ALLARME PER I SITI ARCHEOLOGICI EGIZIANI

PARIGI – «I siti archeologici dell’Egitto sono in pericolo, salviamoli»: è l’appello lanciato oggi a Parigi dall’Unesco, che ha chiesto «la mobilitazione internazionale» perché gli oggetti rubati sui siti non entrino nel mercato dell’arte.

«Riceviamo informazioni allarmanti dall’Egitto sui diversi siti archeologici ed il museo del Cairo. Siamo molto preoccupati», ha detto Irina Bokova, direttrice generale dell’organizzazione delle Nazioni Unite che ha sede a Parigi, dove si è tenuta oggi una riunione sui 40 anni della Convenzione per la lotta contro il traffico illegale delle opere d’arte.

L’Unesco aveva già lanciato un appello di questo tipo all’inizio del mese di febbraio, dopo che alcuni furti erano stati registrati al museo del Cairo. Le nuove preoccupazioni dell’Unesco derivano dal rischio costante di saccheggi sui siti storici. «Abbiamo bisogno di una mobilitazione internazionale», ha detto la Bokova, per evitare che gli oggetti rubati entrino sul mercato dell’arte. La direttrice dell’Unesco ha anche annunciato di aver scritto alle autorità egiziane la settimana scorsa al fine di «prendere misure concrete per proteggere i siti».

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ARCHEOLOGI ITALIANI RIENTRANO DALL’EGITTO

Un rientro tutto sommato senza ritardi ma non proprio in condizioni di massima tranquillità quello della missione scientifica di alcuni docenti della Facoltà di Conservazione dei beni culturali dell’Università di Viterbo.

Erano in Egitto proprio nei giorni più caldi quando è scoppiata la rivolta. Sono tornati grazie all’invio dall’Italia dei biglietti aerei indisponibili sul posto. Il prof. Marcello Spanu, docente di urbanistica nel mondo classico era stato invitato, insieme con altri docenti dell’ateneo viterbese tra i quali il dott.Giuseppe Romagnoli, a far parte del gruppo di lavoro operante nell’antica Antinoupolis.

Questa è una delle missioni italiane “storiche” operanti all’estero: attiva dal 1938 è attualmente diretta dal prof. Rosario Pintaudi per conto dell’Istituto Papirologico “G.Vitelli” di Firenze, ente di riferimento nazionale per lo studio dei papiri greco-romani.

All’unità di ricerca viterbese è stato affidato, proprio per la sua alte specializzazione e professionalità, lo studio topografico-urbanistico della città: un caso del tutto particolare dal momento che Antinoupolis è l’unica fondazione romana in tutto l’Egitto. La città ubicata lungo la riva orientale del Nilo nel Medio Egitto, fu voluta dall’imperatore Adriano nel luogo dove morì il suo preferito Antinoo e visse sin dopo la conquista araba.

Ora si spera che l’opera scientifica portata avanti dagli esperti dell’università della Tuscia possa continuare e per questo sono già stati avviati contatti. Anche perché ha grande valenza culturale non solo per l’Egitto. Il progetto che prevede la durata di alcuni anni, richiederà le usuali e consolidate metodologie della topografia antica con l’obiettivo primario di redigere la carta archeologica della città, in modo quanto più possibile dettagliato. Questa prevederà la raccolta di tutti i dati descrittivi ed analitici delle strutture architettoniche e la realizzazione di tutta la documentazione grafica e fotografica, ad esse pertinenti.

PIRAMIDI COSTRUITE DAGLI SCHIAVI?? UNA BUFALA

Contrariamente a quanto riferito da Erodoto e dalla Bibbia le grandi piramidi di Giza non furono costruite da schiavi ma da uomini liberi. La sorprendente scoperta è dovuta all’individuazione di un’altra necropoli nelle immediate vicinanze delle tombe dei faraoni destinata ad ospitare coloro che avevano lavorato all’edificazione delle piramidi. Il fatto che “queste tombe costruite accanto alle piramidi dei re (tra quella di Cheope e quella di Chefren) indica che queste persone non potevano essere in alcun modo degli schiavi”, ha spiegato Zahi Hawass, il sovrintendente capo delle Antichita’ egiziane. Le prime sepolture di operai vennero scoperte negli anni ’90. Nel sito portato alla luce ora sono state ritrovate delle iscrizioni in cui gli operai si definiscono “amici di Cheope“, un ulteriore elemento per Hawass per avvalolare l’ipotesi che non si trattasse di schiavi. L’altra grande novita’ e’ che gli operai erano 10.000, un decimo di quelli indicati da Erodoto. Alla stima si e’ giunti grazie al ritrovamento del resoconto della fornitura giornaliera di cibo per i lavoratori: i contadini del delta del Nilo, in cambio dell’esenzione dalle tasse, inviavano ogni giorno 21 bufali e 23 pecore al campo.

ANCORA AMENHOTEP III

I frammenti di una statua che rappresenta un dio antico e un faraone sono stati scoperti tra le rovine di quello che fu il più grande tempio funerario egiziano, sulla riva occidentale di Luxor. Lo ha annunciato il servizio dei beni culturali precisando di aver rinvenuto un busto del dio Hapi, rappresentato sotto forma di un babbuino, e le gambe della statua del faraone Amenhotep III. “Si tratta della prima statua di questo tipo e mostra il re seduto, con il dio Hapi, uno dei quattro figli di Horus al suo fianco”, ha aggiunto Zahi Hawass, responsabile del servizio. Un gruppo di archeologi sta lavorando per riportare alla luce il tempio, uno dei più grandi tra quelli funerari fino al suo crollo avvenuto 2000 anni fa. Secondo Hawass la zona potrebbe essere stata utilizzata durante l’antichità per seppellire statue danneggiate. “Le statue, avendo un significato religioso, non potevano essere distrutte”, ha aggiunto.
(da Apcom dicenmbre 2010)

IL MUSEO EGIZIO DI TORINO

Il Museo delle antichità egizie di Torino, meglio conosciuto semplicemente come Museo egizio, è considerato, per il valore dei reperti, il più importante del mondo dopo quello del Cairo, nonchè il più importante d’Italia seguito da quello di Firenze.
Ha sede nello storico Palazzo dell’Accademia delle Scienze, sede dell’omonima Accademia e che ospita anche la Galleria Sabauda, eretto nel XVII secolo dall’architetto Guarino Guarini.
Nel 2006 è stato visitato da 554.911 persone, con un aumento del 93,8% rispetto al 2005.
Il museo è stato fondato nel 1824 da Carlo Felice, che acquistò la Collezione Drovetti, composta dai ritrovamenti di Bernardino Drovetti, console francese in Egitto. Fu in seguito ampliato con i reperti provenienti dagli scavi di Ernesto Schiaparelli proveniente da Barbania.
Nel museo sono presenti circa 30mila pezzi che coprono il periodo dal paleolitico all’epoca copta.

 

I più importanti sono:
la tomba intatta di Kha e Merit
il tempio rupestre di Ellesija
il Canone Reale, conosciuto come Papiro di Torino, una delle più importanti fonti sulla sequenza dei sovrani egizi
la Mensa isiaca, che i Savoia ottengono dai Gonzaga nel XVII secolo
la tela dipinta di Gebelein
i rilievi di Djoser
le statue delle dee Iside e Sekhmet e quella di Ramesse II scoperte da Vitaliano Donati nel tempio della dea Mut a Karnak
il Papiro delle miniere d’oro

Il 6 ottobre 2004 è stato firmato un accordo trentennale tra la Fondazione Museo delle antichità egizie e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali per conferire i beni del museo alla Fondazione, presieduta dallo scrittore Alain Elkann e di cui fanno parte la Regione Piemonte, la Provincia di Torino, la Città di Torino, la Compagnia di San Paolo e la Fondazione CRT.
In tal modo il Museo egizio verrà gestito dalle istituzioni locali e godrà dei finanziamenti delle fondazioni bancarie, godendo al tempo stesso di ampia autonomia gestionale.
Nel 2008 il raggruppamento Isolarchitetti vince la gara internazionale per scegliere i progettisti del nuovo museo con un progetto firmato insieme a Dante Ferretti. (vedi post successivo)

LA RISTRUTTURAZIONE DEL MUSEO EGIZIO DI TORINO

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Il lavori di realizzazione del progetto di ristrutturazione e rifunzionalizzazione del Museo Egizio di Torino, del raggruppamento Isolarchitetti, vincitore del bando di gara internazionale pubblicato a giugno 2007, si concluderanno nel 2013 e saranno strutturati in due fasi che consentiranno di non chiudere mai completamente il Museo.

Il primo museo nella storia interamente dedicato all’arte e alla cultura dell’Antico Egitto, va incontro ad uno straordinario e radicale rilancio che lo porterà a valorizzare e rendere pienamente fruibili i grandi tesori della sua collezione, in linea con i parametri internazionali più attuali.

Il cambiamento del Museo Egizio è stato avviato nel 2004 con l’istituzione della Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino, primo esempio in Italia di gestione a partecipazione pubblico-privata che ha reso possibile il conferimento delle collezioni da parte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e lo stanziamento dei fondi necessari da parte degli altri soci fondatori quali Città di Torino, Provincia di Torino, Regione Piemonte, Compagnia di San Paolo e Fondazione CRT.

Il progetto prevede un profondo rinnovamento del Museo: dalla struttura architettonica interna ai servizi al pubblico, dai principi su cui si basa l’allestimento delle sale al numero e alla varietà degli oggetti esposti, per riportare uno dei gioielli dell’offerta culturale italiana in linea con gli standard richiesti a un museo d’avanguardia.

Il Progetto assegna al nuovo museo oltre 10.000 mq di spazi nuovi e restaurati, oltre mille metri lineari di nuove vetrine ad alta tecnologia pronte a ospitare, esporre e valorizzare circa 6.500 pezzi scelti tra gli oltre 26.000 conservati dal Museo.

Il disegno, in coerenza con le indicazioni della Fondazione, oltre a raddoppiare lo spazio del Museo risolve tutte le questioni fondamentali poste, tra le quali:
– i collegamenti verticali ed orizzontali;
– gli accessi e la sintassi dei flussi;
– il recupero dell’immagine dell’edificio;
– la rifunzionalizzazione degli spazi esistenti e l’invenzione di nuove superfici per il Museo;
– il rapporto con l’Accademia delle Scienze e la Città;
– l’individuazione delle aree corrispondenti alle diverse e complesse funzioni e all’ottimizzazione delle loro relazioni di uso e gestione;
– l’impostazione di uno schema di allestimento che preserva e valorizza l’edificio, restituendo dignità, spettacolarità e, ove necessario, senso del sacro alla collezione;
– l’impiego di tecnologie integrate con l’allestimento per la conservazione dei reperti e la climatizzazione degli ambienti;
– la realizzazione del nuovo Museo attraverso “inaugurazioni-evento” progressive nel tempo;
– la continuità di apertura del Museo in tutte le fasi di realizzazione.

Attraversato incessantemente da flussi di visitatori il Museo è movimento, e come tale è stato pensato. Il nuovo Museo Egizio sarà, mutevole e flessibile e costantemente aggiornabile. Il progetto nasce anche dall’intuizione di liberare il piano terra dalle funzioni ad alta frequentazione, portare gli ospiti attraverso la manica Schiaparelli nel ventre del Museo e da lì accompagnarli, con un’esperienza emozionale e culturale, velocemente verso l’alto delle gallerie restaurate.

La gestione dei flussi e degli ingressi è un importante traguardo: ci sarà la possibilità di fare entrare le scolaresche da Via Eleonora Duse, mentre i visitatori accederanno al Museo attraversando la spettacolare corte da Via Accademia delle Scienze.

Già dalla galleria attraverso la corte trasparente saranno anticipate al visitatore prospettive sulla collezione. Una grande sala ricavata all’interno manica Schiaparelli restaurata accoglierà i visitatori nel nuovo ingresso. Da qui con una rampa e con collegamenti verticali i visitatori saranno condotti alla nuova grande sala ipogea progettata sotto la corte.

