UNA STORIA DA PELLE D’OCA SULLA VICENDA DELLO SQUALO DI SHARM

Finalmente il comunicato stampa tanto atteso è uscito!

Finalmente posso raccontare a tutti quello che sapevo da qualche giorno!

Ma prima un paio di sassolini che mi devo assolutamente togliere dalle scarpe:
come si legge nel comunicato ufficiale, il problema degli squali di Sharm è stato creato dall’abbandono di carcasse di pecora in mare senza che ne venissero assolutamente calcolate le conseguenze. Questa ipotesi cominciò a farsi largo nei primi giorni successivi all’attacco degli squali. La feci immediatamente mia da buon Mr Nessuno che valuta le cose con la sua testa. Più di uno mi diede del cretino e oggi si ha riscontro diretto e ufficiale.
La storia dell’ammoniaca: anche li appoggiai la tesi dell’ammoniaca contenuta nell’urina dei bagnanti e anche li venni preso per sprovveduto da chi si ritiene esperto di squali solo perchè in qualche immersione ha avuto la fortuna di incrociarne qualcuno.
Ho la fortuna di abitare a Sharm, di conoscere quattro persone, di aver parlato un pochino in giro e aver sentito varie campane. Gente che vive da anni in questa località, gente che col mare e i diving ci lavora da 15 anni ne sapeva meno di chi nel salotto di Milano o Napoli si considera un esperto sub per avere 100 immersioni registrate sul logbook. Strana faccenda no??
E tra le tante persone con cui ho parlato in questi giorni c’è anche il mio amico PierPaolo, che facendomi giurare di non parlarne immediatamente mi ha raccontato una storia da fare accapponare la pelle.

Si tratta di una storia di amore per il mare.
Di amore per la sua vita.
Di un imprenditore che con i diving ha fatto i soldi a Sharm a cominciare da quando Sharm in Italia nessuno sapeva cosa e dove fosse.
Di un imprenditore, che essendo imprenditore, ha forse anche visto la possibilità di fare del business facendo del bene a questo meraviglioso mare, e che male c’è??
Di un imprenditore che a sue spese, ha contattato un esperto italiano di segnali elettrici capaci di allontanare gli squali.
Sempre a sue spese l’ha fatto venire in Mar Rosso, l’ha portato a Ras Mohammed e insieme si sono messi ad attirare squali per testare la validità del dispositivo. Un dispositivo che impedisce allo squalo di avvicinarsi a meno di 20 metri dalla fonte dell’impulso elettrico.
E qui entra in scena un altro personaggio: un ragazzo, che ama il mare, il suo mare dato che è egiziano. Tamer (questo il suo nome) ha avuto il coraggio di buttarsi a più riprese nell’acqua dove erano stati attirati gli squali. Tamer brandeva in una mano un pezzo di carne sanguinolenta e nell’altra mano una telecamera. Tamer era protetto solo dalla sua muta, dal suo immenso coraggio e dal dispositivo IN FASE DI TEST.
Il coraggio di Tamer va di pari passo con il suo amore per il Mar Rosso!

So che le giornate in barca sono state parecchie, insieme all’imprenditore, all’esperto e a Tamer, sulla barca c’era un importante funzionario egiziano che seguiva con attenzione tutte le fasi dell’esperimento.

A quanto pare il governo del Sinai ha commissionato a questi uomini una fitta rete di dispositivi antisqualo, capaci di tenere lontani gli squali senza danneggiarli ea preservare la vita di snorkelisti e di sub

Nelle prossime settimane la rete di disturbatori verrà approntata, il mare di Sharm tornerà ad essere il più bel mare del mondo e tutto grazie all’iniziativa di un grande imprenditore al quale auguro di ricavare il giusto compenso alle sue fatiche, alla capacità di un esperto italiano e al coraggio di un ragazzo egiziano che spero tragga da tutta questa allucinate storia, fame e gloria in misura adeguata!

COMUNICATO STAMPA SUGLI SQUALI A SHARM!! DIFFONDERE!!

COMUNICATO STAMPA SUGLI AVVENIMENTI IN MAR ROSSO A SHARM EL SHEIKH

di riccardo sturla avogadri rientrato da Sharm El Sheikh

Inizio questo comunicato stampa indirizzato a tutti i media e operatori del settore subaqueo e turistico, autorizzandovi sin da ora a rilanciarlo su tutti i motori di ricerca, siti, radio, etc.

