FACEBOOK HA FATTO TROPPO POCO PER L’EGITTO!!! QUASI NULLA!!

Sul cartello la scritta dice GRAZIE FACEBOOK. Ma secondo Adrian Chen c'è poco da ringraziare

A lanciare il sasso contro Facebook è ValleyWag: secondo il celebre sito, che parla attraverso la penna di Adrian Chen, il celebre social network ha fatto poco, pochissimo per le vicende dell’Egitto. Al punto da non meritarsi affatto il “grazie”, scritto in arabo, che il sito mostra nell’immagine qui riprodotta in testa.

Secondo Chen, non c’è il benché minimo paragone tra l’impegno profuso nel sostegno del popolo egiziano da entità come Twitter o lo stesso Google, che si sono realmente impegnati con mezzi e tecnologie per favorire la comunicazione nel paese.

Facebook, invece, mantiene una posizione la cui “neutralità” per Chen equivale quasi a “indifferenza”. A non aiutare la posizione del social network ci sono molteplici episodi trascorsi, come quelli nei quali alcuni account sono stati chiusi solo per via di un filtraggio automatico, il cui meccanismo è scattato isolando dal proprio account alcuni utenti il cui attivismo non avrebbe giustificato cotanta interdizione.

Chen infatti evidenzia che molti parlano del positivo riscontro derivato dai gruppi su Facebook, che hanno senz’altro aiutato a far sapere al mondo cosa diavolo stava e sta accadendo nel paese. Ma pochi, secondo Chen, parlano invece dei grattacapi nei quali sono incorsi alcuni utenti, i cui account sono stati disattivati sempre per via dello stesso meccanismo di filtraggio di sorveglianza: un esempio è la disattivazione del gruppo We Are All Khaled Said, un gruppo da 300mila membri, disattivato e poi reinstaurato dopo vivacissime e cospicue proteste.

Secondo Jillian C. York, esperto di libertà in Rete, il comportamento di Facebook è inqualificabile, racconta Chen, specie a proposito della propria politica sulle identità degli utenti. Una politica che York definisce quasi surreale, assolutamente priva di senso.

A peggiorare l’opinione di Chen, il “tiepido” comunicato stampa rilasciato dal social network quando il presidente Mubarak ha isolato il paese dalle telecomunicazioni: “Benché le vicende in Egitto siano un fatto tra il popolo egiziano e il suo governo da risolvere localmente, limitare l’accesso a Internet per milioni di persone è motivo di preoccupazione per la comunità globale”. Come dire: se ci tagli l’accesso, perdiamo milioni di ore di frequentazione, con tutto ciò che ne consegue, anzi, che ne con$egue.

In definitiva, Adrian Chen “reclama” il dovere, da parte di Facebook, di guadagnarsi davvero il ringraziamento degli egiziani, cercando di supportare e aiutare a diffondere la loro protesta e le loro motivazioni, altro che filtraggi. E non è, secondo Chen, solo una questione di diritti umani, ma di “buon business”.

“Immaginate – scrive Chen – se Facebook avesse lavorato per migliorare le proprie politiche di privacy e sicurezza al punto che un qualsiasi dissidente iraniano potesse sentirsi sicuro di usare il sito per organizzare atti contro il governo (naturalmente sotto pseudonimo). Non ci sarebbe stato nulla di cui lamentarsi, ricordando che ha fatto qualcosa del genere in risposta a un’azione di cracking, posta in essere dal governo tunisino, innalzando la sicurezza per tutti gli utenti, compresi i tunisini che protestavano”.

Presa con le dovute cautele, certo l’esternazione di Adrian Chen non è priva di basi, né di senso. In fondo, quel che sta accadendo in Egitto non è cosa di tutti i giorni e in un paese dove gli operatori di telecomunicazioni sono costretti dalla Legge delle Emergenze e da un complesso normativo alquanto costrittivo a inviare SMS a raffica con contenuti pro-governo, un minimo di collaborazione e di apertura in più, forse, non guasterebbe.

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