HANNO VINTO DI GRAN LUNGA I “SI”


(Photomasi)

Elezioni a fine anno. Lo ha decretato il risultatato del referendum costituzionale che si è tenuto sabato in Egitto. Il 77,2% ha votato per il “sì”. Lo ha annunciato in una conferenza stampa trasmessa in diretta dalla tv di stato il capo della commissione elettorale. I “no” si sono fermati al 22,8%. Ai 45 milioni di aventi diritto si è chiesto di scegliere se approvare o meno il pacchetto di riforme costituzionali proposto da un Comitato di saggi insediato dal Consiglio militare supremo. La vittoria del “sì” consentirà ora l’organizzazione di elezioni parlamentari e presidenziali entro la fine dell’anno. Se avessero vinto i “no” la giunta militare sarebbe stata costretta a prolungare la scadenza dei sei mesi prevista a settembre, per il passaggio del potere nei mani di un governo civile. La riforma prevede la limitazione del numero di mandati presidenziali, l’allentamento delle restrizioni per candidarsi, il rafforzamento del controllo della magistratura sulle elezioni e l’abolizione del potere presidenziale di ordinare processi militari contro i civili.

LA PRIMA VOLTA – In coda talvolta per ore sotto il primo sole estivo, milioni di egiziani si sono recati ai seggi elettorali per votare sì o no al referendum sul pacchetto di dieci emendamenti alla Costituzione. Si tratta del primo voto del dopo Mubarak e del primo test per la transizione politica che dovrebbe portare ad un sistema democratico guidato da civili, passando per le legislative e le presidenziali. La giornata di ieri è stata segnata da tensioni, quando una folla inferocita ha impedito al leader del movimento del cambiamento Mohamed el Baradei di votare in uno dei quartieri più poveri del Cairo. L’affluenza, dopo decenni nei quali non raggiungeva mai il 40% dei votati, è stata massiccia, al punto che in alcuni governatorati i seggi continuano a rimanere aperti anche dopo l’orario di chiusura delle 19, (le 18 in Italia), per consentire a tutti gli elettori di esprimere il proprio voto. Il referendum sugli emendamenti riguardanti soprattutto la candidatura e il mandato del presidente della Repubblica hanno diviso il Paese fra i sostenitori del sì, di fatto i Fratelli musulmani e il partito dell’ex rais, il partito nazionale democratico, e i sostenitori della rivoluzione, giovani e partiti, e i copti, che invece preferiscono bocciare gli emendamenti per puntare a un testo costituzionale nuovo di zecca.

FRATELLI MUSULMANI – L’obiettivo della campagna per il sì è quello di assicurare stabilità al Paese, ma, dicono i suoi oppositori, anche quello di arrivare presto alle elezioni legislative, favorendo soprattutto i Fratelli musulmani, il partito del dopo Mubarak più forte e meglio organizzato sul territorio. Varie ong hanno denunciato un attivismo e una presenza martellante ai seggi di esponenti di Fratelli musulmani e anche nel seggio del quartiere di Moqattam, dove ha tentato di votare El Baradei la loro presenza era evidente. El Baradei, poco dopo l’aggressione, ha postato un messaggio su Twitter definendo i suoi aggressori teppisti. Secondo alcuni testimoni in strada, la banda di giovani scatenati era un misto di islamisti e di supporter del partito di Mubarak. L’atmosfera in altri seggi della capitale in mattinata era però molto diversa e festosa.

QUELLI DELLA PIAZZA – In file separate per uomini e donne, giovani si univano ad anziani nel confessare che votavano per la prima volta nella loro vita. «Certo che oggi voto, finora andare era inutile tanto il risultato già si sapeva», spiega Ahmed, studente di ingegneria all’università di Helwan, che ha votato in un seggio a Sayeda Zeinab, al Cairo, dove è tuttora forte la presenza dei sostenitori del Pdn. «Ho passato quinidici giorni a piazza Tahrir e sono decisamente per il no» spiega Ahmed. Dallo stesso seggio esce un gruppo di donne velate che spiegano di avere votato per il sì. «Vogliamo la stabilità e che l’esercito torni nelle caserme», dicono mentre passa una donna a bordo di un’auto, anche lei velata, che grida «votate no».

QUATTRO ANNI – Hanno partecipato al voto 18 milioni e 500mila votanti, i voti validi sono 18 milioni, di 14 milioni sono i “sì”». La novità più importante riguarda la durata del mandato presidenziale. Sotto Mubarak, il mandato durava sei anni ed era rinnovabile all’infinito. In base alle nuove norme si può essere eletti presidente per non più di due mandati di quattro anni ognuno. Il capo dello stato, in base al nuovo testo, è inoltre obbligato a nominare un vice, mossa che Mubarak, al potere per 31 anni, ha fatto solo a gennaio scorso, nominando il capo dell’Intelligence Omar Suleiman nel tentativo di sedare la rivolta. La riforma rende inoltre più semplice candidarsi alle elezioni presidenziali. Tre sono le possibilità indicate dal nuovo testo: il sostegno di 30 membri del parlamento, la raccolta di 30mila firme in almeno 15 governatorati rappresentativi di varie aree del paese, l’essere membro di un partito politico che ha almeno un rappresentante in parlamento. La commissione di esperti, per ora, non ha messo mano alle norme relative ai poteri del presidente, che per 31 anni hanno garantito, in pratica, l’onnipotenza a Mubarak. L’indicazione della commissione è che queste norme siano riscritte dopo le elezioni presidenziali e politiche, da parte del nuovo parlamento.

 

Fonte: Corriere della Sera

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