Questo nuovo spazio flessibile conterrà le aree destinate all’accoglienza (informazioni, biglietteria, bookshop, laboratori didattici, servizi). Poi un veloce collegamento verticale (ascensori e scale mobili) permetterà ai visitatori di salire al secondo piano ed entrare nella grande sala a tre livelli lunga sessanta metri dove inizia il percorso Dagli ultimi piani i visitatori attraverseranno le sale e scenderanno verso il basso seguendo il percorso delle scale storiche dell’edificio, in questo modo si instaurerà un movimento circolare senza incroci di flussi pur conservando la possibilità di personalizzazione della visita. Parallelo al movimento verticale ed orizzontale del pubblico gli spazi necessari al management del Museo verranno dotati di accesso indipendente e occuperanno gli ultimi livelli della manica su Piazza Carignano. Gli uffici saranno direttamente collegati ai laboratori, alle sale e ai depositi. La manica Schiaparelli accoglierà anche la nuova biblioteca e una grande caffetteria con roof garden.

I depositi del museo saranno accessibili dai tre lati dell’edificio.

L’allestimento, l’architettura e la tecnologia concorrono a rappresentare, mettere in scena, storia, cultura e fascino della civiltà egizia. Il disegno degli spazi è studiato per ottenere un sapiente allontanamento dalla città e dal presente.

Il racconto dei reperti, la coralità delle collezioni finalmente esposte per intero, il lavoro di generazioni di archeologi sono accompagnati da profonde suggestioni sensoriali. Lo sguardo del visitatore è accompagnato dalla luce al buio e ancora alla luce in un movimento circolare. Lo spettatore, dagli spazi scuri e misteriosi della corte ipogea, viene portato alla luce che gradualmente cambia ai livelli superiori, e ancora alla penombra delle tombe in un percorso ciclico come la rotazione della notte sul giorno, della vita sulla morte, del silenzio sulla festa. Da sacri luoghi sotterranei alle sale, calde di colori e infinite come i deserti della storia, allo spazio verde dell’oasi di riposo: la scenografia in costante mutamento ci porta a sentire i luoghi per potere, dalla loro storia, trarne vantaggio.

L’allestimento permette, sempre con luce e trasparenza, la percezione del contesto architettonico di cui il museo è ospite, la visione d’insieme delle collezioni nella loro esposizione corale si alterna con la possibilità di uno studio attento e ravvicinato del singolo reperto, un Museo per la città che alla città regala squarci segreti attraverso la corte-piazza che, come fata Morgana, attira l’attenzione verso uno spazio reale e vivo.

Il progetto architettonico è firmato Isolarchitetti s.r.l., I.C.I.S. s.r.l., prof. arch. Carlo Aymonino, prof. arch. Paolo Marconi e dall’arch. Gabriella Barbini.

Il progetto del restauro architettonico porta la firma del prof. arch. Paolo MARCONI, arch. Giancarlo Battista e dell’arch. Marco Grimaldi, mentre quello del restauro artistico della dott.ssa Maria Gabriella De Monte.

Il progetto degli allestimenti è firmato dall’arch. Dante Ferretti, due volte Premio Oscar, da Isolarchitetti e da I.C.I.S.

UNA FOTO AL GIORNO: LE PIRAMIDI DALLO SPAZIO

Una delle poche opere dell’uomo visibili dallo spazio, sono le Piramidi della piana di Giza!

Ma vi siete mai chiesti come potrebbero vedere gli extraterrestri queste sbalorditive costruzioni??

Clicca più volte sull’immagine, fino a vederla in alta risoluzione! E’ impressionante!!!

Le Piramidi della piana di Giza viste dallo spazio

IMMENSI DANNI AL PATRIMONIO ARCHEOLOGICO EGIZIANO

Fonte: La stampa.it di Vittorio Sabadin

Quando tutto sarà finito, e il ministro per i Beni archeologici dell’Egitto Zahi Awass potrà finalmente andare a controllare di persona, quasi certamente scoprirà che il suo ostentato ottimismo era esagerato. Dal Cairo a Luxor, da Aswan al Sinai, decine di musei e di siti archeologici sono stati depredati da saccheggiatori. Centinaia di reperti millenari sono stati danneggiati e forse migliaia di oggetti sono stati rubati.

Anche se Hawass continua con l’abituale veemenza a ripetere nelle interviste che tutto è sotto controllo, la realtà descritta su Facebook e negli altri social networks dagli archeologi che scavano nelle località attaccate è purtroppo molto diversa. In queste ore, egittologi e direttori dei musei di tutto il mondo si scambiano e-mail venate di tristezza. Sono sgomenti per il danno finora causato al patrimonio archeologico dell’Egitto e ancora più preoccupati per quello che potrebbe accadere, se il Paese non tornerà presto alla normalità e non riprenderà il totale controllo del proprio patrimonio archeologico.

Uno dei reperti rubati al Museo de Il Cairo

Le voci dai blog
Questa la situazione nei musei e nei siti archeologici più importanti del Paese, così come viene descritta nei blog e nelle comunicazioni fra archeologi. I saccheggiatori che nella notte fra il 28 e il 29 gennaio sono penetrati nel Museo archeologico del Cairo hanno danneggiato circa 100 reperti. Nella breve visita organizzata da Hawass per tranquillizzare tutti, i danni sono stati volutamente minimizzati. Almeno 13 teche dell’Antico Regno sono state aperte e il contenuto asportato o gettato a terra. La splendida barca della tomba di Meseti ad Assyut è rotta in più pezzi.

Due mummie sono state decapitate e devastate e non se ne conosce ancora l’identità. Si teme che sia stata danneggiata anche la mummia di Tuya, la moglie di Seti I, che era ricoperta da un prezioso e davvero unico pettorale. I reperti della tomba di Tutankhamon non sono stati risparmiati. La statua che raffigura il faraone in piedi su una pantera è stata spezzata in due. Le immagini messe in rete da Margaret Maitland, che gestisce il blog Eloquent Peasant, mostrano solo la pantera, gravemente danneggiata. Di un’altra statuta di Tut sono rimasti solo i piedi.

Decine di piccole statue di legno sono state strappate dai loro supporti. In una foto si vede una teca completamente vuota, salvo i resti di un ventaglio d’oro e due scettri del faraone. Secondo Hawass, anche a Memphis, l’antica capitale del regno, la situazione è sotto controllo. Ma in base alle testimonianze il museo, che contiene numerose statue in un giardino all’aperto, è stato saccheggiato.

Uno dei reperti rubati al Museo de Il Cairo

Caccia all’oro
A El Qantara, sul Canale di Suez, il museo che conteneva 3000 reperti del periodo romano e bizantino è stato completamente depredato. Hawass ha detto che circa 300 sono stati recuperati, ma si ignora la sorte degli altri. Un operaio che lavorava al museo ha raccontato che i saccheggiatori sono entrati dicendo che cercavano l’oro. «Ho risposto che di oro non ce n’era, e allora hanno cominciato a distruggere tutto e a portare via quello che potevano».

A Luxor e nella Valle dei Re il 30 gennaio si è veriricato un tentativo di irruzione al Tempio di Karnak, ma è stato respinto. Nelle moschee è stato detto ai fedeli di proteggere i siti archeologici e ora la situazione sembra tranquilla. Nessun tentativo di intrusione, finora, nelle tombe della Valle dei Re. La piana di Giza con le sue piramidi è sorvegliata dall’esercito e non si segnalano danni. Le cose vanno però molto peggio nelle zone più lontane dal Cairo. Ad Abusir, dove si trovano le piramidi di Sahure, Neferirkare e Nyuserre Ini, tutte le tombe sigillate sono state aperte alla ricerca di tesori.

Il sito egyptopaedia.com riferisce di danni molto gravi. Il «Sun» ha pubblicato il 1˚ febbraio la foto di una banda di ladri intenta a scavare. Miroslav Bàrta, capo di una spedizione della Repubblica Ceca, ha raccontato che il sito è stato attaccato e molti dei reperti riportati alla luce sono stati danneggiati.

Uno dei reperti rubati al Museo de Il Cairo

Lucchetti inutili
I danni più gravi sono a Saqqara, dove si trovano la piramide a gradoni del faraone Djoser e numerose mastabe ornate da meravigliosi bassorilievi. Tutti i lucchetti delle tombe sono stati forzati, ha confermato Hawass, aggiungendo che all’interno non sono stati rilevati danni. Secondo altre fonti, la piramide di Pepi I a Sud di Saqqara è stata aperta, così come la stessa piramide di Djoser, che non è visitabile dal pubblico perché pericolante.

I saccheggiatori avrebbero svaligiato i magazzini di Saqqara, asportando gran parte del contenuto. Tra le tombe violate anche quella del tesoriere di Tutankhamon, Maya, e della moglie Merit, raffigurati insieme in una delle più belle statue ritrovate in Egitto. Per fortuna è al sicuro dal 1823 nel museo olandese di Leida.

Gli oggetti ufficialmente depredati al Museo Egizio de Il Cairo sono i seguenti:

1. Statua di Tutankhamon portato da una dea in legno dorato

2. Statua in legno dorato di Tutankhamun durante arpionamento. Solo il tronco e gli arti superiori del re sono mancanti

3. Statua in calcare di Akhenaton in possesso di un tavolo di offerta

4. Statua di Nefertiti in atto di fare offerte

5. Testa in arenaria di una principessa di Amarna

6. Statuetta in pietra di uno scriba di Amarna

7. Statuette di legno sciabita da Yuya (11 pezzi)

8. Scarabeo del Cuore di Yuya

Per chi sa bene l’inglese, link al blog di Sadi Hawass


IL POLLICIONE DEGLI ANTICHI EGIZI

La protesi per alluce (clicca x ingrandire)

Milano, 14 feb. (Adnkronos Salute) – Sono stati gli antichi egizi i primi ortopedici della storia. Lo ha provato Jacky Finch del Centro di egittologia biomedica dell’università inglese di Manchester, dimostrando che due manufatti che riproducono degli alluci – uno in legno e cuoio conservato al Museo egizio del Cairo, l’altro esposto al British Museum di Londra – rappresentano le prime protesi artificiali create per sostituire parti del corpo mancanti. Benché siano state concepite e realizzate prima del 600 a.C., sono infatti ancora in grado di assolvere la loro funzione: ricostruite fedelmente e sperimentate su due volontari, hanno fatto le veci delle dita mancanti permettendo ai pazienti di camminare.

I risultati dell’esperimento – condotto presso il Gait Laboratory del Centro di ricerca in riabilitazione e performance umana della Salford University – sono pubblicati su ‘Lancet’ e permettono di decretare una volta per tutte che il più antico esempio di protesi della storia è ‘made in Egitto’. Questi alluci artificiali, infatti, precedono di vari secoli quella che finora era ufficialmente ritenuta la prima protesi della storia: una gamba di bronzo di epoca romana.

Per essere classificato come autentico device protesico, spiega Finch, un dispositivo deve rispondere a numerosi criteri. Tra i requisiti richiesti la resistenza del materiale utilizzato durante l’uso, un’estetica accettabile, la facilità nella pulizia. Nel caso specifico, fabbricare un sostituto dell’alluce è particolarmente complicato considerando che il primo dito del piede regge il 40% circa del peso del corpo e svolge una funzione propulsiva chiave durante la camminata. L’unico modo per dimostrare che i due finti alluci non erano una semplice decorazione, bensì una protesi ortopedica, era dunque quello di testarli ‘sul campo’. Finch l’ha fatto e ha avuto ragione: “I miei dati – afferma – provano che entrambi i manufatti erano in grado di sostituire il dito perduto e che possono essere classificati come protesi. Le origini della medicina protesica sono da collocare saldamente ‘ai piedi’ degli antichi Egizi”.

