RIAPRONO LE BANCHE EGIZIANE

l Cairo, 7 feb. (Adnkronos/Dpa) – Le transazioni bancarie per la Bank of Alexandria, in Egitto, sono andate meglio del previsto dopo la riapertura delle attivita’ questa settimana. A riferirlo, riporta il network Al-Arabiya, e’ stato Mahmoud Abdel Latif, il numero uno della Bank of Alexandria, controllata del gruppo italiano Intesa SanPaolo.

Ieri, primo giorno di attivita’ dopo una settimana di chiusura a causa delle proteste antigovernative, l’ammontare dei contanti depositati e’ stato maggiore dei prelievi, ha detto Abdel Latif. I trasferimenti di denaro fuori dal Paese sono stati minori del previsto e per la maggior parte legati a transazioni commerciali, ha aggiunto.

La Bank of Alexandria e’ una delle piu’ grandi banche egiziane, con una quota di mercato del 7%. E’ stata la prima banca posseduta dallo Stato ad essere privatizzata, nel 2006, e fa parte oggi del gruppo Intesa SanPaolo.

UNA FOTO AL GIORNO: IL RIPOSO DEL DIMOSTRANTE

IL RELITTO E LA STORIA DEL DUNRAVEN

Il relitto del Dunraven non era presente sulle carte dell’Ammiragliato Britannico quando gli israeliani, dopo l’occupazione del Sinai, iniziarono a esplorare questa parte del Mar Rosso. Su molte guide è possibile leggere che questo relitto fu scoperto durante un rilievo geologico e fu identificato alcuni anni dopo. In realtà le cose sembrerebbero (il condizionale è d’obbligo), molto più complesse.
Nei primi anni Settanta Howard Rosenstein aveva fondato Red Sea Divers, utilizzando come base Na’ama Bay (oggi inclusa in Sharm El Sheik). Nel 1977 decise che doveva trovare un modo per lanciare il Sinai rispetto alle allora più frequentate coste di Hurghada.

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Imparando dal film “The Deep”, appena uscito, egli pensò che doveva trovare, come richiamo per i subacquei, un relitto da abbinare a un evento storico importante per l’area. Prima si occupò della storia e sparse la voce che nell’area fosse naufragata una delle navi usate da Lawrence d’Arabia per il trasporto di valori destinati a finanziare la rivolta araba contro i turchi. Ora che aveva la storia e il fascino del carico prezioso doveva solo trovare un relitto poco conosciuto e adatto alla “parte”. Grazie all’indicazione di alcuni pescatori indigeni trovò il Dunraven e si accorse che era perfetto per il suo scopo: le sue forme ricordavano le quattro – e più recenti – navi usate da Lawrence d’Arabia (nessuna delle quali risulta per altro perduta). Con il tempo qualcuno capì che la storia di Lawrence d’Arabia non poteva essere vera, quindi suggerì che il relitto fosse un classe “Q”, cioè … una nave spia inglese della prima guerra mondiale! Come per il Kingston si mettevano sulla cattiva strada gli storici.
Nel novembre del 1979 furono trovate delle porcellane e delle bottiglie che portarono all’identificazione (stessa vicenda del Carnatic), confermata anche in una popolare serie televisiva della Bbc dalla ripresa dell’operazione di pulizia delle lettere sulla poppa del relitto. La nave, varata nel 1873, è più moderna delle altre e la conferma viene anche dalla bella elica, con quattro pale (una si trova sul fondo) dall’elegante forma a sciabola. La prua è bella dritta e molto lontana dalle forme slanciate di quella del Carnatic. La struttura dello scafo è invece analoga a quelle delle altre navi presentate. L’apparato propulsore è simile a quello del Kingston. Al centro dello scafo sono ben visibili le caldaie, i tubi della distribuzione del vapore e gli espansori. Continuando a procedere verso poppa nello scafo capovolto si ammira in alto il lunghissimo albero di trasmissione, che collegava il propulsore all’elica

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Vicino al fianco sinistro della nave, sempre all’interno dello scafo, sono visibili resti del carico: cotone, canapi e mussola, anche se le fibre si sfaldano facilmente per via della lunga permanenza in acqua. La sezione di prua è in parte collassata.
Entrando, però, vicino all’occhio di cubia si possono ammirare le grandi catene delle ancore. Il Dunraven lasciò Bombay per Liverpool il 6 aprile 1876. Risalì il Mar Rosso e la notte del 24 aprile, navigando solo a motore, giunse alla biforcazione fra il Golfo di Suez e il Golfo di Aqaba. Il Comandante Edward Richards Care andò a riposare verso le 2 di notte e fu svegliato dopo circa un’ora e mezza, perché sul ponte si erano confusi per via di alcune luci non identificate. Probabilmente su indicazione dei suoi ufficiali, che ritenevano l’isola di Shadwan vicina, Care alterò la rotta verso nord e dopo nemmeno dieci minuti il Dunraven impattò sui reef di Sha’ab Mahmud! L’intero equipaggio fu salvato dalla nave a vapore italiana Arabia. Al Comandante Care fu sospesa la licenza per un anno.

