FOOD FRESH GATE LA FIERA DELL’ORTOFRUTTA A SHARM DAL 27 AL 29 NOVEMBRE

The 2nd edition of the B2B specialized matchmaking event to meet with all main Egyptian producing and exporting companies will take place on 27-29 November 2010 in Sharm El Sheikh.

The meeting will gather more than 200 Egyptian companies presenting high quality fresh produce (such as strawberries, citrus, onions, potatoes, grapes, capsicum, green beans, iceberg…) as well as processed food products (such as juice, dairy products, olive oil, olives, frozen fruit and vegetables etc.) and cut flowers.

Some 1000 visitors from throughout the world are expected to attend the event including importers, wholesalers, distributors, as well as representatives of discount stores, retail chains and supermarkets.

The event will be a unique opportunity for international buyers to meet with all main Egyptian producing and exporting companies, to make contacts and discuss closely on business opportunities.

The event is organized by the Egyptian Exporters Association (Expolink), in cooperation with Egypt’s leading organizations such as AEC (Agriculture Export Council), the Food Export Council and the Industrial Modernization Centre (IMC), and it will be held in the Sharm El Sheikh Maritim Congress Center.

TRADUZIONE APPROSSIMATIVA:

La seconda edizione dell’appuntamento B2B permetterà l’incontro dei principali coltivatori e esportatori egiziani a Sharm dal 27 al 29 novembre

All’appuntamento intervrranno coltivatori, società di lavorazione e coltivatori di fiori recisi

Sono attesi più di 1000 visitatori specializzati

E’ un’occasione unica per i visitatori stranieri di entrare in contatto con le principali aziende del settore egiziane.

 

19 REPERTI DELLA TOMBA DI TUTANKHAMON DAL NEW YORK A IL CAIRO

Gli egittologi al Metropolitan Museum of Art di New York hanno identificato 19 piccoli gioielli e statuette che erano stati presi illegalmente dalla tomba di Tutankhamon ed erano finiti nella collezione del museo agli inizi del secolo scorso.

I manufatti sono 15 “pezzi e campioni (bit and samples)” e quattro reperti di interesse storico-artistico significativo. Tra questi vi sono una statuetta di bronzo di un cane e una sfinge di lapislazzuli – una pietra preziosa – oltre alla parte di un manico (handle) e a un collare.

Dopo un’approfondita indagine sulla storia dei reperti, gli esperti del museo hanno concluso che “senza dubbio provengono dalla tomba di Tutankhamon”: erano stati documentati durante gli scavi ma non apparivano in alcuna fotografia.

“A causa della precisa legislazione riguardo quello scavo, questi oggetti non avrebbero mai dovuto lasciare l’Egitto, e perciò dovrebbero spettare di diritto al governo egiziano”, ha detto il direttore del Metropolitan Museum Thomas P. Campbell.

Prima di rimpatriare, però, gli oggetti verranno esposti fino a gennaio nella mostra su Tutankhamon a Times Square, e successivamente al Metropolitan Museum of Art per altri sei mesi. Al ritorno in Egitto verrà dato loro un posto speciale nel Museo Egizio del Cairo e infine verranno spostati, insieme al resto della collezione di Tutankhamon, nel nuovo Museo Egizio a Giza.

Già nel 1978 l’allora direttore del Metropolitan Museum, Thomas Hoving, scriveva nel suo libro “Tutankhamun: The Untold Story” che Howard Carter, lo scopritore della tomba, rubò degli oggetti dal sito e li rivendette in segreto al suo museo.

Carter riferì che il 26 novembre del 1922 lui e altri tre colleghi (tra i quali Lord Carnarvon, l’uomo che finanziò lo scavo) guardarono nella tomba di Tutankhamon attraverso un buco, videro “cose meravigliose” e poi richiusero il buco in attesa dell’arrivo delle autorità egiziane, come richiesto dalla legge.

