UN VIAGGIO, UNA STORIA, UN LIBRO

Tratto da Repubblica.it

Siq al-Berid, la "piccola Petra". Si raggiunge in taxi dal centro di Wadi Musa, la città moderna sorta sull'area di Petra

Sono passati più di trent’anni da quando Marguerite van Geldermalsen, neozelandese di origini olandesi, arrivò nel villaggio di Wadi Musa con un’amica per visitare la zona archeologica di Petra, perla della Giordania, una delle sette meraviglie del mondo. Qui incontrò il carismatico Mohammad della tribù Bdoul, che nelle grotte scavate duemila anni fa dai nabatei aveva trovato una buona ragione per diventare stanziale e sopravvivere vendendo souvenir. “Dove alloggiate?”, chiese il beduino, “perché non venite a dormire da me?”.

Fu l’inizio di una esotica love story. “Era il 1978, avevo 22 anni, non sapevo niente di Medio Oriente né di Islam. Per me i beduini erano pericolosi predoni del deserto”, racconta Marguerite, mentre sistema le kefieh rosse e gli oggettini d’argento sul banco da ambulante addossato alla roccia. Il Tesoro di Petra è lì dietro, davanti agli occhi l’anfiteatro romano. In bella mostra, l’edizione inglese di Married to a bedouin, il libro in cui racconta la seconda vita iniziata dopo la conversione all’Islam, il matrimonio con Mohammad Manajah, le mille e una notte trascorse nella grotta o sotto le stelle, la nascita dei tre figli, l’accettazione di una routine datteri-amore-e-fantasia.

Marguerite, insomma, arrivò a Petra prima che Indiana Jones e l’ultima crociata (1989) svelasse al mondo l’enigmatica bellezza di Petra. I più spavaldi possono percorrere la gola che porta al Tesoro a cavallo, proprio come Harrison Ford, i più pigri in calesse, i più audaci in cammello, i più romantici a piedi, per godere la bellezza delle rocce striate di verde, di arancio e di carminio come sete preziose, provando alla fine dell’angusto percorso del Siq lo stesso stupore che assalì Johann Ludwig Burckhardt, l’esploratore svizzero che nel 1812 riscoprì quelle meraviglie ricamate nella roccia che la sabbia aveva celato per quasi due millenni. Il sito archeologico, che molti ritengono angusto e limitato ai dintorni del Khazneh (il Tesoro), è in realtà sconfinato; alcuni prodigi architettonici, come il Santuario, sono celate in zone impervie, le High Places da cui si scorgono i confini d’Israele, che si raggiungono inerpicandosi per mille gradini o a dorso d’asino, il mezzo di trasporto più affidabile su queste mulattiere, purché a tenere le briglie ci sia un volenteroso beduino.

I turisti di un giorno si soffermano solo sulle tombe scavate dagli aristocratici e colti nabatei sulla strada maestra, ma chi ha voglia di approfondire potrebbe restare a Wadi Musa una settimana senza il rischio di annoiarsi. 

Ragazze di ogni nazionalità si soffermano sulla rivendita di Marguerite, la riempiono di domande. Quell’insolita storia d’amore le attrae e le terrorizza. Molte non hanno ancora letto il libro, non sanno che nel 2002 l’amato Mohammad l’ha lasciata vedova. Già allora la grotta era un ricordo. Dal 1995, il governo giordano ha costruito un villaggio per i Bdoul, sollecitandoli a lasciare il sito ma lasciando loro il monopolio commerciale. “Chi potrà mai dimenticare i tempi in cui con le altre donne e gli asini facevamo due chilometri per arrivare alla sorgente? Le notti in cui mio marito e io eravamo qui fuori ad ascoltare i rumori della notte?”, ricorda. Oggi a Wadi Musa sono almeno venti – tra svizzere, inglesi, australiane, olandesi, tedesche – le occidentali che sono andate in moglie a beduini. Marguerite racconta di quella volta, nel 1984, in cui due regine, Noor di Giordania ed Elisabetta d’Inghilterra, vennero a curiosare nella grotta per conoscere la “bianca sposata col beduino”.

Attualmente il libro è disponibile solo in inglese. Lo puoi trovare online cliccando qui

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