22 MARZO: GIORNATA INTERNAZIONALE DELL’ACQUA

Il mito delle guerre per l’acqua

Il mito delle guerre per l'acqua

Il 22 marzo è la Giornata Internazionale dell’Acqua. Una risorsa sempre più scarsa a causa dell’esplosione demografica, fino a rappresentare un “casus belli” in varie zone del mondo. Ma il futuro sarà davvero costellato di conflitti per l’acqua? Per i media sì, per gli esperti no. La cooperazione è la soluzione.

1. Nilo (Egitto ed Etiopia), Tigri ed Eufrate (Turchia, Siria ed Iraq), Danubio (Ungheria, Rep. Ceca e Slovacchia), Mekong (Cina e Paesi dell’Indocina), Indo (India e Pakistan), Colorado (Stati Uniti e Messico), Okawango (Namibia e Botswana), Canepa (Ecuador e Perù).

I fiumi, da sempre fonte di vita, nei suddetti casi sono anche fonte di discordia. Si stima che al mondo vi siano oltre 262 bacini fluviali condivisi tra più Stati e, salvo rare eccezioni, quasi ovunque la domanda è sempre la stessa: a chi appartiene l’acqua?

Non c’è una risposta univoca. L’acqua non rispetta i confini nazionali, anzi in molti casi li stabilisce. Quasi sempre le sorgenti di un grande fiume si trovano in un paese diverso rispetto alla foce, gli affluenti si diramano in altri stati ancora mentre lo sfruttamento idrico a monte condiziona enormemente la portata d’acqua a valle. Per cui ciascun Paese, a seconda che si trovi a monte o a valle di corso d’acqua, accorda la sua preferenza ad un criterio diverso per definire la questione. In compenso c’è una letteratura sempre più copiosa sugli episodi di velata o aperta ostilità che nel corso del tempo hanno visti protagonisti Stati rivieraschi. Non a caso nel 1995 il presidente della Banca Mondiale aveva dichiarato che le guerre del prossimo secolo saranno combattute per l’acqua, e il caso del Nilo (più volte l’Egitto ha minacciato azioni belliche contro gli Stati a monte) è forse l’esempio più emblematico delle tensioni che possono nascere in previsione di una crescente scarsità di tale risorsa

L’acqua appartiene alla natura e tocca all’umanità (fino a prova contraria fa anch’essa parte della natura e non ne è padrona) garantirne l’accesso e l’utilizzo razionale, nel rispetto dei diritti di tutti gli esseri umani. Ma il diritto degli Stati sovrani non è dello stesso avviso. Attualmente, solo l’Ecuador ha affermato nella propria costituzione la tutela dell’ambiente come bene comune. Nessun altro Stato al mondo ha riconosciuto la tutela della natura come fine ultimo dell’azione generale, al pari, ad esempio, del diritto al lavoro o alla salute.

Al contrario, l’affermazione della sovranità sui corsi d’acqua rimane ancora oggi, nel mondo dell’economia globalizzata, l’espressione più forte e autorevole della sovranità statuale, intesa come controllo legittimo di un territorio e dello sfruttamento delle sue risorse. E nessuna risorsa come l’acqua è in grado di alimentare tensioni o di garantire uno sviluppo armonioso tra Paesi e tra comunità di uomini.

L’ecopolitica, ovvero la governance geopolitica e strategica delle risorse naturali, è sempre stata un dossier sensibile e vulnerabile per la gestione del potere degli Imperi. Anche nell’ultimo tra gli imperi territoriali in ordine cronologico, l’Unione Sovietica, si sono registrati numerosi casi di rivolta contro i Soviet locali per la cattiva gestione delle risorse naturali, in particolare quelle d’acqua.

Lo scenario temuto dagli esperti di “idropolitica”, nuova branca della geopolitica, prevede conflitti per il controllo dell’acqua (“idroconflitti”) che faranno impallidire quelli scatenati dalla ricerca spasmodica del petrolio, di cui, paradossalmente, la medesima area geografica possiede il 60% delle risorse mondiali. Non è un caso che si parli già di “acqua in cambio di pace”.
I principali fiumi contesi nell’area sono, e saranno sempre più, il Nilo, il cui bacino idrografico interessa dieci nazioni dell’Africa Orientale; il Giordano, che attraversa Libano, Siria, Israele, Territori palestinesi; il Tigri e l’Eufrate, che nascono entrambi in Turchia, attraversano il territorio siriano e si congiungono in Iraq prima di sfociare nel Golfo Persico con il nome di al-Shat el-Arab.Con 400 milioni di abitanti, pari al 6% della popolazione mondiale, e circa 200 miliardi di metri cubi di acqua l’anno, Nordafrica e Medio Oriente rappresentano la zona piu’ sensibile alla questione acqua a livello planetario: tenendo presente che in media un milione di persone necessita di due miliardi di metri cubi di acqua l’anno, il fabbisogno idrico della popolazione nordafricano-e’ soddisfatto solo per un quarto.

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