IL DRAMMA DEI MATRIMONI MISTI ARABO-ISRAELIANI

FONTE: LaStampa.it

Fareed, un uomo di 35 anni, mai avrebbe pensato, e con lui altri migliaia di egiziani, che un atto semplice come sposare la donna dei propri sogni, lo avrebbe trasformato in una sorta di eroe di una storia d’amore. Romeo e Giulietta è stato scritto alla fine del 1500, ma la recente decisione della Suprema Corte Amministrativa dell’Egitto di togliere la cittadinanza a coloro che hanno sposato donne israeliane, potrebbe costringere molte coppie ad impersonificare la versione moderna di questa tragedia.

Secondo la sentenza, non impugnabile, ogni caso deve essere considerato singolarmente prima di “prendere le misure necessarie per togliere loro la nazionalità”.

“Il matrimonio è amore e l’amore ha le sue regole, non conosce confini, nazionalità o politica. E’ un diritto umano che nessuna legge può negare”, spiega Fareed con amarezza. L’uomo racconta la storia del suo matrimonio con Nadia, una donna palestinese con passaporto israeliano. Vive in una piccola casa nel quartiere di Giza, al Cairo, con la moglie e i tre figli, Osama, 17, Noha, 14, e Noor, 8.

Pace tra Isreale e Arabi?
“Tutto ebbe inizio 20 anni fa. Mi sono laureato in tempi difficili, quando l’Egitto stava cominciando a ricostruire da zero la sua economia dopo la guerra. Trovare lavoro nella mia città natale, Tanta, non era facile in simili condizioni economiche e scarse opportunità.

La maggior parte dei miei colleghi hanno intravisto un futuro promettente a 610 km di distanza, in quella che è l’attuale penisola del Sinai – o ‘Terra di Fayrouz’, come piace chiamarla agli egiziani – nella città di Taba, l’ultimo territorio che l’Israele doveva restituire.” Nel 1988, una lunga controversia si concluse con la sentenza del collegio arbitrale internazionale a favore dell’Egitto. Fareed trovò un buon lavoro nel settore del turismo emergente nel Sinai, dove erano stati costruiti molti resort, hotel e villaggi di prima classe. Il governo egiziano ha istituito infrastrutture con ingenti investimenti e incoraggiato i giovani a lavorarci.

“Per me è stato un colpo di fortuna”, ha detto Fareed, “ho incontrato Nadia mentre lavorava per un’azienda internazionale di tour turistici. Indossava il velo e parlava il dialetto arabo-palestinese, sembrava una qualsiasi brava ragazza palestinese musulmana. Dopo averla conosciuta meglio, sono rimasto impressionato dalla sua natura laboriosa e ho deciso di sposarla e creare con lei una famiglia”.

Fareed non è stato l’unico a sorprendersi quando Nadia gli ha detto di essere cittadina arabo-palestinese di Israele, con passaporto israeliano. Anche i suoi genitori erano riluttanti ad approvare la sua decisione di sposarla. Nonostante considerassero Nadia e tutti gli arabi-israeliani come dei veri eroi, la futura sposa possedeva comunque il passaporto “nemico”.

“Il problema principale è che molti nel mondo arabo o non sanno nulla degli ‘arabi del 1948’ oppure hanno frainteso la situazione”, insiste Fareed. “Questi arabi si identificano come palestinesi, e Nadia proviene da una famiglia di commercianti di Abu Ghosh. Come la maggior parte degli arabi, si sono rifiutati di lasciare le loro terre dopo la guerra arabo-israeliana del 1948 e hanno preferito rimanere lì, resistendo alla tattica di Israele di trasferire le loro case in terre di proprietà statale. Hanno così ricevuto la cittadinanza israeliana,” ha raccontato.

Nel 2003 e dopo decenni di forzato spostamento che ha portato oltre l’80 per cento delle famiglie palestinesi ad andarsene, l’Ufficio centrale di statistica israeliano ha constatato che gli arabi residenti costituivano circa il 20% della popolazione di Israele.