Secondo Hoving le cose andarono però diversamente. Carter e Carnavon non aspettarono le autorità, ma cercarono segretamente le camere interne della tomba, si misero in tasca diversi oggetti e richiusero il buco. È “uno dei segreti meglio tenuti nella storia dell’egittologia”, scrisse.

All’epoca il governo egiziano permetteva agli scavatori di tenersi una parte sostanziale dei ritrovamenti dagli scavi intrapresi e finanziati da loro. Invece, durante il decennio che ci mise il team di Carter a recuperare le migliaia di oggetti dalla tomba di Tutankhamon, divenne sempre più chiaro che non ci sarebbe stata alcuna spartizione.

Presto cominciarono a circolare varie teorie di importanti manufatti, dell’epoca di Tutankhamon e facenti parte di collezioni al di fuori dell’Egitto, che in realtà provengono dalla tomba del faraone.

Tali ipotesi si sono intensificate dopo la morte di Carter nel 1939, quando un certo numero di manufatti antichi fu ritrovato proprio nella sua tenuta. Tra questi figurano la maggior parte dei 19 oggetti in questione, che finirono in eredità al Metropolitan Museum poiché lo stesso Carter gleli volle lasciare in eredità la sua casa di Luxor.

Al momento dell’acquisizione, tuttavia, tutti i reperti vennero esaminati approfonditamente da esperti e rappresentanti del governo egiziano; nella maggioranza dei casi anche successive ricerche non avevano evidenziato una provenienza dalla tomba di Tutankhamon.

LA CRISI DELL’ACQUA DEL NILO

E’ ancora guerra, seppur solo verbale, sulle acque del Nilo. Ieri il Primo Ministro etiope, Meles Zenawi, ha lanciato durissime accuse all’Egitto reo, secondo l’Etiopia, di armare e finanziare i ribelli etiopi legati (tra le altre cose) al nemico giurato eritreo. Il motivo sarebbe il controllo del flusso delle acque del Nilo, ridotto moltissimo negli ultimi anni e indispensabile per l’economia egiziana.

In una intervista alla Reuters il Primo Ministro Etiope ha detto che Il Cairo finanzia i gruppi ribelli legati all’Eritrea e all’estremismo islamico allo scopo di destabilizzare il Corno d’Africa. Il motivo, secondo Zenawi, sarebbe il controllo del flusso delle acque del Nilo. L’Etiopia negli ultimi anni ha costruito cinque grandi dighe lungo il corso del Nilo che attraversa il Paese e si appresta a costruirne un’altra di enormi dimensioni. Questo ha portato una drastica diminuzione del flusso delle acque verso l’Egitto, flusso dal quale dipende 85% dell’economia agricola egiziana.

L’Egitto pretende l’applicazione dell’accordo sul Nilo del 1929 il quale prevede un flusso di 55,5 miliardi di metri cubi l’anno verso la terra dei Faraoni di cui buona parte proveniente dall’Etiopia. La costruzione delle dige a monte e un nuovo accordo sottoscritto da Etiopia, Uganda, Tanzania, Rwanda e Kenya che limita il flusso di acqua verso l’Egitto tenendo conto anche dei recenti cambiamenti climatici, ha messo in difficoltà l’economia agricola egiziana. Da qui le proteste del Cairo nei confronti soprattutto di Etiopia e Uganda.

Immediate le reazioni egiziane alle accuse lanciate da Meles Zenawi. In un messaggio diffuso in serata, il portavoce del Ministero degli Esteri egiziano, Hossam Zaki, ha definito “deplorevoli” le parole del Primo Ministro etiope. “L’Egitto è saldamente su posizioni giuridiche e politiche per quanto riguarda la questione delle acque del Nilo e ha sempre sostenuto il dialogo e una soluzione politica” ha detto ancora Zaki. “Sostenere che l’Egitto finanzia e arma le milizie ribelli etiopi è del tutto falso”.