I DANNI AI MUSEI EGIZIANI

Nel corso dei moti di piazza contro il regime di Mubarak, il 29 gennaio è stato  assaltato anche il Museo Egizio, nella centrale piazza Midan at Tahir, epicentro delle manifestazioni. L’edificio, eretto nel 1902 in sostituzione del museo di Giza, ospita, com’è noto, la massima collezione di antichità egizie al mondo.

Oltre a saccheggiare il Gift-shop e la biglietteria, alla ricerca di denaro, i vandali – tra cui forse anche alcuni guardiani del museo – sono saliti al secondo piano facendo scempio dei reperti del corredo del principe Meshenty, nomarca di Assiut nell’XI dinastia (2060 a.C circa) e distruggendo alcuni pezzi del tesoro di Tutankhamon. Tredici vetrine sono state infrante, ed il loro contenuto gettato a terra o fatto letteralmente a pezzi. Secondo le dichiarazioni del neo-ministro Zahi Hawass settanta pezzi sono stati danneggiati.

Sono state distrutte alcune mummie, tra cui forse quella del Portaventagli alla destra del re, generale di cavalleria Yuya, padre della regina Teye, moglie di Amenhotep III e nonno di Akhenaton (XIV secolo a.C.), la cui tomba venne rinvenuta intatta da Theodore Davis nella Valle dei Re nel 1905. La cosa però non è assolutamente certa: di sicuro da ciò che si vede in una è stata fatta letteralmente a pezzi una mummia che sembra essere quella di  Tuthmosi II (XVIII dinastia, 1524- 1505), uno dei creatori dell’impero egizio; la testa che si intravede dietro è quella di un altro grandissimo sovrano, Sethi I, padre di Ramesse II, e uno dei maggiori faraoni guerrieri (XIX din., 1305-1290) la cui mummia – se di lui si tratta, come temiamo – era sinora le meglio conservata tra tutte le mummie reali.

Da quanto è possibile vedere dai video trasmessi di Al Jazeera e da quanto pubblicato sul sito egittologico http://www.eloquentpeasant.com tra i pezzi danneggiati si può riconoscere, in uno dei sarcofagi gettati a terra, quello in cartonnage dorato di Tuya, madre di Teye, e la copertura dorata della sua mummia, raffigurante le divinità dell’aldilà, almeno una delle quali è stata strappata via; il fatto che però la mummia non fosse conservata nel sarcofago lascia però sperare che la sua mummia non sia stata distrutta. Purtroppo è stata fatta a pezzi la statua funeraria di cedro del libano rivestita in lamina d’oro di Tutankhamon stante sulla pantera; sul pavimento restano la statuetta frantumata del felino, e la base dell’immagine del sovrano. La brutalità del saccheggio è ben evidenziata dai piedi ancora intatti, mentre le caviglie della statua sono state spezzate di netto. Si trattava di una delle più belle opere del Vicino Oriente antico.

Così un pezzo unico era fino a pochi giorni fa la statua dorata di Tutankhamon stante sulla barca di papiro. Anche qui la statua è stata strappata con violenza. Si trattava di esemplari unici, provenienti dal cosiddetto “annesso” della tomba del sovrano, con una funzione rituale, tanto che statue analoghe sono raffigurate sulla pareti della tomba di Sethi II, sempre nella valle dei re. Distruzione di opere di una tale importanza archeologica  ed artistica si potrebbe forse paragonare ad un’eventuale perdita della Primavera del Botticelli per l’arte italiana del XV secolo. Si trattava inoltre di due opere molto discusse, poichè il sovrano vi era stato rappresentato con un accenno di seno, su cui gli egittologi hanno avanzato numerose ipotesi, da quella che li vorrebbe appartenenti al corredo funerario di Nefertiti o di SmenkhaRa, e riutilizzati per Tutankhamon, a quella che vi vede elementi attardati dello stile amarniano.

Sempre al tesoro del ventenne faraone appartengono il flabello in ebano ed oro il cui manico è stato spezzato ed asportato, ed i bastoni da lancio per la caccia. Come accennato, i vandali si sono accaniti sul corredo di Meshenty, celeberrimo per i modelli funerari in legno, tipici del primo Medio regno: la barca funeraria in acacia è stata sfondata con un oggetto pesante, schiantando la cabina ed i rematori, i famosi arcieri nubiani della stessa tomba non sono sfuggiti alla medesima sorte. Dopo aver infranto la vetrina, quattro arcieri sono stati strappati dalla base e gettati per terra.

Gli altri due musei importanti del Cairo, quello Copto nel Cairo Vecchio, e quello Islamico a Fustat, non sono stati danneggiati. Gravi danni sono segnalati anche altrove, a Giza, a Saqqara – dove sarebbero state danneggiate le piramidi di Djedkara – Isesi e di Pepi I (VI dinastia). Cosa si voglia intendere con danneggiate non è chiaro: temiamo che possano esser state danneggiate le pareti con due delle versioni più antiche dei “Testi delle Piramidi”; ancora danni sono stati  segnalati nella tomba dell’intendente al tesoro  Maya, un alto funzionario dell’epoca di Tutankhamon, i cui rilievi sono tra i più eleganti della tarda XVIII dinastia – ed ad Abu Sir. Per completezza va detto che il dottor Martin Raaven, direttore della missione archeologica olandese a Sakkara che scava la tomba di Maya, non è stato in grado di confermare i saccheggi. Nel delta orientale la folla ha saccheggiato il museo archeologico di Al Qantara, che conteneva oggetti provenienti dalla zona del canale di Suez: tremila pezzi sono stati asportati. Sono stati segnalati saccheggi anche nei dintorni di Alessandria d’Egitto, mentre nell’Alto Egitto l’esercito e gli stessi cittadini hanno protetto l’area tebana, la più vasta zona archeologica al mondo.

 

EGITTO CONTRO GERMANIA PER IL BUSTO DI NEFERTITI

(ANSA) – ROMA, 24 GEN – L’Egitto torna a chiedere formalmente a Berlino la restituzione del busto della regina Nefertiti, star del neo restaurato Neues Museum. Il busto e’ in Germania dal 1913 e da tempo l’Egitto conduce una battaglia per riportarlo in patria, giudicando poco chiare le circostanze che portarono l’opera d’arte in Germania, dopo il suo ritrovamento da parte dell’archeologo tedesco Ludwig Borchardt nel 1912.

Berlino, 24 gen. – (Adnkronos/Dpa) – La Germania ha respinto la richiesta egiziana di restituzione del busto di Nefertiti, affermando che la domanda non e’ firmata da nessun ministro e non ha quindi carattere governativo. Un portavoce del ministero della Cultura tedesco, Hagen Philipp Wolf, ha dichiarato che la richiesta e’ firmata da Zahi Hawas, capo del Supremo Consiglio delle Antichita’, che e’ solo vice ministro della Cultura. Il ministero tedesco ribadisce inoltre che la scultura e’ legalmente di proprieta’ della Germania.

SCOPERTA ARCHEOLOGICA

Il Ministro della Cultura egiziana, Farouk Hosny ha annunciato oggi che sei pezzi mancanti della doppia statua colossale della 18a dinastia, rappresentante il re Amenhotep III e la regina Tiye, sua moglie, sono stati scoperti nel tempio funerario del re, sulla riva occidentale del Nilo a Luxor. La statua è attualmente uno dei pezzi forti della sala principale del Museo Egizio del Cairo.

I pezzi mancanti sono stati scoperti 130 anni dopo che Mariette scoprì la doppia statua nel 1889 a Medinet Habu. I frammenti sono stati trovati durante lavori di scavo da parte di un gruppo di egiziani sotto la direzione del Dr. Zahi Hawass, Segretario Generale del Consiglio Supremo delle Antichità (SCA).

ZADI HAWASS E L’OBELISCO DI NEW YORK

L'obelisco all'epoca del suo insediamento

Al Central Park di New York si trova un obelisco di granito rosso ,alto 21 metri e realizzato durante la 18esima dinastia per commemorare il re Tuthmose III, nonno di Tutankhamon. Questo obelisco è uno di coppia di obelischi gemelli originariamente eretti in Heliopolis, ma poi spostati ad Alessandria, di fronte al tempio dedicato al Divino Giulio Cesare.
Nel corso del 19 ° secolo, il Khedive d’Egitto, che ha governato come viceré del sultano di Turchia tra il 1879 e il 1914, ha donato due obelischi alle nazioni industrializzate occidentali in cambio di aiuti esteri per modernizzare l’Egitto ( canale di Suez). L’obelisco di Londra è stata innalzato nel 1879, il suo gemello invece fu eretto a Central Park nel 1881. Da allora è comunemente conosciuto come “Cleopatra Needle”.
Durante la sua ultima visita a New York, Zahi Hawass, segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità (SCA), ha potuto appurare che l’obelisco ha severamente resistito alle intemperie del secolo scorso ma non è stato adeguatamente conservato nè sono stati compiuti sforzi per conservarlo . Questo fatto ha portato Hawass a scrivere una lettera al presidente del Central Park Conservancy e al sindaco di New York City per chiedere il loro aiuto nella cura dell’obelisco, avvisando che , nel caso non fossero state prese tutte le misure necessarie per migliorarne la conservazione, avrebbe provveduto a fare in modo di riportarlo a casa.
Questo avvertimento ha creato trambusto nella stampa americana.

Le gravi lesioni ai geroglifici

“Io sono responsabile di tutti i monumenti egiziani e uno dei miei compiti è quello di monitorare il patrimonio Egitto, sia nel paese o all’estero”, ha detto Hawass ad Ahram Online . Ha continuato: “Perché uno dei principali obiettivi del mio mandato di segretario generale di SCA è stata la conservazione e protezione delle antichità egizie, ritengo necessario che io lotti per il restauro di questo obelisco”.
Hawass ha aggiunto che le foto recenti mostrano che l’obelisco ha subito gravi danni, soprattutto al testo geroglifico inciso su di esso.

Secondo il New York Post , il Dipartimento Parchi ha detto che il monumento è in gran forma per la sua età e non è in alcun bisogno di un lifting.
“Abbiamo grande rispetto per questo artefatto egiziano” Jonathan Kuhn, direttore di oggetti d’arte del New York City Parks and Recreation Department ha detto al New York Post . Ha continuato sostenendo che una relazione datata 1980 rivela che il monumento aveva già qualche danno alle iscrizioni sui fianchi, ma che il danno è stato fatto prima del 20 ° secolo.

CHIUDE LA TOMBA DI TUTHANKAMON

Zadi Hawass nella tomba di Tuthankamon

Il segretario generale del consiglio supremo delle antichità egiziane Zahi Hawass ha annunciato che la tomba di Tutankhamon, nella Valle dei Templi di Luxor, sarà presto chiusa ai visitatori per evitare che questi la distruggano. La misura sarà applicata anche ad altre due celebri tombe di Luxor, quelle di Seti I di Nefertari, padre e moglie di Ramses II, che regnò dal 1314 al 1304 a.C.

Hawass ha spiegato che altrimenti «queste tombe sarebbero totalmente distrutte nel giro di 200 anni». Secondo l’egittologo Basaam el Shamaa «l’umidità causata dalla respirazione e dal sudore dei turisti» – in agosto le temperature superano i 50 gradi – «danneggiano le tombe».

Gli egiziani prevedono di realizzare a breve una «valle delle riproduzioni». Esperti sono già al lavoro con i laser per preparare immagini e copie esatte di interni, decorazioni e dipinti, delle tre tombe, che saranno ricostituite nei dintorni per i turisti. Le tombe originali potranno essere ancora visitate da pochissimi privilegiati, specialisti di egittologia, che però, avverte Hawass, pagheranno «biglietti d’ingresso carissimi». Scoperta nel 1922 dall’archeologo britannico Howard Carter, la tomba di Tutankhamon è ritenuta quella meglio conservata. È una delle principali attrazioni turistiche del paese. Ma, spiega Hawass, ora «è più importante proteggere la storia che il turismo».