Dopo 27 anni di duro lavoro nel campo squali iniziando principalmente con lo studio dei dispositivi antisqualo a onde elettriche e della messa a punto di una tecnica che mi permetteva di addormentarli con la quale poi ho iniziato a marcarli per sapere i loro spostamenti è finalmente arrivato il giusto riconoscimento. Ringrazio principalmente tutte le persone che in questi anni hanno aiutato la Shark Academy Onlus che dal 1 di gennaio apre le iscrizioni a tutti potendo così avere diritto di voto. Come tutti sanno in mar rosso per la festa del sacrificio erano previste migliaia di pecore da sacrificare… Un mese prima dell’evento è esploso un condotto di gas sotto una collina uccidendone molte migliaia, questo ha reso necessario integrare quelle mancanti facendo arrivare via mare due navi dalla Somalia ed Ethiopia circa 70 mila pecore. Durante il tragitto ne sono morte 4200 che sono state buttate in mare pensando andassero sul fondo, invece si sono gonfiate, tornate in superficie e trasportate dalle correnti sulle coste di Sharm El Sheikh portandosi dietro centinaia di squali di ogni specie, specialmente quelli oceanici (Longimanus e Mako). Questi squali si sono nutriti delle carcasse in decomposizione che hanno creato ammoniaca, l’ammoniaca infatti è usata per attirare gli squali in quando fa credere al pesce che ci sia un corpo morto in acqua di cui nutrirsi. I bagnanti in acqua spesso fanno urea che diventa ammoniaca, questo fa si che gli squali vanno a mordere le persone. Dopo vari tentativi di capire cosa sia successo in Egitto e dopo la chiusura, apertura e richiusura delle spiagge sono stati interpellati da tutto il mondo diversi esperti, nessuno è stato in grado di trovare una spiegazione certa dell’accaduto e nessuno ha trovato una soluzione al problema. Un gruppo di diving, operatori del settore nautico e direttori di alberghi hanno a questo punto iniziato a cercare qualcuno che potesse risolvere questo problema. E’ saltato fuori il nome della Shark Academy Onlus che al momento e’ presente nei primi 10 siti di tutti i motori di ricerca digitando la parola shark facendo registrare dai 2000 ai 3000 contatti giornalieri. Sono stato quindi convocato in qualità di presidente e fondatore della S.A. da questo gruppo di operatori del settore capeggiati da Gualtiero Camerini (wally) manager del sharm coast & sheikh coast diving il quale mi ha organizzato una conferenza presso l’hotel Savoy a Sharm El Sheikh con il Governatore del Sinai il 20 dicembre 2010. Alla conferenza erano presenti circa 30 dirigenti del settore turistico del mar rosso. La mattina avevamo fatto un sopraluogo nei posti degli attacchi equipaggiato di apparecchiatura PCE molto sofisticata per misurare i valori dell’acqua (ph, ossigeno, salinità, conduttività, microvolts, ammoniaca, nitrati, nitriti etc.). Abbiamo testato un dispositivo di nuova concezione che tiene lontani squali e razze ma che fa passare tutti gli altri animali marini. Durante la conferenza ho fatto una presentazione della Shark Academy Onlus e dei risultati ottenuti in questi anni. E poi illustrato il progetto di protezione delle coste. Il progetto consiste in una barriera ad onde elettromagnetiche creata attraverso degli elettrodi disposti di fronte le spiagge che faranno da filtro solo per gli squali e le razze non per gli altri pesci. In questo modo potrò evitare di far mettere le reti che ucciderebbero milioni di pesci, oltretutto molti di questi pesci rimasti incastrati nelle maglie delle reti attirerebbero altri squali che mordendo il pesce potrebbe rompere la rete e fare dei buchi per poi entrare comunque al suo interno! Questo tipo di tecnologia esiste già per difese personali ma nel mondo non è mai stata usata per proteggere una intera area. Il progetto è piaciuto molto e il giorno dopo siamo stati autorizzati a recarci in mare aperto al limite del parco marino per attirare dei Longimanus. Il Governatore ha anche richiesto al parco marino di collaborare con noi. Equipaggiato di ogni tipo di dispositivo preso dal museo/centro ricerca Shark Academy presente nella mostra squali di Jesolo lido Shark Expo e grazie ad apparecchiature scientifiche messe a disposizione direttamente dalla Shark Expo di Jesolo, siamo andati in acqua simulando le stesse condizioni degli attacchi, provvisti solo del dispositivo antisqualo ad onde elettriche. I risultati delle ricerche verranno esposti durante una conferenza stampa che stiamo preparando nel centro ricerca squali a Jesolo Lido. Al momento abbiamo ricevuto l’incarico di costruire 13 barriere di 100 mt per i principali hotel di Sharm El Sheikh. Il giorno 28 dicembre sono state riaperte le spiagge ma non sta comunque entrando quasi nessuno in acqua in quanto non è ancora stata fatta nessuna barriera di protezione e la paura di essere attaccati accidentalmente da uno squalo è ancora grandissima e non andrà mai via finchè non si vedrà qualcosa di materiale. Circa il 60% di cancellazioni di prenotazioni stanno mettendo in crisi molti operatori del settore turistico. Da un momento all’altro mi sono trovato ad essere un esperto in un campo che non pensavo sarebbe mai servito per la protezione delle spiagge, nel 1996 (ben 14 anni fa ero diventato l’importatore ufficiale per tutto il Sud Europa della prima versione di questo dispositivo chiamato P.O.D. protective oceanic device che ho poi modificato e che usavo come sicurezza per immergermi con squali bianchi, tigre zamebsi etc.), tutti sanno che gli squali non sono pericolosi per l’uomo, purtroppo aver alterato le condizioni naturali delle acque ora ha realmente creato un alto rischio per l’uomo di essere confuso per una potenziale preda. La prima barriera elettromagnetica sarà pronta entro un mese da ora, avrà una estensione dalla spiaggia di 50 mt x 100 mt fino a una profondità di circa 16 metri. I bagnanti potranno quindi riprendere le loro normali operazioni di snorkeling, nuoto, etc. CON UNA SICUREZZA DEL 99% solo all’interno di queste barriere. Sul sito http://www.facebook.com/l/97adeW3G1MwlzGjUfx1SIBWM9Og;www.sharkacademy.it saranno visibili le foto delle barriere anche in tempo reale grazie a telecamere subacquee che ne mostreranno il funzionamento. Mi dispiace solo che il governo Italiano, regioni comuni e politicanti sappiano solo fare un sacco di chiacchere e come al solito pensano solo ad arricchirsi alla faccia di molti come il sottoscritto che a proprie spese è andato in ferie a cercare di risolvere un problema di carattere mondiale, sono arrivati più riconoscimenti da altri paesi piuttosto che dal paese per cui lavoro e al quale pago le tasse… scrivetemi a info@sharkacademy.com