La questione del controllo dei flussi delle acque del Nilo, per lo più trascurata dalla comunità internazionale, rischia invece di accendere le polveri in un’area molto vasta dell’Africa Sub-sahariana. Il Sudan si è già schierato con l’Egitto mentre i cugini Sud Sudanesi sono a fianco di Etiopia e Uganda. La questione non è di secondaria importanza alla vigilia di un referendum importante come quello che a gennaio vedrà il popolo del Sudan Meridionale decidere se attuare o meno la secessione da Khartoum. L’Egitto, sul referendum, ha più volte interferito negli ultimi mesi arrivando a condizionare il comportamento della Lega Araba spingendola a schierarsi contro la secessione. Dal Cairo nelle ultime settimane sono partiti molti finanziamenti destinati a Hassan al-Turabi, fermo oppositore della secessione, finanziamenti che potrebbero (come in passato) finire nelle mani di gruppi ribelli operanti nel sud Sudan allo scopo di destabilizzare l’area (per esempio il Lord’s Resistence Army).

I dubbi di Meles Zenawi non sono quindi del tutto campati in aria. L’Egitto esercita effettivamente una grandissima pressione su quegli Stati che vorrebbero rivedere l’accordo sul Nilo del 1929 e per farlo usa qualsiasi mezzo. La Comunità Internazionale non può più rimanere alla finestra a guardare, deve intervenire e imporre una mediazione seria. Diversamente quella che ancora è solo una guerra di parole potrebbe trasformarsi in una guerra vera e propria.

LA SOTTILE MAGIA DEL DESERTO BIANCO

Ha un fascino quasi fuori dal reale il Deserto bianco dell’area occidentale dell’Egitto, che colpisce soprattutto gli amanti del safari. Davanti agli occhi del visitatore, infatti, si mostrano fiere surreali formazioni rocciose che stanno diventando, anno dopo anno, di grande richiamo soprattutto per i viaggiatori europei. L’area in questione ha inizio a nord dell’Oasi di Farafra e prosegue per ben 50 chilometri, estendendosi in larghezza per 20 chilometri su entrambi i lati della strada. Il suolo è composto da gesso e pietra calcarea, con un aspetto che a tratti ricorda la neve. Particolarmente frequentata dai beduini, viene pure detta Valle delle carote, dato che gli speroni appuntiti e lavorati dall’erosione del vento, somigliano all’ortaggio. Tutta questa parte d’Egitto, sembra lontana anni miglia da monumenti e testimonianze legate alle antiche cività. Vale la pena però, ugualmente, di cercare una offerta o dei last minute, che permettano di arrivare in Africa del Nord e organizzare un soggiorno da queste parti.

Sulla strada da Bahariya, sullo sfondo desertico, spiccano questi enormi massi che fanno pensare per la loro forma ad uccelli, cammelli di pietra, sfingi e a qualunque personaggio riesca a concepire la propria fantasia. Il colore della roccia, poi, assume una gradazione differente a seconda delle ore della giornata e della posizione del sole. Diventa, in tal modo con delle sfumature rosa, arancio o azzurrine che ne completano l’immagine suggestiva. Non è certamente un luogo affollato o comune dove poter trascorrere le vacanze di Natale o un anniversario particolare, ma l’esperienza potrebbe risultare davero unica in ogni periodo dell’anno.

Nonostante si pensi il contrario, qui non mancano le sorgenti, a partire da quelle di Ain es-Sarru, fino ad arrivare a quelle di Bir Mafki e Ain el-Wadi. Sono formate da collinette e non da cavità che si formano quando la sabbia si deposita sulla vegetazione che cresce intorno all’acqua. Una escursione nella zona sicuramente da non perdere, è quella alla Montagna di Cristallo, un manto di roccia ricoperto dal quarzo.