LA CURA DELLA PELLE NELL’ANTICO EGITTO

La cura della pelle era alla base del concetto stesso di bellezza nell’antico Egitto.

I papiri ci hanno tramandato ricette millenarie di cui colpisce, prima di ogni altro aspetto, il binomio tra modernità (alcuni ingredienti di allora sono adoperati anche nella cosmesi odierna) e ripugnanza, dato l’uso massiccio di “materie prime” da far accapponare la pelle.

In alcuni post precedenti, questo blog aveva chiarito l’importanza della depilazione fra le donne egizie, attuata con vari metodi; per perfezionarla, lenire la pelle ed attenuare inevitabili rossori provocati dall’ operazione, si applicavano creme dalla preparazione a dir poco bizzarra, a base di ossa di uccelli bollite, succo di sicomoro, cetriolo e gomma, con l’aggiunta di…sterco di mosca.

In un Paese dal clima particolarmente caldo come l’Egitto, la profumazione della pelle con sostanze odorose e balsamiche era indispensabile; veri e propri deodoranti si ottenevano dalla scorza macinata di carrube o palline di farina d’avena, un ingrediente talmente efficace e portentoso da costituire la base di molte creme e preparati anche oggi.

Ovviamente, la pelle del viso costituiva il fulcro delle quotidiane cure di bellezza delle signore egiziane; essa doveva essere sempre liscia, morbida e levigata, anche per essere preparata nel modo migliore al trucco, piuttosto elaborato e pesante.

Un peeling efficace e comune, era costituito da un preparato a base di polveri di alabastro e carbonato di soda, insieme a miele e sale marino, dal noto effeto “scrub” naturale e meccanico.

Infine, non potevano mancare gli antirughe; i segni del tempo sul volto venivano contrastati da cere, olio di moringa, incenso e calamo, pianta palustre dai molteplici effetti benefici usata a tutt’oggi in erboristeria.

LE ULTIME SCOPERTE SUL FARAONE TUT

Un bellissimo e lucidissimo articolo di Zahi Hawass per il National Geografic. La storia del leggendario faraone Tutankhamon attraverso le testimonianze della scienza, i resoconti delle TAC e delle analisi del DNA svela, una volta per tutte, la vera storia di uno dei faraoni meno amati in vita e probabilmente per questo motivo arrivato intatto fino a noi. Tut ha veramente raggiunto l’immortalità diventando il faraone più conosciuto e studiato dell’intera storia

di Zahi Hawass

Le mummie ci turbano e ci affascinano. Ricche di segreti e magia, un tempo erano persone che vivevano e amavano, proprio come noi. Credo che dovremmo rendere onore a questi antichi defunti e lasciarli riposare in pace.

Tuttavia, alcuni segreti riguardanti i faraoni  possono essere svelati solo studiandone le mummie. Nel 2005, grazie a una serie di TAC della mummia di Tutankhamon siamo riusciti a dimostrare che il sovrano egizio non morì per un colpo alla testa come credevano in molti. Dai nostri esami è emerso che la parte posteriore del suo cranio era stata forata durante il processo di mummificazione; lo studio dimostra inoltre che Tutankhamon morì ad appena 19 anni, forse poco dopo aver subito la frattura della gamba sinistra.
Il personaggio è circondato da misteri che neppure una TAC può risolvere. Ma ora siamo in grado di fare straordinarie rivelazioni sulla sua vita, la sua nascita e la sua morte.

Per me la storia di Tutankhamon (oggi chiamato anche “Tut”) è come un dramma di cui si sta ancora scrivendo il finale. Il primo atto ha inizio intorno al 1390 a.C., varie decine d’anni prima della sua nascita, quando sale al trono d’Egitto il grande faraone Amenhotep III. Questo sovrano della XVIII dinastia, il cui impero si estende per 1.900 chilometri, dall’Eufrate, a nord, alla Quarta Cataratta del Nilo, a sud, vanta ricchezze inimmaginabili. Al fianco della potente regina Tiye, Amenhotep III regna per 37 anni onorando le divinità dei suoi avi, primo fra tutti Amon, mentre il popolo prospera e le casse del regno si riempiono grazie ai possedimenti oltreconfine.

I resti mummificati del sovrano erano custoditi in questo sarcofago d’oro massiccio di circa 110 chili. (Clicca per ingrandire)

Se il primo atto parla di tradizione e stabilità, nel secondo si racconta una rivoluzione. Alla morte di Amenhotep III gli succede il suo secondogenito, Amenhotep IV, personaggio singolare e sognatore, che abbandona il culto di Amon e delle altre divinità del pantheon ufficiale per abbracciare quello di un dio unico: l’Aton, ovvero il disco solare. Nel quinto anno del suo regno il sovrano ha già cambiato nome ed è diventato Akhenaton, “colui che è utile all’Aton”. Si erge a dio vivente e lascia Tebe, la capitale religiosa della tradizione, per andare a costruire una grande città di culto 290 chilometri più a nord, in una località oggi chiamata Amarna. Qui vive con la sposa, la grande e bellissima Nefertiti, e con lei assolve il ruolo di sommo sacerdote dell’Aton, assistito dalle sei figlie dilette. La classe sacerdotale devota ad Amon viene privata di ogni potere e ricchezza e l’Aton regna supremo. L’arte di questo periodo è pervasa da un naturalismo nuovo e rivoluzionario: il faraone non si fa ritrarre con un volto idealizzato e un fisico giovane e muscoloso come i suoi predecessori, ma ha un aspetto stranamente effeminato, la pancetta e un viso lungo dalle labbra carnose.

La fine del regno di Akhenaton è avvolta nell’incertezza; è una scena recitata a sipario calato. Per un breve periodo il potere è in mano a uno o forse a due sovrani, che regnano insieme ad Akhenaton oppure dopo la sua morte, o entrambe le cose. Come molti altri egittologi, anch’io sono convinto che il primo di questi “re” sia Nefertiti. Il secondo è invece un personaggio misterioso chiamato Smenkhkara, di cui non si sa quasi nulla. Quel che si sa per certo invece è che quando si riapre il sipario al terzo atto, sul trono c’è un bambino di nove anni: Tutankhaton (“l’immagine vivente dell’Aton”). Nei primi due anni di regno, il sovrano e la sua sposa Ankhesenpaaton (figlia di Akhenaton e Nefertiti) lasciano Amarna e tornano a Tebe, dove riaprono i templi, ai quali restituiscono gloria e ricchezza. I reali consorti cambiano nome e diventano Tutankhamon e Ankhesenamon, ripudiano l’eresia di Akhenaton e rinnovano la propria fedeltà al culto di Amon.

SOPRA: L’archeologo egiziano Zahi Hawass (a destra), discute con due esperti di DNA dopo il prelievo di tessuto osseo da una delle mummie scoperte nella tomba KV35 della Valle dei Re.

E qui cala il sipario. Dieci anni dopo l’ascesa al trono, Tutankhamon è già defunto e non lascia eredi. Viene sepolto frettolosamente in una piccola tomba progettata in origine non per un sovrano, ma per un privato. E per reazione all’eresia di Akhenaton, i suoi successori riescono a cancellare dalla storia quasi ogni traccia dei sovrani di Amarna, Tutankhamon compreso.

Per ironia della sorte, questo tentativo di cancellare la sua memoria ha fatto sì che Tutankhamon arrivasse fino a noi. Meno di un secolo dopo la sua morte nessuno ricordava più dove fosse la sua tomba. Nascosta ai saccheggiatori dalle strutture costruite sopra, la tomba è rimasta praticamente intatta fino alla sua scoperta, nel 1922. All’interno sono stati ritrovati più di 5.000 manufatti. Ma finora i reperti archeologici non erano riusciti a fare luce sui rapporti familiari più intimi del giovane monarca. Chi erano i suoi genitori? Che fine fece la vedova Ankhesenamon? I due feti mummificati che sono stati rinvenuti nella tomba sono figli mai nati del re oppure simboli di purezza che dovevano accompagnarlo nell’aldilà?

Per rispondere a questi interrogativi abbiamo deciso di analizzare il DNA di Tutankhamon insieme a quello di altre dieci mummie sospettate di far parte della cerchia più ristretta dei suoi familiari. In passato sono stato contrario a condurre studi genetici sulle mummie reali; ritenevo che le probabilità di ottenere campioni utili evitando di contaminare i reperti con Dna moderno fossero troppo ridotte per giustificare la manipolazione di quei sacri resti. Ma nel 2008 vari genetisti mi hanno convinto che nel settore erano stati fatti progressi tali da lasciar sperare in risultati fruttuosi. Perciò abbiamo allestito due laboratori all’avanguardia per il sequenziamento del Dna, uno nei sotterranei del Museo Egizio del Cairo, l’altro presso la Facoltà di Medicina dell’Università del Cairo. Le ricerche sono state dirette da due studiosi egiziani: Yehia Gad e Somaia Ismail del Centro Nazionale di Ricerca egiziano. Abbiamo anche deciso di sottoporre tutte le mummie a tomografia computerizzata sotto la guida di Ashraf Selim e Sahar Saleem della suddetta Facoltà di Medicina. L’équipe si è avvalsa della consulenza di tre esperti internazionali: Carsten Pusch dell’Università Eberhard Karls di Tubinga, Albert Zink dell’Istituto per le Mummie e l’Iceman dell’Eurac di Bolzano, e Paul Gostner, dell’Ospedale Centrale di Bolzano.

SOPRA: Il corpo di Amenhotep III venne ritrovato nel 1898 nella tomba KV35, dov’era sepolto il nonno Amenhotep II, nascosto insieme a una decina e più di altri membri della famiglia reale.

Conoscevamo l’identità di quattro mummie: quella di Tutankhamon, ancora nella Valle dei Re, e quella delle tre mummie esposte al Museo Egizio: Amenhotep III, Yuya e Tuyu, genitori della regina Tiye consorte di Amenhotep III. Tra le mummie non identificate c’era quella di un maschio scoperto in una misteriosa tomba della Valle dei Re denominata KV55; a giudicare dalle testimonianze archeologiche e testuali sembrava molto probabile che fosse la mummia di Akhenaton o di Smenkhkara.

La ricerca della madre e della sposa di Tutankhamon si è concentrata su quattro mummie femminili non identificate. Due di queste, soprannominate “la Vecchia Signora” e “la Giovane Signora”, erano state scoperte nel 1898 in una camera laterale della tomba di Amenhotep II (KV35), sbendate e abbandonate sul pavimento; forse alcuni sacerdoti le avevano nascoste lì dopo la fine del Nuovo Regno, intorno al 1000 a.C. Le altre due mummie provenivano da una piccola tomba della Valle dei Re (KV21) che sembra risalire alla XVIII dinastia; tenevano entrambe il pugno sinistro sul petto, in una posa generalmente considerata caratteristica di una sovrana.

Infine, volevamo tentare di prelevare un campione di DNA dai feti rinvenuti nella tomba di Tutankhamon, impresa non facile date le cattive condizioni delle mummie. Ma se ci fossimo riusciti, forse avremmo trovato i pezzi mancanti di un puzzle che comprendeva cinque generazioni.

Per disporre di materiale analizzabile i genetisti hanno prelevato dei campioni di tessuto da vari punti di ogni mummia e sempre dalla parte più interna dell’osso, dov’era impossibile che il campione fosse stato contaminato dal Dna degli archeologi precedenti o dei sacerdoti egizi che si erano occupati della mummificazione. L’équipe è stata anche particolarmente attenta a evitare qualsiasi rischio di contaminazione da parte dei ricercatori. Una volta prelevati i campioni occorreva separare il DNA da sostanze come gli unguenti e le resine usati dai sacerdoti per conservare le salme. Dal momento che le sostanze impiegate per l’imbalsamazione erano diverse per ogni mummia, si è dovuto variare il procedimento necessario a purificarne il Dna. E in ogni caso c’era sempre il pericolo di danneggiare il delicatissimo materiale.