Fareed ha dovuto affrontare enormi problemi e enorme stress psicologico prima e dopo il matrimonio con Nadia. “Avevamo deciso di vivere in Egitto, vicino a dove lavoro, visto che il trattato di pace firmato tra Egitto e Israele nel 1979, permetteva ai civili israeliani di attraversare il confine con l’Egitto come normali visitatori stranieri. Al contempo, gli egiziani potevano entrare e lavorare in Israele. Fino ad ora non ci sono dati ufficiali sui matrimoni tra uomini egiziani e donne israeliane. E visto che le autorità egiziane si rifiutano di fornire il numero esatto di simili, la speculazione dilaga.

I dati diffusi recentemente da un gruppo locale per i diritti umani stimano che ci sono almeno 17.000 uomini egiziani sposati con donne israeliane, in gran parte discendenti dagli “arabi del 1948”. Chi è contro la normalizzazione alza il numero a oltre 30.000, mentre l’Assemblea del Popolo riduce la cifra a 10.000. Il verdetto è basato su un articolo riguardante la cittadinanza, secondo il quale il governo deve revocare la cittadinanza a coloro che sono sposati con israeliane, o hanno effettuato il servizio militare, oppure abbracciato il sionismo.

La coppia ha cercato di scoprire la ragione di questo sfratto improvviso, ma la polizia ha rifiutato di fornire loro alcun dettaglio. Così Fareed ha contattato uno zio, ufficiale militare in pensione, e dai suoi contatti nella polizia si è scoperto che la presenza di Nadia era considerata una minaccia alla sicurezza nazionale.

Pace tra Isreale e Arabi?
“Finora a mia moglie è stato negato il visto per entrare in Egitto. Non capisco perché 37.000 turisti israeliani, che rappresentano circa il 2 per cento del totale del turismo in Egitto, sono stati autorizzati senza problemi a passare le loro vacanze sulle rive del Mar Rosso, mentre un migliaio di donne arabe israeliane sposate con uomini egiziani vengono espulse per motivi di sicurezza”, mi ha spiegato Fareed.

La maggior parte di queste coppie non ha molta scelta. Sono costrette o a rimanere in Egitto, a costo di destabilizzare la famiglia per l’assenza della madre, oppure a spostarsi in Paesi come Stati Uniti, Australia, Canada, o addirittura in Israele. La maggior parte delle coppie miste ha scelto proprio quest’ultimo come nuova residenza.

“La società ebraica ha elementi razzisti che non tollerano nè arabi nè musulmani. Hanno anche incoraggiato l’emigrazione dei cittadini arabi verso altri paesi. La discriminazione risulta risulta evidente dal fatto che arabi ed ebrei studiano in scuole separate, vengono curati in ospedali diversi, e i cittadini arabi ricevono meno risorse”.

Un sondaggio effettuato dal Centro israeliano contro il razzismo nel 2008, ha rivelato che il 75% degli israeliani non sarebbero d’accordo a vivere in un edificio dove alloggiano anche residenti arabi. Il 60% non accetterebbe visitatori arabi nelle proprie case e circa il 40% sostiene che agli arabi andrebbe tolto il diritto di voto. “Si tratta di una esecuzione morale per me”, ha affermato Fareed: “Non ho commesso alcun crimine che meriti una tale brutale punizione, persino alle spie non viene strappata la nazionalità.”

Sebbene la maggior parte degli egiziani pensi che sposare donne israeliane sia un fenomeno nuovo comparso con la fase finale del trattato di pace di Camp David del 1979 tra Egitto e Israele, gli ebrei egiziani erano considerati una parte essenziale della società e non dei nemici. La popolazione egiziana ebrea contava 88.000 individui nel 1952, in occasione dell’ultimo censimento poco prima della rivoluzione egiziana.

Prima del conflitto arabo-israeliano in Palestina, i matrimoni tra egiziani musulmani ed ebrei egiziani erano comuni, soprattutto nelle aree urbane, dove c’era un’alta concentrazione di ebrei. Dopo lo scoppio del conflitto arabo-israeliano, essendo stati accusati di spionaggio, gli ebrei sono fuggiti per li pressioni della società egiziana.

Nel 1995, dopo cinque anni di matrimonio, il governo egiziano aveva rifiutato di concedere il rinnovo del soggiorno a Nadia, imponendole di lasciare il Paese entro poche settimane.

