UN FUMETTO VIETATO: METRO DI MAGDY EL SHAFEE

Può una graphic novel essere stata ritirata dal mercato, semplicemente perchè accusata di fomentare la rivolta? Intervista a Chiarastella Campanelli della casa editrice il Sirente che ha portato in Italia la graphic novel “Metro”.

 

La copertina di METRO

Metro di Magdy El Shafee è una graphic novel che tratta l’essere disadattati in un mondo che non si riesce ad accettare. Ciò che salta agli occhi è soprattutto il tratto; ben distante da un un modello accademico, è a tratti brusco e/o addirittura violento. Pensate che sia stata una precisa scelta stilistica, oppure è intrinseco al modo di fare novel dell’autore?
Il tratto di Magdy è tagliente, deciso quasi ad incidere nella Cairo dei suoi giorni (2008) delle figure che vogliono con forza entrare nella vita della gente comune, svegliarle da quel torpore, da quell’essere “come anestetizzati” in un mondo che li schiaccia, non li fa sentire liberi eppure ci vivono ugualmente, (giustamente) sempre in cerca di portare a casa il pane giorno per giorno e non in cerca di una rivolta.
Lo stile di Magdy è entrambe le cose. Intrinseco al suo modo di disegnare e anche scelta stilistica: sentiva di imprimere un messaggio forte ai suoi concittadini.

Pur essendo un capace programmatore informatico di un certo successo, il personaggio principale – Mustafà – rimarrà consapevolmente o meno in Egitto. L’ultima carrozza della metropolitana non vede a bordo Shiab e Dina; rimasti sul marciapiede a guardarsi negli occhi.
Tragica fatalità del destino a cui non ci si può sottrarre o eventi necessari affinché venga a maturarsi una consapevolezza nei propri mezzi?
Non dimentichiamo che Metro è anche una storia d’amore, Shiab e Dina rimangono sul marciapiedi a guardarsi negli occhi finalmente consapevoli del loro amore e con un bagaglio di storie ed emozioni forti appena vissute tra le loro mani, troppo concentrati a scorgere nello sguardo dell’altro il loro amore per prendere quella metro.

Metro sembra essere un’opera in cui si cerca di dare una struttura organica di ciò che sarà, senza dimenticare ciò che è stato, tentando di dimenticare ciò che si è. Quale parte di questa affermazione pensate sia corretta e quale invece pensate non corrisponda alla verità?
Penso che la prima parte dell’affermazione non sia vera. Non si cerca di dare una struttura organica per il futuro, bensì si lanciano molti messaggi e stimoli. Le restanti due sono vere. Senza dimenticare ciò che è stato, tentando di dimenticare ciò che si è, oppure lo stato in cui si è.
Senza una lira (ci sono le lire anche in Egitto) e con un governo che costringe il miglior amico a fuggire con la refurtiva e in cui non si può andare al commissariato a denunciare l’assasinio del manager e il coinvolgimento nella corruzione di una importante figura di Stato, perché tanto non verrebbe niente, piuttosto incastrerebbe il povero Shiab.

Il caso Metro – intendendo il ritiro dalle edicole e la condanna del tribunale egiziano – risale al 2008. Possibile fomentare la rivolta, attraverso una graphic nobel?
Fomentare la rivolta forse no, ma invogliare i cittadini a rendersi conto delle ingiustizie, questo si. Ben rappresentativo è il personaggio di Wannas (il personaggio preferito di Magdy), un lustrascarpe che vive la sua vita elemosinando e arrangiandosi in mille piccoli lavoretti. Questo personaggio all’interno della graphic ha una escalation e alla fine morirà in una manifestazione.
L’invito di Magdy è alla dissidenza, vuole portare un esempio di come chiunque può reagire ad uno Stato malato.

Magdy el Shafee

Se la produzione artistica dell’Egitto stava producendo le avvisaglie del moto di rinnovamento, perchè noi occidentali abbiamo continuato ad inscatolare l’Egitto – e il nord Africa in generale – nel ritrito stereotipo nord Africano; sinonimo di miseria, bazar e deserto?
(domanda difficile) In Egitto lo spirito di rivolta non è nato nei primi mesi del 2011, non è stato un avvenimento inaspettato come il caso della Tunisia.
In Egitto le manifestazioni e il malcontento sono inziati nel 2006 dove già si vedevano manifestazioni e movimenti di piazza, sicuramente di carattere quasi privato; un centinaio di manifestanti accerchiati da 300 uomini della sicurezza.
Il movimento Kifayya (“Basta!”) è nato in quel periodo ma ne facevano parte solo persone dell’elite egiziana (intellettuali, letterati..ecc). Il 6 aprile 2008, anno della pubblicazione di Metro c’è stato il clamoroso sciopero del pane, dove chi era al Cairo in quel momento ha assistito ad una città deserta come neanche nei giorni di ramadan (mese santo del digiuno), uno sciopero bianco.
Perché noi occidentali non vogliamo mai accorgerci di quello che succede nel emisfero sud del mondo. Credo che sia un fatto di pigrizia, perché siamo anestezzati dai confort e dalle facilità della vita occidentali. Quello che penso è che la primavera araba che è scoppiata nei paesi arabi in questo periodo non può passare inosservata e forse farà capire e scoprire che il nord Africa non è solo bazar e deserto.

La collana “Altriarabi” della Editrice il Sirente nasce con l’intento di riuscire a scovare quel qualcosa d’altro che è sfuggito del mondo mediorientale. Allo stato attuale quanti encomi e quanti invece moniti avete ricevuto da parte del mondo editoriale e/o artistico istituzionale?
La collana Altriarabi sul panorama letterario italiano, ha un forte valore inedito: cerca di dare a chi già conosce il mondo arabo e ai curiosi un ventaglio di voci nuove, simili a noi più di quanto noi pensiamo, sebbene ricche di tutta la loro particolarità.
Ha ricevuto per il momento tanti encomi e apprezzamenti e nessun monito, ma purtroppo non bastano gli encomi a far funzionare le cose, il problema di tutti i piccoli editori è l’ultima parte della catena: la distribuzione ed essendo fuori dalla grande distribuzione i nostri libri non si trovano in tutte le librerie e sopratutto in quelle più grandi come Mondadori, Mel book e questo molte volte scoraggia gli acquirenti che dopo due tentativi desistono e non comprano il libro, i più tenaci alla fine ci chiamano disperati.

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