Lo studio si è incentrato proprio sulla mummia di Tutankhamon. Nel momento in cui fossimo riusciti a prelevare e isolare il suo DNA, l’avremmo immerso in una soluzione liquida trasparente per analizzarlo. Purtroppo siamo rimasti costernati vedendo che le prime soluzioni diventavano scure e torbide.

SOPRA: Fra i resti custoditi nella tomba KV35 c’era una mummia non identificata, nota fino a ieri come la Vecchia Signora. L’analisi del DNA ha accertato che questa mummia, che ancora conserva segni di una antica bellezza, era Tiye, sposa di Amenhotep III e figlia di Yuya e Tuyu, una coppia di coniugi non appartenenti alla famiglia reale, scoperti nel 1905 nella loro tomba intatta, la KV46.

Ci sono voluti sei mesi di lavoro intenso per capire come eliminare il contaminante (un prodotto per la mummificazione ancora ignoto) e ottenere un campione che si potesse amplificare e sequenziare. Una volta prelevato anche il DNA delle altre tre mummie maschili analizzate – Yuya, Amenhotep III e il misterioso KV55 – ci siamo messi all’opera per far luce sull’identità del padre di Tutankhamon. Le testimonianze archeologiche riguardanti questa questione cruciale erano ambigue. In varie iscrizioni risalenti all’epoca del suo regno, Tutankhamon parla di Amenhotep III definendolo suo padre; ma ciò non basta a sciogliere il dubbio, perché il termine usato ha anche il significato di “nonno” o “avo”. Inoltre, stando alla cronologia comunemente accettata, Amenhotep III morì circa dieci anni prima della nascita di Tutankhamon.

Molti studiosi ritengono invece che il padre fosse Akhenaton. Questa tesi è confortata dalle iscrizioni di un blocco spaccato di calcare rinvenuto vicino ad Amarna in cui sia Tutankhaton che Ankhesenpaaton vengono definiti figli amati del sovrano. Poiché sappiamo per certo che Ankhesenpaaton era figlia di Akhenaton, ne consegue che anche Tutankhaton (divenuto poi Tutankhamon) era suo figlio. Ma non tutti gli studiosi giudicano convincente questa testimonianza e alcuni hanno affermato che il padre di Tutankhamon fosse invece il misterioso Smenkhkara. Per parte mia avevo sempre sostenuto la teoria di Akhenaton; ma si trattava appunto di una semplice teoria.

Una volta isolato il DNA delle mummie è stato abbastanza facile confrontare i cromosomi Y di Amenhotep III, KV55 e Tutankhamon per vedere se fossero effettivamente legati da parentela (i cromosomi Y dei maschi imparentati fra di loro presentano lo stesso schema di Dna perché quella parte del genoma maschile si eredita direttamente dal padre). Per precisare i termini del rapporto, tuttavia, era necessaria un’analisi genetica più sofisticata. Sui cromosomi presenti nei nostri genomi vi sono alcune regioni specifiche in cui lo schema delle lettere del Dna (le A, le T, le G e le C che compongono il nostro codice genetico) varia moltissimo da una persona all’altra. Queste variazioni corrispondono a numeri diversi di sequenze delle stesse lettere ripetute. Per esempio, mentre una persona può avere una sequenza di lettere ripetuta dieci volte, un’altra persona, non imparentata con la prima, potrebbe avere la stessa sequenza ripetuta 15 volte, una terza persona 20 volte e così via. Per l’FBI la coincidenza di dieci di queste regioni assai variabili basta per concludere che il DNA rimasto sulla scena di un delitto può essere quello di un indiziato sottoposto al test.

Riunire i membri di una famiglia di 3.300 anni  fa richiede una procedura un po’ meno rigorosa rispetto ai parametri necessari per far luce su un delitto. Confrontando fra loro otto di queste regioni variabili la nostra équipe è riuscita a stabilire con una percentuale di probabilità superiore al 99,99 per cento che Amenhotep III era il padre dell’individuo sepolto nella tomba KV55, e che questo era a sua volta il padre di Tutankhamon.

SOPRA: Dalle analisi del DNA risulta che questa mummia, nota come la Giovane Signora, è sia sorella germana della mummia KV55 (probabilmente Akhenaton) sia la madre di suo figlio Tutankhamon (fra i reali d’Egitto i rapporti incestuosi non erano insoliti). La storia testimonia che Akhenaton sposò sia la famosa Nefertiti sia una donna di nome Kiya, ma di nessuna delle due era mai stato detto che fosse sorella del faraone. La Giovane Signora è probabilmente una delle cinque figlie note di Amenhotep III e Tiye.

A questo punto sapevamo dunque di avere il corpo del padre di Tutankhamon, ma non sapevamo ancora per certo chi fosse. I nostri sospetti si concentravano soprattutto su Akhenaton e Smenkhkara. La tomba KV55 ospitava infatti un deposito di materiale che si riteneva fosse stato preso da Tutankhamon ad Amarna, dove era stato sepolto Akhenaton (e forse Smenkhkara), e da lì portato a Tebe. Benché i cartigli (ovali contenenti i nomi del faraone) fossero stati cancellati dal sarcofago, questo recava alcuni epiteti associati esclusivamente ad Akhenaton. Ma non tutte le prove raccolte rimandavano a lui. La maggior parte delle analisi aveva stabilito che il corpo contenuto al suo interno era quello di un uomo di non più di 25 anni, cioè troppo giovane per poter essere Akhenaton, che sembra abbia procreato due figlie prima di inaugurare i suoi 17 anni di regno. Molti studiosi ipotizzavano che la mummia fosse piuttosto quella del misterioso faraone Smenkhkara.

Ora, però, si poteva chiamare un nuovo testimone per risolvere il mistero. La mummia della cosiddetta Vecchia Signora (KV35EL), con la sua chioma lunga e rossiccia che le cade sulle spalle, è bella anche nella morte. In passato era stata accertata la coincidenza morfologica fra un capello di questa chioma e una ciocca di capelli sepolta all’interno di un insieme di sarcofagi in miniatura scoperti nella tomba di Tutankhamon, sul quale era inciso il nome della regina Tiye, consorte di Amenhotep III e madre di Akhenaton.

Confrontando il Dna della Vecchia Signora con quello delle mummie di Yuya e Tuyu, i genitori noti di Tiye, abbiamo potuto confermare che la Vecchia Signora era proprio Tiye. Adesso Tiye poteva dimostrare se la mummia KV55 era o meno quella di suo figlio. Con nostra grande gioia, il confronto del Dna dei due ha attestato la loro parentela. Da nuove tomografie computerizzate della mummia KV55 è emersa anche una degenerazione della colonna vertebrale dovuta all’età e una osteoartrite alle ginocchia e alle gambe. A differenza di quanto si pensava in precedenza, l’uomo alla sua morte era più vicino ai 40 anni che ai 25. Risolta dunque la discrepanza sull’età abbiamo potuto concludere che KV55, mummia del figlio di Amenhotep III e di Tiye nonché padre di Tutankhamon, è quasi certamente Akhenaton (anche se sapendo così poco di lui non possiamo escludere del tutto che non si tratti invece di Smenkhkara).

Le nuove TAC delle mummie hanno anche smentito l’idea che la famiglia soffrisse di una malattia congenita come la sindrome di Marfan, che avrebbe potuto spiegare la lunghezza dei visi e l’aspetto femmineo delle raffigurazioni del periodo di Amarna. Non si sono riscontrate patologie del genere. I tratti di Akhenaton sembrerebbero piuttosto un riflesso stilistico della sua identificazione con l’Aton, che era una divinità sia maschile che femminile e dunque fonte di tutta la vita.

E che dire della madre di Tutankhamon? Con nostra sorpresa, il DNA della cosiddetta Giovane Signora (KV35YL), scoperta accanto a Tiye nella camera laterale di KV35, era correlato a quello del giovanissimo sovrano. Ancora più stupefacente è il fatto che grazie al suo DNA si è dimostrato che anche la Giovane Signora era figlia di Amenhotep III e di Tiye come Akhenaton. Quest’ultimo aveva dunque concepito un figlio con sua sorella. Il bambino sarebbe stato chiamato Tutankhamon.

SOPRA: Nella tomba del faraone sono stati scoperti anche un feto mummificato giunto almeno al settimo mese di gestazione (nella foto) e un altro feto più piccolo e gracile. Forse, in un caso o in entrambi, si trattava di una figlia del faraone.

Grazie a questa scoperta oggi sappiamo che è improbabile che Tutankhamon fosse figlio di una delle mogli conosciute di Akhenaton, cioè Nefertiti o una seconda consorte di nome Kiya: nulla prova che una delle due fosse sua sorella. Conosciamo i nomi di cinque figlie di Amenhotep III e Tiye, ma forse non sapremo mai quale delle sue sorelle diede un erede ad Akhenaton. Per me, tuttavia, più del nome è importante conoscere il rapporto che ebbe col fratello. Fra i reali dell’antico Egitto l’incesto non era una pratica insolita. Ma in questo caso ritengo che proprio l’incesto determinò la morte prematura di loro figlio.

I risultati dell’analisi del DNA da noi condotta, pubblicati a febbraio dal Journal of the American Medical Association, mi hanno convinto che la genetica può fornire uno strumento validissimo per migliorare la nostra comprensione della storia egizia, specie se accompagnata dagli studi radiologici delle mummie e dalle deduzioni a cui ci portano le testimonianze archeologiche.

Ciò risulta particolarmente evidente dal nostro tentativo di capire le cause della morte di Tutankhamon. Quando abbiamo avviato questo nuovo studio, Ashraf Selim e i suoi colleghi hanno scoperto nelle immagini tomografiche della mummia un dettaglio che era passato inosservato: Tutankhamon era affetto da equinismo del piede sinistro, a un dito del piede mancava un osso e le ossa di una parte del piede erano andate distrutte per necrosi. Tanto il piede equino quanto la malattia ossea gli impedirono senz’altro di camminare agevolmente. Alcuni studiosi avevano già rilevato che nella sua tomba erano stati rinvenuti 130 bastoni da passeggio integri o parziali, alcuni dei quali mostrano chiare tracce di usura.

C’è chi sostiene che questi bastoni fossero un comune simbolo di potere e che il danno al piede di Tutankhamon possa essersi prodotto durante la mummificazione. Ma l’analisi ha mostrato una ricrescita ossea per reazione alla necrosi, provando che la malattia si era manifestata mentre il faraone era in vita. E di tutti i faraoni solo Tutankhamon viene raffigurato seduto mentre esegue attività come scoccare una freccia con l’arco o scagliare un bastone da lancio. Questo non è un sovrano che tiene in mano un bastone solo in quanto simbolo di potere: è un giovane che aveva bisogno di un bastone per camminare.

Tutankhamon era afflitto da una malattia ossea invalidante, ma non fatale di per sé. Per indagare ulteriormente sulle possibili cause della sua morte abbiamo analizzato la mummia cercando tracce genetiche di varie malattie infettive. A giudicare dalla presenza di DNA proveniente da vari ceppi di un parassita denominato Plasmodium falciparum è risultato evidente che Tutankhamon era affetto da malaria, anzi, che aveva contratto più volte la forma più grave di questa malattia.

SOPRA: Su un cofanetto d’avorio trovato nella probabile tomba di Ankhesenamon, figlia di Akhenaton e unica moglie nota di Tutankhamon, il faraone è raffigurato con l’amata regina e con in mano un bastone; oggi sappiamo che  probabilmente gli serviva da stampella.