LA TERAPIA DEL DESERTO

Se lo stress del lavoro e della vita frenetica in città diventa insostenibile e senti il bisogno di staccare la spina per qualche giorno, una soluzione potrebbe essere la Desert Therapy. La ‘terapia del deserto‘ è l’ultima tendenza del relax che è più un pellegrinaggio nell’anima per liberare la mente e ricaricare le batterie.

Dimenticare lo stress per qualche giorno forse diventa possibile tra leggere dune di sabbie e passeggiate sul dorso di un cammello. E’ un viaggio ideale per chi cerca relax e tranquillità totale in un ambiente senza rumori. Carla Perrotti, Signora dei Deserti, che ha percorso chilometri di sabbia attraversando i deserti dei cinque continenti, vorrebbe far vivere la sua stessa esperienza ad altri viaggiatori e ha ideato questo tipo di viaggio, definito più un cammino dell’anima: “Tra le dune la solitudine è così profonda che si è costretti a fare i conti con se stessi. Più che un viaggio è un itinerario dell’anima da cui si esce rigenerati“.

Ciascuno lo declina secondo le proprie inclinazioni e può scegliere la meta e il percorso che preferisce. Per un assaggio soft del deserto si può iniziare con il tour del Sahara: l’Egitto, con le sue oasi, ricche di fascino per il loro isolamento, per la presenza di monumenti storici e per gli spettacolari ambienti naturali.

Per chi non vuole allontanarsi troppo dall’Italia ecco il deserto delle Agriate (in francese désert des Agriates) ubicato nella Corsica settentrionale, una zona ostile e misteriosa, un luogo silenzioso che impone una sosta contemplativa. Molti appassionati di trekking lo percorrono come tappa per escursioni e arrampicate.

UNA FOTO AL GIORNO: OASI DI FARAFRA

Da Farafra si può visitare il Deserto Bianco, a 40 km da El-Farafra sulla strada per Bahariya. Il deserto prende il nome dalle formazioni rocciose di gesso bianco crema, nate a seguito di tempeste di sabbia che lo rendono simile a un inquietante paesaggio lunare


I SEGRETI DEL MAR ROSSO

Mar Rosso, 1914. Henry de Monfreid, arriva a Gibuti dove diviene commerciante di cuoio e di caffè. Abbandona presto questa vita per dedicarsi prima alla pesca delle perle e poi al contrabbando delle armi, riuscendo a carpire i segreti degli scaltri mercanti locali. A bordo del suo sambuco e circondato da un fedele equipaggio indigeno si avventura tra le isole più remote e selvagge del Mar Rosso, da Dahlak, isola delle perle, a Kor Omeira, costa delle armi. Tra arresti e fughe notturne, scontri con i meschini funzionari delle colonie, attacchi dei pirati zaranig, incontri con personaggi fuori dal comune, in una natura selvaggia e primitiva, de Monfreid restituisce al lettore l’atmosfera, i profumi e i sapori della vita e della mentalità coloniale dell’inizio del secolo scorso.

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I segreti del Mar Rosso

Monfreid Henry de

Prezzo € 14,00
Editore Addictions-Magenes Editoriale
Anno pubblicazione 2007
Numero pagine 277
ISBN 9788887913927
Collana Maree. Storie del mare
Stato Disponibile in 3-5 giorni lavorativi a partire dal 4 Gennaio

 

LE ULTIME SCOPERTE SUL FARAONE TUT

Un bellissimo e lucidissimo articolo di Zahi Hawass per il National Geografic. La storia del leggendario faraone Tutankhamon attraverso le testimonianze della scienza, i resoconti delle TAC e delle analisi del DNA svela, una volta per tutte, la vera storia di uno dei faraoni meno amati in vita e probabilmente per questo motivo arrivato intatto fino a noi. Tut ha veramente raggiunto l’immortalità diventando il faraone più conosciuto e studiato dell’intera storia

di Zahi Hawass

Le mummie ci turbano e ci affascinano. Ricche di segreti e magia, un tempo erano persone che vivevano e amavano, proprio come noi. Credo che dovremmo rendere onore a questi antichi defunti e lasciarli riposare in pace.