ANCHE QUESTO PURTROPPO E’ EGITTO

La notizia è di qualche tempo fa, ma le cose sicuramente non sono cambiate!

Il kit per simulare la rottura dell’imene scatena l’ira dei religiosi egiziani.
E’ un piccolo sex toy che simula la verginità, o meglio fa fuoriuscire un liquido rosso simile al sangue che, in teoria, si dovrebbe essere il primo rapporto sessuale. Costa 15 dollari e, inserito in vagina, truffa i mariti tradizionalisti.

In Egitto Abdul Mouti Bayaoumi, imam conservatore ha lanciato una fatwa proprio contro il kit della verginità che permette di aggirare la regola del lenzuolo sporco di sangue dopo la rottura dell’imene durante la famosa prima notte di nozze.

«Diffonde solo il vizio nella società. Mette in pericolo ogni deterrente morale alla fornicazione, che è un crimine e uno dei peccati capitali dell’Islam» sentenzia il religioso. Ormai la lotta contro il prodotto si è spostata dalle moschee al parlamento, sono stati tanti i politici che hanno chiesto il divieto di importazione. Il divieto però non riguarda un’altra pratica molto diffusa in Egitto e non solo, per simulare la verginità: cioè la ricostruzione chirurgica dell’imene.

e ancora, ecco la situazione in Belgio!!!! e dico in Belgio, figuriamoci nei paesi arabi!!

In Belgio un numero crescente di donne chiede di poter riavere la verginità attraverso la ricostruzione chirurgica dell’imene. Si tratta soprattutto di magrhebine e turche, quasi sempre di fede musulmana, prese da una mania collettiva che le rivuole integre, intatte. Spesso le donne sono costrette a questa pratica per riuscire a “prendere marito”. In Belgio lo scorso anno sono stati recensiti 2.760 casi.

Come scrive il quotidiano Le Soir, sono spesso le costrizioni culturali dell’ambiente in cui queste donne vivono a costringerle a ricorrere a tale pratica. Sono sempre più numerosi i maschi delle comunità maghrebina e turca che pretendono di sposarsi con donne vergini, per osservare precetti religiosi o di appartenenza culturale. Ma è difficile trovare donne vergini superata la maggiore età nella società belga. Le molte ragazze di orginine nordafricana e turca che vivono in Belgio sono già da un pezzo integrate nella società, condividendo gli usi delle coetanee, nonostante spesso le loro famiglie non accettino la realtà.

Dal 1984, in Belgio la ricostruzione dell’imene fatta in ospedale o in ambulatorio è rimborsata dall’Inami, l’istituto nazionale d’assicurazione malattie, ma la protezione della vita privata obbliga a non indicare come tale questo tipo di intervento inserendolo sotto la generica dicitura di chirurgia plastica vaginale. In molti casi, le donne preferiscono conservare l’anonimato non richiedendo rimborsi. Spesso viene praticata una semplice sutura a tre-sette giorni dal matrimonio

STOP ALLA MUTILAZIONE GENITALE FEMMINILE!!!

UNA DONNA VELATA PARLA DI SESSO ALLA TV EGIZIANA

Domenica 26 dicembre ore 11:20 Rai3: Mediterraneo

Una donna velata parla di sesso alla televisione egiziana adoperando termini competenti e toni misurati. Si chiama Heba Kotb. Si è laureata all’Università del Cairo e ha conseguito la sua specializzazione negli Stati Uniti. Poi ha consacrato la sua carriera a gettare un ponte fra la scienza e le prescrizioni del Corano in tema di sesso. Una rivoluzione. Si aprirà con questo reportage “Mediterraneo”, il settimanale della TGR proposto da Giancarlo Licata, realizzato a Palermo da Rai e France 3 con la Entv di Algeri, in onda domenica alle 11.20 su Rai3.