Che sia stata la malaria a ucciderlo? Forse. Questa malattia può scatenare nel corpo una risposta immunitaria micidiale, causare uno choc circolatorio e provocare emorragie, convulsioni, coma e il decesso. Come hanno sottolineato altri studiosi, però, è probabile che all’epoca in quella regione la malaria fosse diffusa e che Tutankhamon fosse diventato parzialmente immune alla malattia.
A mio parere, però, la salute di Tutankhamon era già compromessa fin da quando fu concepito. I suoi genitori erano fratelli. Quella dell’Egitto faraonico non è stata a l’unica società della storia a istituzionalizzare l’incesto tra componenti della famiglia reale, che dal punto di vista politico può avere dei vantaggi. Ma le conseguenze possono essere pericolose. Il matrimonio tra fratelli aumenta le probabilità di tramandare ai figli coppie gemelle di geni nocivi, che li rendono soggetti a un assortimento di difetti genetici. Può darsi che il piede deforme di Tutankhamon fosse un difetto di questo genere. Sospettiamo anche che il faraone soffrisse di un altro difetto congenito, una parziale malformazione del palato. Forse lottò contro altre anomalie finché un attacco di malaria o la gamba fratturata in un incidente non sottoposero a uno sforzo eccessivo il suo fisico già compromesso.

La tomba di Tutankhamon potrebbe celare un’altra testimonianza del regale incesto. Benché i dati siano ancora incompleti, il nostro studio suggerisce che uno dei feti mummificati scoperti nella tomba sia quello di una figlia mai nata del faraone e che l’altro feto sia anch’esso figlio suo. Finora siamo riusciti a ricavare solo alcuni dati parziali riguardanti le due mummie femminili di KV21. Una delle due, KV21A, potrebbe essere benissimo la madre dei due piccoli, cioè Ankhesenamon, consorte di Tutankhamon. La storia ci insegna che era figlia di Akhenaton e Nefertiti, quindi è probabile che fosse sorellastra del marito. Altra conseguenza dell’accoppiamento fra consanguinei è la procreazione di figli con difetti genetici che impediscono di portare a termine la gravidanza.

Forse è qui che, almeno per ora, finisce il dramma: davanti a un giovane re e alla sua regina che tentano invano di mettere al mondo un erede al trono d’Egitto. Fra i tanti splendidi oggetti sepolti con Tutankhamon c’è un cofanetto rivestito d’avorio intarsiato che raffigura il faraone con la regale consorte: Tutankhamon si appoggia al bastone mentre la sua sposa gli porge un mazzo di fiori; in questa come in altre raffigurazioni la coppia appare serena e innamorata. Il fatto che quell’amore non riuscì a dare frutti pose fine non solo a una famiglia, ma anche a una dinastia. Sappiamo che dopo la morte di Tutankhamon una regina egizia, probabilmente Ankhesenamon, si appella al re degli Ittiti, i più grandi nemici dell’Egitto, chiedendo di mandarle un principe che la sposi perché “mio marito è morto e non ho figli maschi”. Alla fine il re ittita invia uno dei suoi figli, che però muore prima di arrivare in Egitto. Ritengo che quest’ultimo sia stato ucciso da Horemheb, comandante in capo dell’esercito di Tutankhamon, che in seguito conquistò il trono. Ma anche Horemheb morì senza eredi, lasciando il trono a un altro comandante dell’esercito.

Il nuovo faraone si chiamava Ramses I. Con lui ha inizio un’altra dinastia, una dinastia che sotto la guida di suo nipote Ramses il Grande portò a nuove vette l’Egitto e il potere imperiale. Questo grande sovrano si impegnò più di chiunque altro per cancellare dalla storia ogni traccia di Akhenaton, di Tutankhamon e degli altri “eretici” di Amarna. Con le nostre indagini cerchiamo di rendere omaggio a tutti loro e di mantenerne vivo il ricordo.

SOPRA: Quali che fossero i difetti congeniti di Tut in vita, di certo ha lasciato ai posteri un’immagine di sé di luminosa perfezione rappresentata nella sfarzosa maschera funebre in oro, che per gli antichi Egizi era la sostanza di cui erano fatti gli dei.

ENNESIMO SUCCESSO DI ARCHEOLOGI ITALIANI

Il Cairo, 27 dic. – (Adnkronos) – Eccezionale scoperta in Egitto ad opera di un gruppo di archeologi italiani, che hanno portato alla luce una piccola stele di epoca romana con un’iscrizione greca e 150 vasi all’interno di un grande recinto sacro dove sorgeva un tempio dedicato al dio Soknopaios e costruito in epoca tolemaica. La notizia e’ stata resa nota con un comunicato dal Consiglio Supremo delle Antichita’ Egizie, precisando che lo scavo e’ in corso a Dime es-Seba, a circa 80 chilometri a sud-est del Cairo, vicino al al lago Qarun, nell’oasi del Fayum, celebre enclave grecoromana. La missione italiana e’ diretta da Mario Capasso e Paola Davoli del Centro di Studi Papirologici dell’Universita’ del Salento. Nel corso degli scavi e’ riemerso il lato esterno orientale del tempio (13 x 5,50 m). Il paramento esterno del santuario fu realizzato a bugnato decorativo, come la facciata dello stesso edificio. Alla base del muro est venne addossato un rivestimento alquanto insolito, costituito da sei corsi di blocchi di calcare grigio-violaceo, la cui faccia a vista e’ ben levigata e rastremante verso l’alto. Questo rivestimento aveva certamente una funzione decorativa ma anche probabilmente protettiva della parte bassa dei muri soggetti ad erosione.

Nella foto: una stele funeraria romana conservata a Modena

LA COSTRUZIONE DEL TEMPIO DI KARNAK NEI SECOLI

Un filmato che dura un quarto d’ora, probabilmente noioso per i non appassionati di archeologia ed egittologia, ma assolutamente interessante per chi ama questo affascinante mondo!

Una serie di slide che mostrano come piano piano, nei secoli e sotto i vari faraoni, il tempio è stato edificato ed ampliato

PER ADDETTI AI LAVORI ED APPASSIONATI

Fonte: archeomatica.it

Clicca sulle foto per apprezzarle alla massima risoluzione

Recentemente è stato lanciato e messo in orbita l’ultimo satellite della costellazione Cosmo Sky-Med che si avvale di sensori attivi ad alta risoluzione, in grado di misurare la radiazione riflessa da loro stessi emessa, a differenza di quelli passivi che registrano invece la radiazione emessa dal sole. Questa modalità consente ad esempio di continuare a monitorare la zona di destinazione in qualsiasi condizione (giorno, notte o con qualsiasi copertura nuvolosa). I satelliti Cosmo Sky-Med progettati e finanziati dall’Italia, sono principalmente rivolti ad osservare l’area del Mediterraneo (“Med” in realtà è sinonimo di “Mediterraneo”), dove si trova la più alta densità di siti archeologici del mondo.

Tramite questi satelliti è possibile effettuare monitoraggio automatico e l’identificazione di siti archeologici perduti o ancora da scoprire. Il metodo già sviluppato nell’ambito del progetto HORUS (Heritage Observation and Retrieval Under Sand ), finanziato dall’ESA,  utilizza tecniche di rilevazione di forma su immagini satellitari confrontate in un ambiente GIS. Per una specifica zona di interesse si pre-trattano i dati disponibili da vari satelliti dopo aver ricavato la forma della struttura di interesse archeologico da mappe anche storiche. Un algoritmo di rilevamento di forme, viene applicato all’immagine satellitare per produrre una detection image atta ad identificare l’ubicazione più probabile della struttura archeologica di interesse. Il prodotto finale è un set di dati GIS assemblati su differenti layers trasformati in uno stesso sistema geografico di riferimento.
A seguito delle missioni satellitari ad alta risoluzione come il radar TerraSAR-X e Cosmo SkyMed lanciati dal 2007, si dispone di immagini radar (Sinthetic Aperture Radar) prese dalla spazio che possono raggiungere risoluzioni spaziali inferiori al metro. L’analisi visiva delle caratteristiche che mostrano tali immagini è ancora molto difficile e poco esplorata. Un dato certo però deriva dal fatto che al fine di individuare i siti archeologici uno strato radar può essere aggiunto a quello ottico. Questo nuovo strato può aggiungere, a causa della coerenza della sorgente che illumina la scena, almeno tre diversi contributi.
• Una migliore penetrabilità del radar sul suolo, soprattutto su terreni secchi (circa 3-10 cm in banda X a seconda dell’umidità del suolo).
• La generazione di una mappa di umidità del terreno.
• La ricostruzione simulata di quale possa essere la scena descritta con analisi di correlazione di essa o parte di essa sulla scena reale.
Quindi, per l’interpretazione geometrica di immagini spaziali SAR viene generata una immagine simulata che sia in grado di approssimare le riflessioni che apparirebbero sugli oggetti a terra. La conoscenza dell’orbita del satellite viene utilizzata per approssimare la geometria del processo di generazione dell’immagine che fornisce i dati accessoria alla scena radar reale.
Gli esperimenti di utilizzazione del metodo sono stati effettuati in diversi scenari in cui erano note le posizioni più o meno approssimate di siti archeologici descritti da planimetrie storiche con vari gradi di precisione, tenendo anche presente che la pratica archeologica si avvale di informazioni raccolte sulla presenza probabile di strutture presenti in una determinata regione. Un area geografica rappresentativa per tale sperimentazione è stata il sito di Saqqara, situato a circa 25 km a sud-ovest del Cairo in Egitto e il  sito di Medinet Madi nella regione del Fayoum, entrambi in Egitto.

SCOPERTA SENSAZIONALE: LE NUOVE SFINGI DI LUXOR

Dagli scavi in corso nell’antica Tebe tornano alla luce le statue di 12 sfingi e una strada che collegava il complesso templare al Nilo.

Farouk Hosny, ministro della Cultura egiziano, ha annunciato che il Supremo Consiglio per le Antichità Egizie (SCA) ha appena rinvenuto 12 nuove statue di sfingi risalenti al regno di Nectanebo I (380-362 a.C), faraone della XXX Dinastia. Le nuove statue sono state trovate nell’ultimo settore del Viale delle Sfingi.

Zahi Hawass, segretario generale dello SCA, ha dichiarato che la scoperta non è avvenuta lungo la strada, già conosciuta, nota cone Viale delle Sfingi, che collega i templi di Karnak e di Luxor, bensì al termine della nuova strada, appena scoperta, di Nectanebo I. 

Mansour Boraik, supervisore delle Antichità di Luxor, sottolinea che questa è la prima volta che si scopre una strada che va da est verso ovest, in direzione del Nilo.

L’elemento forse più interessante della scoperta, continua Hawass, è che i 20 metri finora riportati alla luce sono costruiti in calcare proveniente dalle cave di Gebel Silsila, a nord di Assuan, distante circa 150 chilometri da Luxor. la lunghezza complessiva della strada verso il Nilo è di circa 600 metri. 

È lungo questa strada, dice l’archeologo egiziano, che viaggiavano le sacre barche di Amon, re degli dei, quando una volta l’anno andava a visitare sua moglie Mut, al tempio di Luxor. Veniva anche utilizzata dal faraone per le processioni religiose.

È la prima volta che gli scavi archeologici confermano l’esistenza di questa strada, citata pealtro in molti testi antichi. Oltre le statue delle sfingi, che recano iscritto il nome di Nectanebo I, gli archeologi hanno riportato alla luce anche manufatti di epoca romana, come una pressa per l’olio e delle ceramiche. Gli scavi comunque sono ancora in corso.

Il Viale delle Sfingi di Luxor, recentemente restaurato e riaperto al pubblico. Durante i lavori di restauro sono state rinvenute 620 delle 1.300 sfingi che in origine costeggiavano il viale, e due statue del faraone Amenothep III.

LA PIRAMIDE DEL FARONE DJEDEFRA

ANCHE l’immobile Egitto millenario cambia, perché l’archeologia, talvolta, si trasforma in paesaggio. Accanto alle tre piramidi di Cheope, Chefren e Micerino, dopo 10 anni di scavi un gruppo di archeologi ne ha rinvenuta ad Abu Rawash, pochi chilometri da Giza, una nuova: originariamente la più alta di tutte, anche se oggi le sue rovine non superano i 10 metri d’altezza.

