mesi al Cairo si cerca di sperimentare il più possibile, anche perché la città offre divertimenti di tutti i tipi: dalle discoteche sui battelli ancorati sul Nilo, a quelle di altri quartieri più altolocati come Mohandeseen o Maadi; dai tipici caffè egiziani del centro, dove i giovani, gli artisti locali (o pseudo tali) e gli stranieri s’incontrano e conversano tra un tè e un narghilè, ai locali per andare a vedere la danza del ventre sulla strada di Giza; dai ristoranti più raffinati di Zamalek e Maadi, dove si può ordinare del cibo tipico mediorientale e internazionale, a pasteggiare nei caffè egiziani con gli amici con un take away dei cibi locali più popolari; dai party in casa a quelli organizzati nei club stranieri o nelle barche ormeggiate sulle sponde del fiume.

Gli stranieri più integrati nella società spesso s’incontrano con amici egiziani nei Nadi, club sportivi di diversi ettari quadrati. Ci si ritrova la sera o i fine settimana con tutta la famiglia o con quelle dei propri amici. Qui spesso i bambini instaurano rapporti d’amicizia che dureranno tutta la vita. Normalmente è obbligo di ogni capofamiglia egiziano iscrivere i membri del proprio nucleo familiare a un Nadi, dal tipo di club che si frequenta spesso si può risalire all’origine sociale della famiglia. Normalmente non ci sono differenze tra club cristiani e musulmani, sono sempre misti, con ovvia preponderanza dei secondi. Infatti, un aspetto che caratterizza la società egiziana, ma non è l’unica nel Medio Oriente, è la convivenza pacifica tra le due grandi religioni che dura da secoli. Non è inusuale, se non la regola, trovare moschee e chiese una a fianco dell’altra. Certo, a volte si assiste a episodi di intolleranza che capitano maggiormente nell’Alto Egitto (normalmente non coinvolgono gli stranieri).

Questi atti non turbano il quieto vivere dei cittadini. Al Cairo esistono molte chiese per le diverse ramificazioni della religione cristiana: cattoliche, anglicane, protestanti, armene …che permettono agli stranieri di poter esercitare il loro culto. A questo proposito è interessante notare come ognuno porti con sé parte del paese di provenienza, cercando di riprodurlo in quello ospitante, cercando di creare le stesse situazioni che avrebbe in patria: amici, escursioni, vacanze, interessi culturali, passioni, hobby e tempo libero. Perché l’allontanamento da casa, è solo un inganno del tempo e dello spazio, mentre il cordone ombelicale che ci riporta alla nostra nazione di nascita non può essere reciso. Un americano rimarrà sempre un americano, come l’egiziano e l’italiano, come quel contadino che da qualche angolo remoto dell’Egitto va al Cairo in cerca di lavoro e fortuna. Già, Il Cairo, megacity fatta di mille piccoli villaggi al suo interno che sembrano un qualsiasi comune sperduto nell’entroterra.

Cairo, una Spaccanapoli mediorientale che non si addormenta mai, punto d’incontro di genti e razze, crocevia della Via della Seta che di quell’epoca sono rimaste solo le moschee mammalucche e le leggende narrate.

SETTIMANA DELLA LINGUA ITALIANA A IL CAIRO

A Il Cairo Stefania Craxi interviene alla Università statale per inaugurare la settimana della lingua italiana nel mondo