INFIBULAZIONE: IN LOMBARDIA L’ORRORE TOCCA IL RECORD

Dilaga con l’immigrazione anche la pratica tribale delle mutilazioni ai genitali femminili. Nelle città lombarde 40mila vittime potenziali. Spesso sono ragazze con meno di 17 anni

La Lombardia è la regione italiana in cui le mutilazioni genitali femminili sono più praticate. Sono quasi 40mila le possibili vittime dell’orrore.
Le mutilazioni genitali sono una terribile pratica tribale originaria dell’Africa, di recente «ripescata» da uno pseudo-Islam integralista e misogino. Si tratta della clitoridectomia, vale a dire l’escissione del clitoride, e dell’infibulazione, cioè la restrizione – o la chiusura – dell’apertura vaginale mediante cucitura. Una mutilazione che i maschi della famiglia praticano sulle bambine per preservarne la verginità, facendone un mero oggetto sessuale. Un intervento in genere eseguito oltretutto senza alcuna precauzione igienica o sanitaria, e carico di conseguenze tremende, fisiche oltre che psicologiche. Pericoli immediati, come infezioni, setticemie, tetano. E terribili conseguenze perpetue: complicazioni nel parto, rapporti sessuali dolorosi.
In Italia sono 110mila le donne provenienti da Paesi in cui le mutilazioni sono una «pratica culturale diffusa». La stima è contenuta in una ricerca commissionata dal ministero delle Pari opportunità. L’80 per cento di queste donne e delle bambine che in Italia hanno subito le mutilazioni genitali è concentrato in quattro regioni: Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Lazio. In Lombardia si concentra il 35 per cento delle donne potenzialmente mutilate (38.970). A seguire Veneto, Emilia Romagna, Lazio, Piemonte e Toscana. Il 4,2% di tutte queste donne è rappresentato da bambine e adolescenti con meno di 17 anni che subiscono la mutilazione nel nostro Paese o nei periodi di soggiorno nei Paesi d’origine. Entro il 2050 saranno 30-40mila le under 17 mutilate sessualmente. A quella data, si ipotizza che nel nostro Paese la pratica sarà estinta. Sono circa 35mila le donne immigrate vittime di questa pratica prima di venire in Italia o una volta giunte qui. Le loro figlie, circa 4.600 ragazzine che hanno meno di 17 anni, sono il «serbatoio» dal quale provengono le oltre mille sfortunate che porteranno per tutta la vita i segni delle mutilazioni e conseguenze sanitarie gravissime. Le adolescenti immigrate da Paesi africani che hanno già subito, o potrebbero subire nel nostro Paese, mutilazioni genitali.
L’eurodeputata del Pdl Cristiana Muscardini da anni è impegnata contro le mutilazioni genitali femminili. Nella scorsa primavera ha presentato a Strasburgo una relazione per chiedere agli Stati dell’Ue di armonizzare le legislazioni penali vigenti punendo l’infibulazione e le altre mutilazioni. «Non sono solo un’infamia che provoca menomazioni, dolore e umiliazione – dice la Muscardini – ma anche un marchio fisico e di emarginazione culturale per tante bambine. La Lombardia è stata la prima Regione a finanziare un progetto su questo, ma occorre riprendere la battaglia. Spesso i casi emergono a scuola o nel corso di ricoveri ospedalieri per altre cause. Gli sportelli e le strutture di sostegno all’immigrazione non sono attrezzate contro questa tragedia. Occorre che i permessi di soggiorno siano revocati in presenza di fatti del genere, ma occorre anche che il personale sanitario non mostri alcuna compiacenza, denunciandoli alle autorità».

LA CONDIZIONE FEMMINILE IN EGITTO

Liberamente tratto dall’articolo di Teresa Scerillo per Giornalettissimo.com

PICCHIATE, FOLGORATE, DECAPITATE – Robert Fisk ha pubblicato un’inchiesta sulle pagine dell’ Independent. Ufficialmente, l’Egitto non ha alcun omicidio “d’onore”. Le giovani donne possono suicidarsi, ma non sono mai uccise. Questa è la linea del governo. I fascicoli nel Centro di Azza Suleiman per l’assistenza legale delle donne egiziane – e  quelli di altre ONG del Cairo – dicono la verità.
Nel maggio del 2007, un agricoltore nel sud dell’Egitto ha decapitato la figlia dopo aver scoperto che aveva un fidanzato.
Nel marzo del 2008, un uomo identificato solo come “Mursi” ha folgorato e picchiato a morte la figlia di 17 anni, perché aveva ricevuto una telefonata dal suo ragazzo. “Mursi”, un contadino di Kafr el -Sheikh, nel Delta del Nilo, ha ammesso “di averla picchiata con un bastone grande” prima di ucciderla con scosse elettriche. L’omicidio è stato scoperto solo quando il corpo è stato portato presso l’ospedale locale.