Questa straordinaria scoperta – come racconta History Channel – potrà fornire nuove chiavi di interpretazione dei misteri legati al faraone Djedefra, enigmatico erede di Cheope, che per rivaleggiare con il suo predecessore in sfarzo e grandezza decise di innalzare il suo monumento funebre non nella piana di Giza, ma in un luogo più vicino al sole. Furono necessari 8 anni e il lavoro di 15 mila schiavi e operai per costruire il nuovo edificio, tutto in granito rosso di Assuan, con una base di 122 metri e un’altezza di 146, quasi 8 più della piramide di Cheope. Enorme camera mortuaria, destinata ad accogliere nel passaggio all’altra vita il faraone accompagnato da schiere di servi e concubine, la piramide di Djedefra venne ricoperta da granito lucidato e da una lega di oro, argento e rame che la luce accecante del deserto faceva brillare come un altro sole sulla terra.

E adesso non resta che vedere come questo nuovo “iper luogo” si imporrà nell’immaginario collettivo. Le piramidi infatti, da sempre, sono degli aggregatori di storie e miti: non dimentichiamo che Indiana Jones, in fondo, è solo il figlio del prof. Philip Mortimer, fisico nucleare e appassionato di scienze occulte e misteri archeologici, creato nel 1946 dalla penna di Edgar Pierre Jacobs; a sua volta allievo di Hergé, l’inventore di Tintin, il grande viaggatore.

MUMMIA D’EGITTO O MUMMIA DI ASTI??

Una mummia, il suo sarcofago, una giovane egittologa. Il mistero di Ankhpakhered ha tutti i requisiti per appassionare i visitatori del Museo civico Archeologico e Paleontologico di Asti, dove la mummia dimora dal 1903 quando fu donata alla cittadinanza dal conte Leonetto Ottolenghi. Ma con l’Ankhpakhered mummy project, Sabina Malgora (curatrice della sezione egizia del Castello del Buonconsiglio di Trento) ha portato il reperto in giro per l’Europa in occasione di congressi, incontri di studi e mostre sull’antico Egitto.
Ad Asti se ne è parlato venerdì scorso, al Centro San Secondo. Malgora ha descritto il sarcofago, la “capsula del tempo” datata tra il 945 e il 715 avanti Cristo. Il sarcofago, stando ai geroglifici laterali, conteneva le spoglie di un sacerdote, Ankhpakhered, vissuto tra la XXII e la XXIII dinastia e dedito al culto del dio Min. La mummia che si trovava all’interno di esso però, è avvolta da un bendaggio troppo semplice, senza alcuna iscrizione nominale e priva del corredo di amuleti appropriato per un esponente della casta sacerdotale, a partire dallo scarabeo del cuore; tutto ciò, oltre alle molte fratture post mortem e alle ossa ritrovate in posizioni dislocate, lascerebbero pensare che la mummia ritrovata nel sarcofago non sia realmente quella di Ankhpakhered.

Così, uscita dalle pagine della Storia, la mummia astigiana, ha già iniziato a scrivere la propria piccola storia. E’ stata sottoposta a tomografia assiale computerizzata al Fatebenefratelli di Milano, per datarla e scomporla in 2950 immagini assiali che hanno reso possibile la ricostruzione in 3D svelandone la storia medica. Prima ancora era stata portata ad Aramengo, nel Laboratorio Nicola, per un restauro conservativo.
La mummia astigiana potrebbe per esempio essere stata creata ad arte da qualche antiquario del XIX secolo per riempire il sarcofago aumentandone il valore sul mercato, ma per adesso conserva gelosamente il suo mistero.

Forse lo si potrà sciogliere con altri esami, con un particolare tipo di endoscopia, che consentirà di analizzarne i resti senza sciogliere il bendaggio. Forse. Se si troveranno i fondi necessari a finanziare l’operazione.

SCOPERTO UN MURO EDIFICATO PER PROTEGGERE LA SFINGE

Ancora una scoperta nelle secolari sabbie del deserto Egiziano! Sulla Piana di Giza al Cairo, gli archeologi egiziani hanno trovato parte di un antico muro costruito dal faraone Thutmose IV a tutela della Sfinge dal vento e dalla sabbia. Come capo del Consiglio Supremo delle Antichità Zahi Hawass, durante uno scavo ha trovato un muro alto diversi metri. Un muro di mattoni composto da due parti. La prima parte – 75 pollici di altezza e 86 metri di lunghezza – si estende da nord a sud lungo il lato est del tempio del faraone Chefren. La seconda parte del muro – 90 pollici di altezza e 46 metri di lunghezza – corre da est a ovest lungo il perimetro del tempio. Le parti della costruzione convergono in un punto nell’angolo sud-est. Secondo gli studiosi, questo muro è solo una parte di una struttura più grande, situato a nord della Sfinge e mira a proteggere il monumento dalle tempeste di sabbia.

Secondo la leggenda, Thutmosi IV, che in seguito divenne faraone della XVIII dinastia dal 1397 al 1388 AC., dopo essere tornato dalla caccia nella valle adiacente alle piramidi, fece un sogno. La Sfinge di Thutmose IV, chiese al nuovo faraone di proteggerla dalle tempeste di sabbia, promettendo al faraone che lei avrebbe protetto lui. Per cui il faraone decise di costruire i muraglioni di protezione.

IL DIARIO DI ALESSANDRO RICCI

Aprile 2009

E’ stato ritrovato, dopo una caccia di quasi 200 anni e dopo circa 80 dall’ultimo avvistamento, il giornale di viaggio di Alessandro Ricci, medico e pittore senese, primo italiano che a inizio Ottocento si avventurò in zone inesplorate di Egitto e Sudan raccontando luoghi e popoli sconosciuti.
A darne notizia è il giornale dell’Università di Pisa, spiegando che il merito del ritrovamento va al dottor Daniele Salvoldi che ne ha riscoperto una copia lavorando al progetto Rosellini coordinato dalla professoressa Marilina Betrò del dipartimento di scienze storiche del mondo antico dell’Ateneo pisano. Il progetto riguarda la spedizione franco-toscana del 1828-29 guidata dal pisano Ippolito Rosellini insieme a Jean-Francois Champollion che di fatto ha contrassegnato, dopo la prima decifrazione del geroglifico ad opera dello stesso Champollion nel 1822, la nascita della moderna egittologia.
«Si tratta di un rinvenimento eccezionale per l’egittologia – spiega Betrò al giornale dell’Ateneo -: Ricci descrive e disegna siti che solo pochi anni dopo, al tempo della spedizione di Champollion e Rosellini a cui lui stesso partecipò, erano già andati distrutti. Ma accanto ai monumenti Ricci descrive gli usi e i costumi dei popoli che incontra, le tecniche di battaglia degli eserciti, la condizione delle donne e persino quella degli animali. Ora, a quasi due secoli di distanza la nostra intenzione è di poterlo finalmente pubblicare».
Che il diario di Ricci esistesse era un fatto noto, ma le ultime notizie risalivano al 1930. Ricci visita l’Egitto dal 1817 al 1822: l’oasi di Siiwa, il monte Sinai, quindi va a sud, sino alla confluenza del Nilo azzurro con quello bianco, Khartum e il Sennar. Torna a Firenze nel 1822 e scrive le sue memorie con l’idea di farne un libro. Cinque anni dopo è a Parigi e, così riporta il giornale dell’Università, probabilmente pensando sempre a una possibile pubblicazione, dà il manoscritto a Champollion. Ma il progetto non va in porto. Nel 1832 muore Champollion, due anni dopo anche Ricci. Del suo diario e dei suoi disegni si sa solo che Rosellini nel 1836 ne richiede la restituzione dalla Francia, ma in Toscana non torna niente. Nel 1928 Ernesto Verrucci, architetto di re Fuad I dell’Egitto, trova il manoscritto in una libreria antiquaria al Cairo: lo compra e lo segnala allo storico dell’Egitto Angelo Sammarco, autore anche del volume «L’opera degli italiani nella formazione dell’Egitto moderno». Sembra che lo stesso Sammarco voglia pubblicare l’opera completa di Ricci: nel 1930 esce un volume che contiene però solo i documenti e una breve ricostruzione della biografia di Ricci. Sammarco muore nel 1948 e le nuove ricerche del diario non danno risultati.

 

Lungo il Nilo. Ippolito Rosellini e la spedizione franco-toscana in Egitto (1828-1829)

"Lungo il Nilo. Ippolito Rosellini e la Spedizione Franco-Toscana in Egitto (1828-1829)" a cura di Marilina Betrò, GAMM Giunti Arte Mostre Musei, Firenze 2010Catalogo della mostra “Lungo il Nilo. Ippolito Rosellini e la Spedizione Franco-Toscana in Egitto (1828-1829)”, Pisa, Palazzo Blu, 28 aprile-25 luglio 2010. Un affascinante viaggio sulle orme della Spedizione, ricostruito attraverso oggetti, documenti e diari. E’ la riscoperta dell’Egitto antico con gli occhi sorpresi e affascinati di Rosellini e dei suoi compagni, attraverso le straordinarie immagini, opera dei disegnatori al seguito della Spedizione, che rappresentano vere opere d’arte, nonché esempi del gusto di un’epoca, capaci di affascinare anche i visitatori di oggi.
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NEFERTITI, CHI ERA COSTEI??

Nefertiti (1370 a.C. – 1330 a.C.) è stata una regina egizia.

Cambiò, come il marito, il suo nome in Nefer-neferu-Aton per onorare Aton.

Regnò a fianco del marito Akhenaton durante la XVIII dinastia, nel cosiddetto periodo Amarniano (da Tell el-Amarna, dove Akhenaton aveva portato la capitale). Poco si sa della vita di questa donna, anche se sembra improbabile che fosse di sangue reale. Alcuni studiosi ritengono che il padre fosse un ufficiale di nome Ay, al servizio di Amenofi III. Nefertiti diede ad Akhenaton sei figlie. Non ci sono tracce di eredi maschi, e la successione dopo di lei rimane incerta. I successori di Akhenaton, Smenkhkhara e Tutankhaton (che più tardi modificò il suo nome in Tutankhamon), sono figli di un’altra moglie, Kiya, che divenne regina principale per un breve periodo dopo l’anno 12 del suo regno.

Cosa sia successo in questo periodo non è noto. Sono state avanzate varie ipotesi sul perché la moglie principale sia cambiata. Si suppone che Nefertiti possa essere morta in questo periodo, o che sia caduta in disgrazia. L’ipotesi della caduta in disgrazia appare oggi meno probabile. Si ritiene che in realtà sia Kiya ad essere stata marginalizzata, e che alcuni documenti siano stati mal interpretati, portando a credere che ad essere allontanata fosse Nefertiti. Una terza ipotesi sulla sua scomparsa è legata all’improvvisa apparizione di un co-reggente al fianco di Akhenaton. Alcuni studiosi sostengono che questa persona altri non sarebbe che Nefertiti. Questa interpretazione appare dubbia, benché affascinante. In ogni caso, alcuni studiosi, tra cui Jacobus Van Dijk (responsabile della sezione amarniana del museo egizio di Oxford) si dicono certi di questo fatto. Sostengono che Nefertiti sarebbe anche salita al trono per un breve periodo dopo la morte del marito.

Dall’iconografia ufficiale amarniana, appare, in ogni caso, che Nefertiti aveva assunto una importanza senza precedenti. Spesso appare intenta ad effettuare offerte al Sole, e sembra pressoché equivalente al faraone in termini di status. La regina ha senz’altro giocato un ruolo cruciale nei cambiamenti religiosi e culturali attuati dal marito, al punto che, secondo alcuni, sarebbe stata lei l’iniziatrice di tale rivoluzione. È stata certamente legata ad Akhenaton da un rapporto di profondo affetto, che ha portato a numerose raffigurazioni della coppia reale in atteggiamenti intimi e affettuosi. Akhenaton volle persino che agli angoli del sarcofago nel quale avrebbe dovuto essere sepolto ci fosse il ritratto di lei, al posto delle quattro dee tradizionalmente deputate a proteggere la mummia (Iside, Nephthys, Selkis e Neith).