Nel naufragio ci furono morti? Dai verbali non risulterebbero. Tuttavia alcuni subacquei trovarono delle ossa nelle stive, che sembravano poter appartenere a un bambino. In realtà erano ossa di maiale e si trovavano esattamente nel punto in cui dovevano essere le stalle. Queste navi infatti non avevano frigoriferi e gli animali da macellazione erano conservati vivi.

Le visite dei subacquei favoriscano il collasso delle strutture? Lo scafo del Dunraven è capovolto. Poiché negli ultimi decenni le sue condizioni sono peggiorate, si è legata questa vicenda alle visite dei subacquei. Chiaramente l’aria rilasciata all’interno dello scafo può ristagnare, favorendo la formazione della ruggine (soprattutto se i subacquei utilizzano nitrox). Tuttavia appena l’aria trova una via di fuga, perché si forma un buco per corrosione, scappa in superficie senza più ristagnare all’interno e senza produrre ulteriori peggioramenti delle strutture.

Quando è che queste navi persero le vele? Le navi a vapore come il Dunraven avevano basse velocità e le vele, soprattutto quelle quadre, servivano a ridurre il consumo di carbone quando si navigava spinti dal vento. Erano insomma un propulsore ausiliario. Quando, nel 1873, si realizzarono i primi apparati propulsori a tripla espansione (lo stesso vapore viene fatto espandere successivamente in cilindri) le navi guadagnarono almeno un 10% di velocità, con una riduzione di consumo del carbone pari a quasi il 30%. Inoltre, dalla singola elica si passò alla doppia, con maggiore sicurezza in caso di guasti. A quel punto le vele non servirono più.

Il relitto del Dunraven: clicca per ingrandire l'immagine

IMMERGERSI SUL DUNRAVEN

L’immersione sul relitto del Dunraven non è particolarmente impegnativa considerando la massima profondità di 32 metri su cui giace la nave.  La visibilità in questo tratto di mare è spesso ridotta con una presenza quasi costante di corrente che spinge verso nord. Il relitto, spezzato in due tronconi, si trova adagiato sul fondale in posizione rovesciata con la chiglia rivolta verso l’alto. Cominciamo la nostra perlustrazione dalla zona di poppa che è sicuramente la più suggestiva con l’enorme timone e l’elica a tre pale che si stagliano verso la superficie. La fiancata di sinistra si presenta in buono stato, mentre l’ingresso all’interno dello scafo avviene attraverso le tre grosse falle presenti sulla fiancata di dritta causate dall’urto contro il reef, da queste filtra la luce che illumina l’interno dello scafo. Prima di entrare io e Angela, che chiudiamo il secondo gruppo di sub, vediamo un grosso squalo grigio che nuota nel blu. Entriamo nelle stive, all’interno delle quali sono ancora presenti i resti del carico. Si vedono ancora alcune vecchie cime in canapa e i pochi resti delle balle di cotone, mentre è ormai praticamente impossibile trovare le bottiglie di vino che facevano parte del carico. Cernie e diversi pesci tropicali, in prevalenza pesci coccodrillo, vivono stanziali all’interno inoltre, una eccezionale concentrazione di Glassfish fluttua attraverso le lamiere della nave. La parte più interessante è la zona centrale del relitto dove si trova la sala macchine, qui tra un ammasso di lamiere si trova ancora il grosso fumaiolo e alcune maniche a vento e si vede la grande caldaia a vapore. Proseguendo la perlustrazione interna in direzione della prua, incontriamo molte aperture attraverso le quali si può uscire per riportarsi all’esterno. La zona di prua, a circa 18 metri di profondità, è particolarmente danneggiata e quindi di poco interesse, la raggiungiamo rimanendo all’interno della nave e osserviamo le fitte concentrazioni di Glassfish che si aprono al nostro passaggio. Adagiati sul fondale si vedono i due grandi alberi tutti rivestiti di alcionari.