L’INCESTO – Il lavoro di Azza Suleiman fornisce materiale molto più desolante.
L’incesto è un grave problema, che nessuno discute, secondo lei. Recentemente, un uomo egiziano ha ammesso di aver ucciso sua figlia perché era incinta. Ma era lui  il padre del nascituro di sua figlia. E’ stato un caso di incesto, ma lui l’ha uccisa per proteggere  l’onore della famiglia.
Altre quattro donne sono state recentemente assassinate dalle loro famiglie perché erano state violentate. La comunità cristiana copta – forse il 10 per cento della popolazione egiziana – si è tirata fuori da ogni tentativo d’indagine sul questo delitto d’onore, anche se le ragazze cristiane sono state uccise perché volevano sposare uomini musulmani. “I cristiani non possono parlare di questo al di fuori della chiesa“, lamenta Azza Suleiman. “Abbiamo cercato di aprire dei rifugi, ma il governo non lo permette. Dicono: “Per favore, non parlare di incesto”. E i crimini d’onore vengono spesso commessi in relazione all’eredità“.

GIUDICI INDULGENTI – In Egitto, secondo Amal Abdelhadi della New Woman Organisation, non vi sono dati per i crimini  d’ onore o incesto, perché questi casi non raggiungono nemmeno i tribunali. “Si può parlare più facilmente di stupro coniugale qui“, dice la donna. “Sono stata in case in cui intere famiglie vivono in una stanza – nonni, figli, la metà della famiglia dorme sotto il letto di notte e si sente tutto. E’ troppo vicino. Troppo. E tutte le giovani donne della famiglia devono sposarsi. Quindi, se uno pensa che si sia comportata male, allora può essere uccisa – in caso contrario, nessuna delle altre ragazze sarà in grado di sposarsi. Il delitto d’onore spiana la strada per le altre. Questo andrà avanti fino a quando le donne saranno considerate come oggetti sessuali, piuttosto che persone con cervello“.  “C’era un uomo condannato a sei mesi – a soli sei mesi – per aver ucciso la sorella“, afferma Amal Abdelhadi, “ma il giudice ha deciso che, poiché l’uomo dovrà vivere tutta la sua vita con il senso di colpa dell’ uccisione della sorella innocente, non dovrà andare in prigione!
In Egitto, il giudice ha una speciale autorità e l’articolo 17 della legge consente ai giudici di usare clemenza se lo desiderano, di ridurre le pene – da 25 anni, per esempio, a sei mesi. Si può dire che la vittima ha agito contro la tradizione. Gli assassini – il padre o il fratello – possono quindi essere considerati come qualcuno che ‘ha agito naturalmente’. Questo prevede clemenza per gli autori del delitto. Ma le nostre statistiche indicano che il 79 per cento delle ragazze vittime sono state uccise da puro sospetto – perché tornavano a casa tardi, o perché i vicini avevano detto di averle viste ridere rumorosamente per la strada”.

LA CONDIZIONE FEMMINILE NEL MONDO ISLAMICO

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Tratto da LASTAMPA.IT

La storia della pakistana Begm Shnez, uccisa dal marito per aver difeso la figlia che rifiutava le nozze organizzate dal padre riporta alla ribalta l’usanza dei matrimoni forzati nelle comunità straniere. Cos’è un matrimonio forzato?
Uno studio delle Nazioni Unite del 2006 definisce il matrimonio forzato come un matrimonio tra bambini, tra adulti o tra un bambino e un adulto, nel quale manca il pieno e libero consenso di almeno uno dei coniugi: «Un matrimonio forzato viene contratto senza il consenso libero e non viziato di almeno uno dei coniugi». Nella sua forma più estrema, il matrimonio forzato può essere accompagnato da minacce, rapimento (come nel caso della fuitina nella Sicilia di mezzo secolo fa), violenza fisica, stupro e, in certi casi, assassinio. In Italia, dove si praticava fino agli anni ‘60, è oggi diffuso soprattutto tra le comunità straniere di origine asiatica (pakistani, bengalesi, indiani) e tra quelle provenienti dal Magreb.