Tuttavia, alcuni segreti riguardanti i faraoni  possono essere svelati solo studiandone le mummie. Nel 2005, grazie a una serie di TAC della mummia di Tutankhamon siamo riusciti a dimostrare che il sovrano egizio non morì per un colpo alla testa come credevano in molti. Dai nostri esami è emerso che la parte posteriore del suo cranio era stata forata durante il processo di mummificazione; lo studio dimostra inoltre che Tutankhamon morì ad appena 19 anni, forse poco dopo aver subito la frattura della gamba sinistra.
Il personaggio è circondato da misteri che neppure una TAC può risolvere. Ma ora siamo in grado di fare straordinarie rivelazioni sulla sua vita, la sua nascita e la sua morte.

Per me la storia di Tutankhamon (oggi chiamato anche “Tut”) è come un dramma di cui si sta ancora scrivendo il finale. Il primo atto ha inizio intorno al 1390 a.C., varie decine d’anni prima della sua nascita, quando sale al trono d’Egitto il grande faraone Amenhotep III. Questo sovrano della XVIII dinastia, il cui impero si estende per 1.900 chilometri, dall’Eufrate, a nord, alla Quarta Cataratta del Nilo, a sud, vanta ricchezze inimmaginabili. Al fianco della potente regina Tiye, Amenhotep III regna per 37 anni onorando le divinità dei suoi avi, primo fra tutti Amon, mentre il popolo prospera e le casse del regno si riempiono grazie ai possedimenti oltreconfine.

I resti mummificati del sovrano erano custoditi in questo sarcofago d’oro massiccio di circa 110 chili. (Clicca per ingrandire)

Se il primo atto parla di tradizione e stabilità, nel secondo si racconta una rivoluzione. Alla morte di Amenhotep III gli succede il suo secondogenito, Amenhotep IV, personaggio singolare e sognatore, che abbandona il culto di Amon e delle altre divinità del pantheon ufficiale per abbracciare quello di un dio unico: l’Aton, ovvero il disco solare. Nel quinto anno del suo regno il sovrano ha già cambiato nome ed è diventato Akhenaton, “colui che è utile all’Aton”. Si erge a dio vivente e lascia Tebe, la capitale religiosa della tradizione, per andare a costruire una grande città di culto 290 chilometri più a nord, in una località oggi chiamata Amarna. Qui vive con la sposa, la grande e bellissima Nefertiti, e con lei assolve il ruolo di sommo sacerdote dell’Aton, assistito dalle sei figlie dilette. La classe sacerdotale devota ad Amon viene privata di ogni potere e ricchezza e l’Aton regna supremo. L’arte di questo periodo è pervasa da un naturalismo nuovo e rivoluzionario: il faraone non si fa ritrarre con un volto idealizzato e un fisico giovane e muscoloso come i suoi predecessori, ma ha un aspetto stranamente effeminato, la pancetta e un viso lungo dalle labbra carnose.

La fine del regno di Akhenaton è avvolta nell’incertezza; è una scena recitata a sipario calato. Per un breve periodo il potere è in mano a uno o forse a due sovrani, che regnano insieme ad Akhenaton oppure dopo la sua morte, o entrambe le cose. Come molti altri egittologi, anch’io sono convinto che il primo di questi “re” sia Nefertiti. Il secondo è invece un personaggio misterioso chiamato Smenkhkara, di cui non si sa quasi nulla. Quel che si sa per certo invece è che quando si riapre il sipario al terzo atto, sul trono c’è un bambino di nove anni: Tutankhaton (“l’immagine vivente dell’Aton”). Nei primi due anni di regno, il sovrano e la sua sposa Ankhesenpaaton (figlia di Akhenaton e Nefertiti) lasciano Amarna e tornano a Tebe, dove riaprono i templi, ai quali restituiscono gloria e ricchezza. I reali consorti cambiano nome e diventano Tutankhamon e Ankhesenamon, ripudiano l’eresia di Akhenaton e rinnovano la propria fedeltà al culto di Amon.

SOPRA: L’archeologo egiziano Zahi Hawass (a destra), discute con due esperti di DNA dopo il prelievo di tessuto osseo da una delle mummie scoperte nella tomba KV35 della Valle dei Re.

E qui cala il sipario. Dieci anni dopo l’ascesa al trono, Tutankhamon è già defunto e non lascia eredi. Viene sepolto frettolosamente in una piccola tomba progettata in origine non per un sovrano, ma per un privato. E per reazione all’eresia di Akhenaton, i suoi successori riescono a cancellare dalla storia quasi ogni traccia dei sovrani di Amarna, Tutankhamon compreso.