LA CRISI EGIZIANA VISTA DAI MERCATI MONDIALI

Fonte: IL FOGLIO.IT

Dopo una settimana di proteste inizia la “diaspora” economica. Ieri almeno sei multinazionali estere presenti in Egitto hanno fermato gli impianti e avviato il rimpatrio dei dipendenti contando di ritornare non appena la situazione si calmerà. Anche l’italiana Italcementi e la concorrente francese Lafarge hanno chiuso i cementifici. Le maggiori case automobilistiche tedesche, Bmw e Daimler, e la giapponse Nissan hanno cessato le attività mentre Volkswagen ha bloccato l’esportazione dei prodotti. I businessman locali però resistono. La democrazia è una buona cosa, ci stiamo muovendo verso il meglio. Gli uomini d’affari sono rimasti qui e questo è un segno di stabilità”, ha commentato Naguib Sawiris, il patron di Wind.

Le preoccupazioni degli investitori si riflettono in una goccia di petrolio. Sempre più caro da venerdì scorso, quando è diventato palese che il cambiamento in atto non poteva essere fermato facilmente, lasciando un’incognita sul futuro politico del Paese, dove sono presenti colossi degli idrocarburi come British Petroleum, Eni, British Gas e Apache. Ieri il Brent, considerato il benchmark di riferimento, ha toccato il record di 100 dollari, come non succedeva da due anni. Siccome l’Egitto non è un grande produttore di oro nero, l’attenzione degli analisti è concentrata sulle infrastrutture che garantiscono le forniture all’Occidente come l’oleodotto Sumed e il Canale di Suez, dove ogni giorno transita su navi cargo l’equivalente di un milione di barili di petrolio – il 2 per cento della produzione globale – e il 10 per cento delle merci scambiate nel mondo. Il rischio è che si arrivi a una chiusura del passaggio marittimo che collega l’Asia all’Europa, ipotesi contemplata da diversi analisti ma smentita ieri dai gestori dell’impianto: “Sta lavorando a piena capacità”, riportavano i media egiziani.

Ashraf Laidi, Chief markets strategist di Cmc Markets
, spiega al Foglio che l’esercito per ora non sembra schiacciato su posizioni filo governative e ciò potrebbe implicare che i militari riescano comunque vada a proteggere i civili, le risorse, il Canale di Suez, le banche e le aziende riducendo il rischio contagio: “L’esercito è consapevole dell’importanza di garantire il normale funzionamento del Canale, che non soltanto è una risorsa vitale per le entrate di valuta estera in Egitto ma garantisce anche la fornitura di greggio”. L’Opec, il cartello dei paesi produttori, rimane allerta. Per il Segretario generale, il libico Abdallah Salem El-Badri, “c’è un rischio reale di penuria” che potrebbe costringere l’Organizzazione, di cui l’Egitto non fa parte, ad aumentare la produzione se la crisi dovesse peggiorare. Oppure, come ha avvertito il Commissario europeo all’Energia, Guenther Oettinger, se dovesse estendersi ad altri paesi produttori nella convinzione che i fatti del Cairo “non condizioneranno il mercato”, ha aggiunto Oettinger. Eppure gli investitori sono stati colti di sorpresa. E la tempesta non è passata. Infatti i Cds, titoli d’assicurazione contro il fallimento dell’emittente, sul debito egiziano hanno raggiunto i 475 punti base dai 472 di venerdì non appena l’agenzia di rating Moody’s ha ridotto il merito di credito del Cairo di un gradino (da Ba1 a Ba2) nel timore che la crisi politica allarghi il deficit di stato se il governo dovesse concedere una riduzione delle tasse per arginare il malcontento.

Le banche europee, nell’ordine francesi, inglesi e italiane, sono le più esposte nei confronti di un default egiziano
ma con cifre relativamente modeste se comparate con i prestiti erogati ai paesi deboli dell’Eurozona. Diversi sono i dubbi su un futuro indebolimento dell’euro, spiegati ieri dal Wall Street Journal, a fronte della rimonta di valute rifugio come il franco svizzero e lo yen che, nonostante il declassamento del debito giapponese, ha registrato un apprezzamento nei confronti delle principali monete. “Il rischio di uno scenario caotico rimane elevato”, afferma in una nota Said Hirsh, analista per il Medio Oriente di Capital Economics. E’ infatti l’appettito per il rischio, l’ingrediente base per gli investitori, ad essere evaporato nelle rivolte d’Egitto.

IL MAR ROSSO FORSE NON C’ENTRA, MA SE AMI IL MARE………..

BUONA VISIONE, NON C’E’ MOLTO ALTRO DA DIRE!!