Si parla talvolta anche di matrimonio combinato. Che differenza c’è?

Il matrimonio combinato, detto anche di compiacenza, viene organizzato da terzi, ma si conclude con la libera volontà di entrambi i coniugi. Contrariamente a quello forzato che rappresenta una violazione dei diritti umani, il matrimonio combinato lascia ai coniugi la libertà di dire l’ultima parola (le agenzie matrimoniali sono un esempio occidentale di questo tipo di unione).

Quanti sono i matrimoni forzati in Italia?

Non esistono statistiche ufficiali trattandosi di una degenerazione della conflittualità padre-figli che spesso resta sommersa. L’unica stima si deve al Centro nazionale di documentazione per l’infanzia secondo cui in Italia, dove le immigrate di seconda generazione sono circa 175 mila, ci sarebbero 2.000 spose bambine ogni anno. Nel nostro paese i minorenni non possono sposarsi, ma esiste una deroga: a 16 anni compiuti il tribunale dei minori può autorizzare le nozze per gravi motivi. Il problema è che nella maggioranza dei casi il matrimonio forzato non arriva davanti al giudice perché viene celebrato nei paesi d’origine degli immigrati.

Quanti sono i matrimoni forzati nel mondo?

Le Nazioni Unite calcolano che ogni anno nel mondo 60 milioni di ragazze sotto i 18 anni siano costrette ai matrimoni forzati. In 141 paesi, inoltre, lo stupro domestico è legale (il matrimonio forzato è considerato giuridicamente una forma di violenza domestica).

In quali paesi sono più diffuse le unioni forzate?

Almeno 49 nazioni del mondo ha un problema «significativo» con le «spose bambine». Tra loro ci sono Egitto, Afghanistan, dove il 70% dei matrimoni sono forzati, Bangladesh, Etiopia, Pakistan, India, paesi nelle cui zone rurali è difficile che una ragazza scelga alcunché autonomamente. Il problema è culturale: si tratta di famiglie analfabete che considerano le figlie undicenni già pronte al matrimonio. In alcuni casi estremi si organizzano nozze per bambine di 7 anni ma è comunque abbastanza difficile che una ragazza di 16 anni non sia ancora sposata.

In che misura il problema riguarda anche l’occidente?

Sebbene in occidente il fenomeno abbia dimensioni ridotte, le «spose bambine» non sono prerogativa di Asia e Africa. Basta pensare all’abuso sessuale di adolescenti in alcune sette poligamiche del Texas denunciato da un recente studio del Center for Law and Social Policy In generale però in occidente i matrimoni forzati riguardano gli immigrati (70 mila l’anno in Francia e 10 mila l’anno in Gran Bretagna il 20% dei quali maschi «sospettati» d’omosessualità). Secondo una ricerca dello Zonta Club Moncalieri questo tipo di unioni rappresenta il 20% di quelle celebrate all’interno delle comunità islamiche europee.

I matrimoni forzati sono più frequenti tra i musulmani?

Nulla nel Corano o nella sunna impone i matrimoni forzati. Si tratta di una pratica tribale e non religiosa diffusa infatti tra i musulmani ma anche tra gli indù, gli animisti, alcuni gruppi ortodossi. Tra le comunità immigrate presenti in Italia e in Europa però, quelle che provengono da paesi di religione islamica tipo Bangladesh, Pakistan, Marocco, Egitto, Algeria, ricorrono più frequentemente di altre a questo tipo di unioni».

Esiste una legislazione internazionale che regoli i matrimoni forzati?

Il 2 luglio 2002 le Nazioni Unite hanno creato una nuova entità che si occupa delle donne e delle bambine in tutto il mondo: UN Women. C’è poi l’articolo 12 della Convenzione del 4 novembre 1950 per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali secondo cui gli uomini e le donne in età adatta hanno diritto di sposarsi e di fondare una famiglia secondo le leggi nazionali regolanti l’esercizio di tale diritto. Questa garanzia contempla anche il diritto negativo di non contrarre matrimonio.