Per ironia della sorte, questo tentativo di cancellare la sua memoria ha fatto sì che Tutankhamon arrivasse fino a noi. Meno di un secolo dopo la sua morte nessuno ricordava più dove fosse la sua tomba. Nascosta ai saccheggiatori dalle strutture costruite sopra, la tomba è rimasta praticamente intatta fino alla sua scoperta, nel 1922. All’interno sono stati ritrovati più di 5.000 manufatti. Ma finora i reperti archeologici non erano riusciti a fare luce sui rapporti familiari più intimi del giovane monarca. Chi erano i suoi genitori? Che fine fece la vedova Ankhesenamon? I due feti mummificati che sono stati rinvenuti nella tomba sono figli mai nati del re oppure simboli di purezza che dovevano accompagnarlo nell’aldilà?

Per rispondere a questi interrogativi abbiamo deciso di analizzare il DNA di Tutankhamon insieme a quello di altre dieci mummie sospettate di far parte della cerchia più ristretta dei suoi familiari. In passato sono stato contrario a condurre studi genetici sulle mummie reali; ritenevo che le probabilità di ottenere campioni utili evitando di contaminare i reperti con Dna moderno fossero troppo ridotte per giustificare la manipolazione di quei sacri resti. Ma nel 2008 vari genetisti mi hanno convinto che nel settore erano stati fatti progressi tali da lasciar sperare in risultati fruttuosi. Perciò abbiamo allestito due laboratori all’avanguardia per il sequenziamento del Dna, uno nei sotterranei del Museo Egizio del Cairo, l’altro presso la Facoltà di Medicina dell’Università del Cairo. Le ricerche sono state dirette da due studiosi egiziani: Yehia Gad e Somaia Ismail del Centro Nazionale di Ricerca egiziano. Abbiamo anche deciso di sottoporre tutte le mummie a tomografia computerizzata sotto la guida di Ashraf Selim e Sahar Saleem della suddetta Facoltà di Medicina. L’équipe si è avvalsa della consulenza di tre esperti internazionali: Carsten Pusch dell’Università Eberhard Karls di Tubinga, Albert Zink dell’Istituto per le Mummie e l’Iceman dell’Eurac di Bolzano, e Paul Gostner, dell’Ospedale Centrale di Bolzano.

SOPRA: Il corpo di Amenhotep III venne ritrovato nel 1898 nella tomba KV35, dov’era sepolto il nonno Amenhotep II, nascosto insieme a una decina e più di altri membri della famiglia reale.

Conoscevamo l’identità di quattro mummie: quella di Tutankhamon, ancora nella Valle dei Re, e quella delle tre mummie esposte al Museo Egizio: Amenhotep III, Yuya e Tuyu, genitori della regina Tiye consorte di Amenhotep III. Tra le mummie non identificate c’era quella di un maschio scoperto in una misteriosa tomba della Valle dei Re denominata KV55; a giudicare dalle testimonianze archeologiche e testuali sembrava molto probabile che fosse la mummia di Akhenaton o di Smenkhkara.

La ricerca della madre e della sposa di Tutankhamon si è concentrata su quattro mummie femminili non identificate. Due di queste, soprannominate “la Vecchia Signora” e “la Giovane Signora”, erano state scoperte nel 1898 in una camera laterale della tomba di Amenhotep II (KV35), sbendate e abbandonate sul pavimento; forse alcuni sacerdoti le avevano nascoste lì dopo la fine del Nuovo Regno, intorno al 1000 a.C. Le altre due mummie provenivano da una piccola tomba della Valle dei Re (KV21) che sembra risalire alla XVIII dinastia; tenevano entrambe il pugno sinistro sul petto, in una posa generalmente considerata caratteristica di una sovrana.

Infine, volevamo tentare di prelevare un campione di DNA dai feti rinvenuti nella tomba di Tutankhamon, impresa non facile date le cattive condizioni delle mummie. Ma se ci fossimo riusciti, forse avremmo trovato i pezzi mancanti di un puzzle che comprendeva cinque generazioni.

Per disporre di materiale analizzabile i genetisti hanno prelevato dei campioni di tessuto da vari punti di ogni mummia e sempre dalla parte più interna dell’osso, dov’era impossibile che il campione fosse stato contaminato dal Dna degli archeologi precedenti o dei sacerdoti egizi che si erano occupati della mummificazione. L’équipe è stata anche particolarmente attenta a evitare qualsiasi rischio di contaminazione da parte dei ricercatori. Una volta prelevati i campioni occorreva separare il DNA da sostanze come gli unguenti e le resine usati dai sacerdoti per conservare le salme. Dal momento che le sostanze impiegate per l’imbalsamazione erano diverse per ogni mummia, si è dovuto variare il procedimento necessario a purificarne il Dna. E in ogni caso c’era sempre il pericolo di danneggiare il delicatissimo materiale.

Lo studio si è incentrato proprio sulla mummia di Tutankhamon. Nel momento in cui fossimo riusciti a prelevare e isolare il suo DNA, l’avremmo immerso in una soluzione liquida trasparente per analizzarlo. Purtroppo siamo rimasti costernati vedendo che le prime soluzioni diventavano scure e torbide.

SOPRA: Fra i resti custoditi nella tomba KV35 c’era una mummia non identificata, nota fino a ieri come la Vecchia Signora. L’analisi del DNA ha accertato che questa mummia, che ancora conserva segni di una antica bellezza, era Tiye, sposa di Amenhotep III e figlia di Yuya e Tuyu, una coppia di coniugi non appartenenti alla famiglia reale, scoperti nel 1905 nella loro tomba intatta, la KV46.