LA CONDIZIONE DELLA DONNA IN EGITTO

(Cairo) Hoda Gameel, 22 anni, è una delle tante donne egiziane spinte nel mondo del lavoro dal bisogno e dalle circostanze. Se in passato lasciare le mura domestiche può aver reso alcune donne libere, oggi le donne egiziane non ricevono la giusta considerazione e, al contrario, tornano a rifugiarsi nella tradizione.

“Ero ambiziosa e avevo sogni. Ora voglio solo sposarmi e stare in casa”, ha dichiarato Gameel. “La mia sola speranza è quella di potermi riposare, quando mi sposerò”.

Gameel si sveglia alle 7, prepara la colazione ai due fratelli minori, li accompagna a scuola, torna a casa a stirare e poi va al lavoro – vende foulard copricapo nello stand di uno sfarzoso centro commerciale. La sera, dopo aver affrontato 90 minuti di traversata nel traffico del Cairo su un autobus malridotto, cena, studia e finalmente riposa.

È una sfacchinata che frutta a malapena 100 dollari il mese, con tutti gli straordinari. Una storia tristemente ordinaria nei paesi dove la tradizione ancora priva la maggior parte delle donne di opportunità e l’unica possibilità sono lavori mal pagati e poco soddisfacenti.

Gameel ha il peso ma non i vantaggi dei suoi coetanei. “Mi sento un uomo. Gli uomini sono quelli che in teoria dovrebbero lottare e sostenere il peso della famiglia. Una donna dovrebbe invece offrire amore, affetto ed essere protetta. Non dovrebbe essere impegnata fuori casa tutto il tempo”.

La maggiore di quattro figli, al quarto anno di studi di ragioneria, Gameel ha dovuto rimboccarsi le maniche, quando il padre, operaio analfabeta, si è ritirato dal lavoro a 51 anni a causa di una grave forma di asma. Contemporaneamente, sua madre ha dovuto lasciare il posto nella fabbrica dove cuciva vestiti per meno di 50 dollari il mese perché troppo soprappeso.

Quando aveva 19 anni, Gameel lavorava come segretaria in una piccola compagnia che vende condizionatori d’aria. Il lavoro d’ufficio le piaceva e il suo salario era il doppio di quello attuale. Ma il suo capo era un po’ troppo premuroso, “continuava a far cadere cose di proposito perché mi chinassi per raccoglierle”. Quando Gameel si lamentò con i colleghi, la voce arrivò al capo che la licenziò.

Da una recente ricerca condotta dal Pew Research Center di Washington in collaborazione con l’International Herald Tribune è emerso che l’Egitto è uno dei paesi in cui le donne che lavorano sono maggiormente svantaggiate e i pari diritti sono un obiettivo più che una realtà. Il 61% degli intervistati ha detto che le donne dovrebbero poter lavorare fuori casa. Ma il 75% ha aggiunto che in tempi di scarsità di lavoro, gli uomini dovrebbero avere la precedenza.

L’Egitto è al 120° posto su 128 paesi in quanto a uguaglianza di genere secondo il Global Gender Gap Report del World Economic Forum, che mette l’accento sulla scarsa performance del paese in quanto a empowerment politico e opportunità economiche concrete per le donne. E le cose potrebbero peggiorare ulteriormente per le donne. Mentre il settore pubblico è stato tradizionalmente più ospitale nei confronti delle donne, l’apertura dell’economia al settore privato le sta penalizzando. Secondo il rapporto 2010 del Population Council, il tasso di disoccupazione tra le giovani tra i 15 e i 29 è al 32% circa, più del doppio del 12% tra i giovani della stessa fascia di età.

Le donne in Egitto occupano solo 8 dei 454 seggi del Parlamento e 5 parlamentari sono state nominate direttamente dal presidente. Ci sono solo 3 ministre e nessuna donna tra i 29 governatori.

