CRISI ECONOMICA??? COMINCIAMO A CAPIRCI QUALCOSA!!

Zucchero: più 87,7 per cento. Mais: più 61,7 per cento. Grano: più 54,5 per cento. Riso: più 41,8 per cento. I tunisini, gli algerini e gli egiziani non consultano quotidianamente l’indice del Boston Stock Exchange, ma hanno capito sulla propria pelle quanto il mercato delle derrate alimentari si sia impennato verso l’alto negli ultimi sei mesi. Per effetto della crescente domanda cinese, indiana, brasiliana, ma non solo. Alla base di questo fenomeno ci sono anche fattori legati alla produzione, drasticamente calata nel 2010. Talvolta i raccolti sono diminuiti per via della siccità, che ha colpito, ad esempio, il grano russo e la soia argentina.
In altri casi, invece, sono state le scelte di politica economica a contrarre la produzione, creando da una parte disoccupazione e dall’altra un aumento considerevole dei prezzi. L’Africa è un caso da manuale: qui battaglie per l’acqua, inflazione e crisi sociale si saldano inesorabilmente, in una spirale di guerra tra poveri da cui è difficile uscire. L’ex ministro degli esteri egiziano Boutros Ghali era stato profetico: la prossima battaglia in Africa Orientale sarà quella per l’acqua. Il Cairo, per via di un trattato firmato nel 1929 con la Gran Bretagna, allora potenza coloniale, possiede, assieme al Sudan, il controllo pressoché totale del bacino del Nilo. L’ottantasette per cento delle risorse idriche scaturite dal fiume più lungo del continente è in mano a Mubarak e al Bashir, ma adesso gli altri paesi del bacino reclamano una ripartizione più equa dei diritti. Nel maggio 2010 Etiopia, Uganda, Tanzania, Kenya e Ruanda hanno firmato un accordo che permette loro di costruire dighe senza attendere l’autorizzazione del Cairo e di Khartoum.
Su pressione dell’Africa nera, l’Egitto ha deciso quindi di limitare la produzione di riso, una coltura ad alta intensità idrica: ben il venti per cento del bacino del Nilo alimenta questo settore, che fornisce occupazione e sostentamento a una quota considerevole della popolazione. Adesso, a sud del Cairo, non si coltiva più riso e i contadini si concentrano tutti nella zona del Delta. Le conseguenze sono facili da immaginare: la produzione, 3,8 milioni di tonnellate nel 2009, è crollata, l’export, per privilegiare l’approvvigionamento interno, è stato prima ridotto e poi bloccato, molti coltivatori hanno perso il loro lavoro, i prezzi dell’alimento più diffuso tra le classi popolari sono saliti a dismisura. L’inflazione, come in Tunisia e Algeria, ha eroso il potere d’acquisto dei più deboli, con l’inevitabile corollario di crisi economiche e tensioni sociali. Alcuni contadini hanno diversificato la loro produzione, ma il blocco dell’export di riso ha comunque privato l’Egitto di una preziosa riserva in valuta straniera.
Così il diritto all’acqua degli ugandesi ha portato con sé la maggiore povertà degli egiziani. L’Africa nera, forte dell’appoggio arabo e di quello cinese, desiderosa di portare avanti i suoi progetti agricoli e idroelettrici, non intende arretrare in riva al Nilo. Il Trattato del 1929, confermato nel 1959, è destinato a divenire carta straccia. Il Cairo dovrà forzatamente modificare una struttura agricola basata sullo sfruttamento intensivo dell’acqua, sull’export di prodotti come il riso e le fragole. L’Egitto è una potenza economica in ascesa, ma è pur sempre il primo importatore mondiale di grano e la dipendenza dalle fluttuazioni del mercato in settori chiave per il mantenimento dell’ordine sociale resta un fattore di debolezza. Un elemento di cui Mubarak deve tenere conto, per evitare che la rivolta del cous cous arrivi anche all’ombra delle piramidi.

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