Ci sono voluti sei mesi di lavoro intenso per capire come eliminare il contaminante (un prodotto per la mummificazione ancora ignoto) e ottenere un campione che si potesse amplificare e sequenziare. Una volta prelevato anche il DNA delle altre tre mummie maschili analizzate – Yuya, Amenhotep III e il misterioso KV55 – ci siamo messi all’opera per far luce sull’identità del padre di Tutankhamon. Le testimonianze archeologiche riguardanti questa questione cruciale erano ambigue. In varie iscrizioni risalenti all’epoca del suo regno, Tutankhamon parla di Amenhotep III definendolo suo padre; ma ciò non basta a sciogliere il dubbio, perché il termine usato ha anche il significato di “nonno” o “avo”. Inoltre, stando alla cronologia comunemente accettata, Amenhotep III morì circa dieci anni prima della nascita di Tutankhamon.

Molti studiosi ritengono invece che il padre fosse Akhenaton. Questa tesi è confortata dalle iscrizioni di un blocco spaccato di calcare rinvenuto vicino ad Amarna in cui sia Tutankhaton che Ankhesenpaaton vengono definiti figli amati del sovrano. Poiché sappiamo per certo che Ankhesenpaaton era figlia di Akhenaton, ne consegue che anche Tutankhaton (divenuto poi Tutankhamon) era suo figlio. Ma non tutti gli studiosi giudicano convincente questa testimonianza e alcuni hanno affermato che il padre di Tutankhamon fosse invece il misterioso Smenkhkara. Per parte mia avevo sempre sostenuto la teoria di Akhenaton; ma si trattava appunto di una semplice teoria.

Una volta isolato il DNA delle mummie è stato abbastanza facile confrontare i cromosomi Y di Amenhotep III, KV55 e Tutankhamon per vedere se fossero effettivamente legati da parentela (i cromosomi Y dei maschi imparentati fra di loro presentano lo stesso schema di Dna perché quella parte del genoma maschile si eredita direttamente dal padre). Per precisare i termini del rapporto, tuttavia, era necessaria un’analisi genetica più sofisticata. Sui cromosomi presenti nei nostri genomi vi sono alcune regioni specifiche in cui lo schema delle lettere del Dna (le A, le T, le G e le C che compongono il nostro codice genetico) varia moltissimo da una persona all’altra. Queste variazioni corrispondono a numeri diversi di sequenze delle stesse lettere ripetute. Per esempio, mentre una persona può avere una sequenza di lettere ripetuta dieci volte, un’altra persona, non imparentata con la prima, potrebbe avere la stessa sequenza ripetuta 15 volte, una terza persona 20 volte e così via. Per l’FBI la coincidenza di dieci di queste regioni assai variabili basta per concludere che il DNA rimasto sulla scena di un delitto può essere quello di un indiziato sottoposto al test.

Riunire i membri di una famiglia di 3.300 anni  fa richiede una procedura un po’ meno rigorosa rispetto ai parametri necessari per far luce su un delitto. Confrontando fra loro otto di queste regioni variabili la nostra équipe è riuscita a stabilire con una percentuale di probabilità superiore al 99,99 per cento che Amenhotep III era il padre dell’individuo sepolto nella tomba KV55, e che questo era a sua volta il padre di Tutankhamon.

SOPRA: Dalle analisi del DNA risulta che questa mummia, nota come la Giovane Signora, è sia sorella germana della mummia KV55 (probabilmente Akhenaton) sia la madre di suo figlio Tutankhamon (fra i reali d’Egitto i rapporti incestuosi non erano insoliti). La storia testimonia che Akhenaton sposò sia la famosa Nefertiti sia una donna di nome Kiya, ma di nessuna delle due era mai stato detto che fosse sorella del faraone. La Giovane Signora è probabilmente una delle cinque figlie note di Amenhotep III e Tiye.

A questo punto sapevamo dunque di avere il corpo del padre di Tutankhamon, ma non sapevamo ancora per certo chi fosse. I nostri sospetti si concentravano soprattutto su Akhenaton e Smenkhkara. La tomba KV55 ospitava infatti un deposito di materiale che si riteneva fosse stato preso da Tutankhamon ad Amarna, dove era stato sepolto Akhenaton (e forse Smenkhkara), e da lì portato a Tebe. Benché i cartigli (ovali contenenti i nomi del faraone) fossero stati cancellati dal sarcofago, questo recava alcuni epiteti associati esclusivamente ad Akhenaton. Ma non tutte le prove raccolte rimandavano a lui. La maggior parte delle analisi aveva stabilito che il corpo contenuto al suo interno era quello di un uomo di non più di 25 anni, cioè troppo giovane per poter essere Akhenaton, che sembra abbia procreato due figlie prima di inaugurare i suoi 17 anni di regno. Molti studiosi ipotizzavano che la mummia fosse piuttosto quella del misterioso faraone Smenkhkara.