Quando le donne hanno chiesto di diventare giudici del Consiglio di Stato, il tribunale amministrativo più alto, l’assemblea generale del Consiglio ha votato contro, argomentando che l’emotività e i doveri genitoriali delle donne non le renderebbero adatte a tale compito. La decisione è stata ribaltata a marzo in seguito al ricorso presentato alla corte costituzionale dal Primo Ministro Ahmed Nazif ma, di fatto, nessuna donna è entrata a far parte del Consiglio.

Analogamente, il Parlamento ha approvato lo scorso anno un testo di legge che riserva alle donne una quota di 64 seggi alla camera dei deputati nei prossimi due mandati quinquennali, a partire dalle prossime elezioni che si terranno in autunno.

Solo le donne influenti “possono permettersi delle ambizioni,” mentre la maggior parte delle donne appartiene alla classe medio-bassa. Inoltre, l’analfabetismo femminile rimane alto: il 47% delle donne rurali e il 23% di quelle urbane non sono in grado di leggere o scrivere.

La ragazza prosegue caparbiamente i suoi studi e frequenta corsi d’Inglese l’estate. Vuole un lavoro in banca, per l’orario (il lavoro finisce alle 2), un tipo di lavoro che vede come l’unica possibilità di avere una carriera dignitosa e un matrimonio felice.

“Lavoro come una macchina,” ha detto. “Non ci sono promozioni, lo stipendio non ha aumenti e non c’è pietà. Dov’è il senso di realizzazione in tutto ciò?”

Sono le 11:00, Gameel fa i conti della giornata, chiama il proprietario e chiude lo stand. Porta a casa okra surgelati che la madre cucinerà per cena. Si trascina sull’autobus. Guarda fuori del finestrino. E solo a metà del tragitto, finalmente dice: “Anche solo questo viaggio accidentato finirà con l’uccidermi”. (fonte: New York Times) (Tratto da http://www.deltanews.net)

IL VIRUS IN VALIGIA

Chikungunya, Alkhurma e Dengue sono i nomi esotici di alcune malattie infettive che da qualche anno stanno facendo capolino nel nostro Paese. Grazie al turismo diffuso e ai viaggi di rientro degli immigrati. A fare il punto su questi “virus in valigia” sono stati gli esperti riuniti mercoledì mattina a Roma per il IX congresso annuale della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit).

«L’Alkurma ha fatto la sua comparsa a Bergamo portata da due turisti di rientro dall’Egitto, ma la sua origine è l’Arabia Saudita – afferma Giuseppe Ippolito direttore scientifico dell’Istituto di malattie infettive “Lazzaro Spallanzani” di Roma – l’agente infettante era in una zecca che ha pizzicato i connazionali mentre erano in un mercato di cammelli».

«I casi di Dengue in Italia non sono più di 100 – prosegue Ippolito – e per quanto riguarda la Chikungunya, ad oggi, non ci sono infezioni sul territorio. Anche se ancora si ricordano i 250 casi scoppiati nel 2007 in Emilia Romagna». Altro ospite arrivato da lontano è stato nel periodo 2008-2009 il virus West Nile, che ha causato in Italia la comparsa di casi umani di encefalite.

«Il virus del Nilo occidentale arriva dall’Africa – spiega l’esperto – e si è mostrato capace di provocare casi di patologia nell’uomo nel Mediterraneo e in Europa orientale. Un altro patogeno è il flavivirus Usutu, di origine africana e attualmente in circolazione nel nostro Paese».

Secondo gli specialisti questi virus hanno una grande capacità di adattamento e sono in grado di mutare ed entrare nel circolo vitale degli insetti che veicolano l’infezione. «Anche per questo non vanno sottovalutati – afferma Evangelista Sagnelli, presidente della Simit -. Profilassi e attenzione devono essere le parola d’ordine di chi si reca in zone dove ci sono focolai di questi virus. Inoltre non si devono prendere sottogamba le escursioni nelle periferie delle grandi capitali di Paesi come l’India e la Cina, perchè proprio lì possono nascondersi i parassiti, magari non presenti nei lussuosi alberghi».