Ora, però, si poteva chiamare un nuovo testimone per risolvere il mistero. La mummia della cosiddetta Vecchia Signora (KV35EL), con la sua chioma lunga e rossiccia che le cade sulle spalle, è bella anche nella morte. In passato era stata accertata la coincidenza morfologica fra un capello di questa chioma e una ciocca di capelli sepolta all’interno di un insieme di sarcofagi in miniatura scoperti nella tomba di Tutankhamon, sul quale era inciso il nome della regina Tiye, consorte di Amenhotep III e madre di Akhenaton.

Confrontando il Dna della Vecchia Signora con quello delle mummie di Yuya e Tuyu, i genitori noti di Tiye, abbiamo potuto confermare che la Vecchia Signora era proprio Tiye. Adesso Tiye poteva dimostrare se la mummia KV55 era o meno quella di suo figlio. Con nostra grande gioia, il confronto del Dna dei due ha attestato la loro parentela. Da nuove tomografie computerizzate della mummia KV55 è emersa anche una degenerazione della colonna vertebrale dovuta all’età e una osteoartrite alle ginocchia e alle gambe. A differenza di quanto si pensava in precedenza, l’uomo alla sua morte era più vicino ai 40 anni che ai 25. Risolta dunque la discrepanza sull’età abbiamo potuto concludere che KV55, mummia del figlio di Amenhotep III e di Tiye nonché padre di Tutankhamon, è quasi certamente Akhenaton (anche se sapendo così poco di lui non possiamo escludere del tutto che non si tratti invece di Smenkhkara).

Le nuove TAC delle mummie hanno anche smentito l’idea che la famiglia soffrisse di una malattia congenita come la sindrome di Marfan, che avrebbe potuto spiegare la lunghezza dei visi e l’aspetto femmineo delle raffigurazioni del periodo di Amarna. Non si sono riscontrate patologie del genere. I tratti di Akhenaton sembrerebbero piuttosto un riflesso stilistico della sua identificazione con l’Aton, che era una divinità sia maschile che femminile e dunque fonte di tutta la vita.

E che dire della madre di Tutankhamon? Con nostra sorpresa, il DNA della cosiddetta Giovane Signora (KV35YL), scoperta accanto a Tiye nella camera laterale di KV35, era correlato a quello del giovanissimo sovrano. Ancora più stupefacente è il fatto che grazie al suo DNA si è dimostrato che anche la Giovane Signora era figlia di Amenhotep III e di Tiye come Akhenaton. Quest’ultimo aveva dunque concepito un figlio con sua sorella. Il bambino sarebbe stato chiamato Tutankhamon.

SOPRA: Nella tomba del faraone sono stati scoperti anche un feto mummificato giunto almeno al settimo mese di gestazione (nella foto) e un altro feto più piccolo e gracile. Forse, in un caso o in entrambi, si trattava di una figlia del faraone.

Grazie a questa scoperta oggi sappiamo che è improbabile che Tutankhamon fosse figlio di una delle mogli conosciute di Akhenaton, cioè Nefertiti o una seconda consorte di nome Kiya: nulla prova che una delle due fosse sua sorella. Conosciamo i nomi di cinque figlie di Amenhotep III e Tiye, ma forse non sapremo mai quale delle sue sorelle diede un erede ad Akhenaton. Per me, tuttavia, più del nome è importante conoscere il rapporto che ebbe col fratello. Fra i reali dell’antico Egitto l’incesto non era una pratica insolita. Ma in questo caso ritengo che proprio l’incesto determinò la morte prematura di loro figlio.

I risultati dell’analisi del DNA da noi condotta, pubblicati a febbraio dal Journal of the American Medical Association, mi hanno convinto che la genetica può fornire uno strumento validissimo per migliorare la nostra comprensione della storia egizia, specie se accompagnata dagli studi radiologici delle mummie e dalle deduzioni a cui ci portano le testimonianze archeologiche.

Ciò risulta particolarmente evidente dal nostro tentativo di capire le cause della morte di Tutankhamon. Quando abbiamo avviato questo nuovo studio, Ashraf Selim e i suoi colleghi hanno scoperto nelle immagini tomografiche della mummia un dettaglio che era passato inosservato: Tutankhamon era affetto da equinismo del piede sinistro, a un dito del piede mancava un osso e le ossa di una parte del piede erano andate distrutte per necrosi. Tanto il piede equino quanto la malattia ossea gli impedirono senz’altro di camminare agevolmente. Alcuni studiosi avevano già rilevato che nella sua tomba erano stati rinvenuti 130 bastoni da passeggio integri o parziali, alcuni dei quali mostrano chiare tracce di usura.

C’è chi sostiene che questi bastoni fossero un comune simbolo di potere e che il danno al piede di Tutankhamon possa essersi prodotto durante la mummificazione. Ma l’analisi ha mostrato una ricrescita ossea per reazione alla necrosi, provando che la malattia si era manifestata mentre il faraone era in vita. E di tutti i faraoni solo Tutankhamon viene raffigurato seduto mentre esegue attività come scoccare una freccia con l’arco o scagliare un bastone da lancio. Questo non è un sovrano che tiene in mano un bastone solo in quanto simbolo di potere: è un giovane che aveva bisogno di un bastone per camminare.

Tutankhamon era afflitto da una malattia ossea invalidante, ma non fatale di per sé. Per indagare ulteriormente sulle possibili cause della sua morte abbiamo analizzato la mummia cercando tracce genetiche di varie malattie infettive. A giudicare dalla presenza di DNA proveniente da vari ceppi di un parassita denominato Plasmodium falciparum è risultato evidente che Tutankhamon era affetto da malaria, anzi, che aveva contratto più volte la forma più grave di questa malattia.

SOPRA: Su un cofanetto d’avorio trovato nella probabile tomba di Ankhesenamon, figlia di Akhenaton e unica moglie nota di Tutankhamon, il faraone è raffigurato con l’amata regina e con in mano un bastone; oggi sappiamo che  probabilmente gli serviva da stampella.

Che sia stata la malaria a ucciderlo? Forse. Questa malattia può scatenare nel corpo una risposta immunitaria micidiale, causare uno choc circolatorio e provocare emorragie, convulsioni, coma e il decesso. Come hanno sottolineato altri studiosi, però, è probabile che all’epoca in quella regione la malaria fosse diffusa e che Tutankhamon fosse diventato parzialmente immune alla malattia.
A mio parere, però, la salute di Tutankhamon era già compromessa fin da quando fu concepito. I suoi genitori erano fratelli. Quella dell’Egitto faraonico non è stata a l’unica società della storia a istituzionalizzare l’incesto tra componenti della famiglia reale, che dal punto di vista politico può avere dei vantaggi. Ma le conseguenze possono essere pericolose. Il matrimonio tra fratelli aumenta le probabilità di tramandare ai figli coppie gemelle di geni nocivi, che li rendono soggetti a un assortimento di difetti genetici. Può darsi che il piede deforme di Tutankhamon fosse un difetto di questo genere. Sospettiamo anche che il faraone soffrisse di un altro difetto congenito, una parziale malformazione del palato. Forse lottò contro altre anomalie finché un attacco di malaria o la gamba fratturata in un incidente non sottoposero a uno sforzo eccessivo il suo fisico già compromesso.

La tomba di Tutankhamon potrebbe celare un’altra testimonianza del regale incesto. Benché i dati siano ancora incompleti, il nostro studio suggerisce che uno dei feti mummificati scoperti nella tomba sia quello di una figlia mai nata del faraone e che l’altro feto sia anch’esso figlio suo. Finora siamo riusciti a ricavare solo alcuni dati parziali riguardanti le due mummie femminili di KV21. Una delle due, KV21A, potrebbe essere benissimo la madre dei due piccoli, cioè Ankhesenamon, consorte di Tutankhamon. La storia ci insegna che era figlia di Akhenaton e Nefertiti, quindi è probabile che fosse sorellastra del marito. Altra conseguenza dell’accoppiamento fra consanguinei è la procreazione di figli con difetti genetici che impediscono di portare a termine la gravidanza.

Forse è qui che, almeno per ora, finisce il dramma: davanti a un giovane re e alla sua regina che tentano invano di mettere al mondo un erede al trono d’Egitto. Fra i tanti splendidi oggetti sepolti con Tutankhamon c’è un cofanetto rivestito d’avorio intarsiato che raffigura il faraone con la regale consorte: Tutankhamon si appoggia al bastone mentre la sua sposa gli porge un mazzo di fiori; in questa come in altre raffigurazioni la coppia appare serena e innamorata. Il fatto che quell’amore non riuscì a dare frutti pose fine non solo a una famiglia, ma anche a una dinastia. Sappiamo che dopo la morte di Tutankhamon una regina egizia, probabilmente Ankhesenamon, si appella al re degli Ittiti, i più grandi nemici dell’Egitto, chiedendo di mandarle un principe che la sposi perché “mio marito è morto e non ho figli maschi”. Alla fine il re ittita invia uno dei suoi figli, che però muore prima di arrivare in Egitto. Ritengo che quest’ultimo sia stato ucciso da Horemheb, comandante in capo dell’esercito di Tutankhamon, che in seguito conquistò il trono. Ma anche Horemheb morì senza eredi, lasciando il trono a un altro comandante dell’esercito.

Il nuovo faraone si chiamava Ramses I. Con lui ha inizio un’altra dinastia, una dinastia che sotto la guida di suo nipote Ramses il Grande portò a nuove vette l’Egitto e il potere imperiale. Questo grande sovrano si impegnò più di chiunque altro per cancellare dalla storia ogni traccia di Akhenaton, di Tutankhamon e degli altri “eretici” di Amarna. Con le nostre indagini cerchiamo di rendere omaggio a tutti loro e di mantenerne vivo il ricordo.

SOPRA: Quali che fossero i difetti congeniti di Tut in vita, di certo ha lasciato ai posteri un’immagine di sé di luminosa perfezione rappresentata nella sfarzosa maschera funebre in oro, che per gli antichi Egizi era la sostanza di cui erano fatti gli dei.