Come per Akhenaton, non si aveva traccia della sua mummia. Ma oggi, recenti studi su base genetica propongono l’identificazione della Regina nella mummia 61070 e del consorte nella mummia 61072. Queste mummie “anonime”, insieme ad una terza, furono trovate nella tomba di Amenhotep II KV35 nel 1898.

Alcuni gioielli col suo cartiglio sono stati trovati presso la sepoltura reale ad Akhetaton, ma non ci sono altri indizi che sia stata veramente sepolta lì.

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Il busto di Nefertiti, che la rappresenta di una bellezza straordinaria, è esposto dal 2006 al Neues Museum di Berlino dove è stata spostata la mostra Aegyptisches Museum und Papyrussammlung.

È in corso un contenzioso tra la Germania e l’Egitto che vorrebbe indietro il busto della regina per un’esposizone di qualche mese al Cairo. Il busto si trova da quasi cent’anni nella nazione tedesca, quando il responsabile dello scavo di Amarna, l’archeologo tedesco Ludwig Borchardt ve lo portò nel 1912.

Nel 2009 uno studioso svizzero, Henri Stierlin, ha sostenuto l’ipotesi che la celebre raffigurazione della regina sia un falso realizzato nel 1912 da Gerardt Marks, un artista chiamato da Ludwid Borchardt per realizzare una riproduzione di Nefertiti utilizzando anche pigmenti ritrovati nella tomba. Per giustificare tale tesi Stierlin parla di “resoconti assai lacunosi attorno a quella scoperta e a circostanze quantomeno controverse”, “descrizioni imprecise dove l’unica cosa sicura è il perfetto stato di conservazione del busto” e fa notare anche come le spalle siano tagliate in verticale mentre nell’antico Egitto sarebbero state più orizzontali e quanto il profilo del busto sia troppo moderno.

Nileen Namita, una casalinga inglese che ritiene di essere stata Nefertiti in una vita passata, si è sottoposta a oltre 50 operazioni di chirurgia plastica per somigliare quanto più possibile alla sovrana egizia, utilizzando come modello il busto in calcare esposto all’Altes Museum di Berlino

PRESTO VERRANNO APERTE AL PUBBLICO ALTRE PIRAMIDI

Una visita obbligatoria per i turisti di tutto il mondo è l’Egitto, terra del Nilo, dei  faraoni e  delle piramidi.  Sono numerose  le piramidi che si trovano  in questo  territorio,  disseminate qua e là alle quali è  possibile accedere.

Presto saranno visitabili non solo le famose piramidi di Giza e Saqqara, ma saranno aperte  al pubblico una serie di piramidi alle quali  non si  poteva  accedere in  precedenza. Si fa  riferimento a quelle che si trovano ad Abusir e nella zona di Dahshur, dove si è sviluppata un’ampia necropoli reale, sulla riva occidentale del Nilo a solo 40 chilometri a sud de Il Cairo.

Le  piramidi  di questa  zona sono state edificate in un periodo anteriore  a quello della costruzione delle piramidi della piana di Giza. Queste piramidi, visitabili dalla fine dell’anno, sono quelle  costruite durante la quarta dinastia dal 2613 al 2494 a.C. . Di questa epoca sono quelle di Acodada, Rossa, Meidum e di  Seila. In particolare Acodada  è  ritenuta una di quelle meglio conservate dell’antico Egitto.

Con 105 metri d’altezza la  sua caratteristica  principale è la  doppia  pendenza, prodotta da  un cambiamento di impianto  durante la sua costruzione: ha  due  entrate  indipendenti,  una per ciascuna  delle  due camere  funerarie. Questi passaggi saranno  aperti  a partire da dicembre. Esiste anche  un terzo passaggio, che va dall’ Acodada ad un’altra piramide più  piccola nella quale avrebbe riposato, secondo la tradizione, il  faraone Seneferu e  si credeva che il  motivo  fosse il consentire le  visite coniugali dopo  la morte. Un altro dato interessante è che nel lato  orientale esiste un piccolo tempio  funerario per le offerte.

La Piramide rossa  è già aperta  al pubblico ed ha  la particolarità  di essere la prima al  mondo con forma triangolare, ed è  considerata  la terza più  grande con 104 metri d’altezza.

UNA SCOPERTA VERAMENTE AFFASCINANTE

Nei giorni scorsi, attorno a Luxor, è stata scoperta una splendida statua di Amenhotep III, praticamente il nonno del famoso Thutankhamon!

Sono rimasto realmente affascinato dalla bellezza di questa statua che ha circa 3400 anni!

Provate a pensare, risalite al Medio Evo, poi andate a ritroso fino al periodo di Cristo! Siamo a  2000 anni fa! Ecco, ora andate indietro di altri 1400 anni! Inimmaginabile! Per quanto sia incredibile, questa è l’epoca in cui degli uomini, con i mezzi che potevano avere all’epoca, hanno scolpito questa meravigliosa statua! Per quanto sia possibile osservarne i dettagli, fallo! E’ assolutamente meravigliosa!

La porzione di statua è alta poco più di un metro e prevede uno sviluppo totale di circa 4 metri. Risale a 3.400 anni fa, e raffigura il faraone Amennhotep III, che indossa la doppia corona d’Egitto, che è decorata con un ureo (decorazione a forma di serpente)  e seduto su un trono vicino al dio Amon di Tebe.  Amenhotep III e’ stato il nono re d’Egitto, appartenente alla diciottessima dinastia, era figlio di Thutmose IV e di Mutemuia, che probabilmente doveva essere una concubina o una sposa secondaria che pero’ riusci’ a ottenere il titolo di Grande Sposa Reale, solo quando il figlio sali’ al potere. Nacque a Tebe e sali’ al trono quando era ancora un bambino. Sposo’ Tyi, che non era di sangue reale, ma figlia di Yuya, un nobile che ricopriva un’alta carica nell’esercito. Amenhotep III era il nonno del giovane re Tutankhamon, e governò l’Egitto nel XIV secolo, al culmine del medio  regno. Era padre di Amenhotep IV, meglio conosciuto come Akhenaton. «La statua è stata trovata vicino all’ingresso settentrionale del tempio di Amenhotep III e raffigura il re seduto su un trono con Amon, la principale divinità,» ha dichiarato Zahi Hawass. La statua è stata dissotterrata a Kom El-Hittan, nella West Bank di Luxor. Qui sorgeva il tempio di Amenhotep III, il più grande tempio sulla riva occidentale di Luxor.

Ho passato parecchio tempo cercando sul web una foto più dettagliata, con la statua in primo piano. Finalmente l’ho trovata e sono rimasto qualche minuto ad ammirarla quasi in estasi! Con questo spirito la pubblico sul blog, sperando che possa anche in te provocare la stessa emozione. Pensa, è rimasta sepolta per secoli e ora è riemersa raccontandoci muta la sua storia!


DA SHARM GITA ALL’OASI DI FEIRAN

Circondata da imponenti montagne, ravvivata da rocce granitiche colorate e sullo sfondo dal turchese del Mar Rosso, l’oasi di Feiran offre uno dei paesaggi più suggestivi e particolari di tutto l’Egitto.
L’oasi si trova nella penisola desertica del Sinai meridionale nel nord est dell’Egitto, a circa 120 kilometri da Sharm El Sheik sulla strada che unisce Suez alla capitale Il Cairo.
Feiran è una delle più importanti aree naturali dello stato egiziano: non è facile trovare una distesa di dodici mila palme (circa quattro kilometri quadrati), tra cui cresce anche della vite, in mezzo al deserto. L’eccezionale fertilità di questa zona è dovuta alla sua conformazione geologica: è infatti una vallata dove confluiscono le acque che scendono dalle montagne circostanti. Nell’area si coltivano anche grano, orzo, frumento, tamerici ma la produzione principale è quella di datteri.

BIRDNon è quindi un caso se l’oasi è conosciuta anche con il nome di “perla del Sinai”.
Inoltre nell’oasi vivono una grande varietà di uccelli e Feiran è una delle località più rinomate dell’Egitto per praticare il birdwatching poiché oltre alle specie che vivono stabilmente nell’area, vi sono molti uccelli migratori che transitano in particolari periodi dell’anno dal nord Europa verso il centro dell’Africa e viceversa.
L’oasi di Feiran è però molto importante anche da un punto di vista socio-storico: essa infatti è uno dei più antichi centri cristiani del Sinai. Qui si trovano le rovine di 12 vecchie chiese – addirittura gli archeologi hanno datato la costruzione di alcune di esse intorno al 400 d.C., collegandole al pellegrinaggio che molti monaci e fedeli erano soliti compiere tra il Monte Sinai e il Monastero di Santa Caterina.

È tradizione comune in Egitto indicare l’oasi di Feiran come il luogo dove Mosè e i suoi seguaci passarono durante il loro esodo verso la Terra Promessa e, sempre nell’area naturale, pare si trovi la pietra che secondo la Bibbia colpita da Mosè con il bastone cominciò a zampillare acqua fresca per dissetare i fedeli in fuga. Nell’oasi si trova anche il monte Tahoun da cui, secondo il Libro dell’Esodo del Vecchio Testamento della Bibbia, Mosè ha osservato la battaglia tra Ebrei e Amaleciti, popolazione biblica che viene ricordata coma la prima ad aver attaccato il popolo israelita. In cima alla montagna pare ci fosse una croce con i resti di una Chiesa.

L’importanza dell’oasi di Feiran per la religione cristiana si deve anche alla presenza di un antico convento – il Monastero delle Sette Ragazze. Esso è conosciuto anche con il nome di Monastero delle sette sorelle, Monastero di Feiran o Monastero di Mosè, Monastero delle sette monache o Monastero Dir Za’ir. È stato costruito nel IV secolo sul Monte Tahoun, pare nel punto dove Giosuè sconfisse Amalek, discendente ancestrale degli Amaleciti, mentre Mosè e Aronne lo sostenevano con la preghiera.
In realtà, alcune fonti storiche citano l’esistenza della comunità cristiana di Feiran fin dal II secolo (quindi prima della costruzione del monastero) e ci sono riferimenti ad anacoreti (i primi dei monaci) che vivevano nella zona nel 365 d. C.

La costruzione del monastero si sviluppa intorno ad un pozzo e a piccole abitazioni in pietra. Accanto al monastero di può visitare la vecchia sede del vescovo del Sinai che ha risieduto qui fino al VI secolo. Un recente scavo archeologico ha portato alla luce le fondazioni, parte del pavimento originario, al parete di una cappella interna e gli edifici che formavano la casa del vescovo.
L’oasi di Feiran nel libro della Genesi nella Bibbia è indicato come il posto il cui vagò Agar, dopo essere stata espulsa da Abramo dalla comunità cristiana.
Per raggiungere il monastero bisogna passeggiare lungo dei sentieri sterrati che costeggiano i resti di antiche tombe e palazzi e di antiche chiese bizantine.

Oggi il Monastero delle Sette Ragazze è sotto l’autorità del Monastero di Santa Caterina che si trova sul vicino Monte Sinai e la visita al convento è a pagamento – il ricavato è usato dalla comunità religiosa per l’assistenza alla popolazione locale.
Secondo un’antica tradizione cristiana (e islamica) è importante prendersi cura del prossimo e farlo gratuitamente e si narra che il monastero fosse la sede anche di antichi guaritori e ancora oggi qui si trova una clinica per la cura della popolazione.
Il 1 ° novembre 1994 la OEA (Organizzazione Antichità egiziano) ha chiesto di aggiungere questo alla lista dei monumenti UNESCO del Patrimonio dell’Umanità.

Chiesa di Mosè esterno e interno

GIOIELLI E PREZIOSI NELL’ANTICO EGITTO

Nell’antico Egitto gli artigiani lavoravano il vetro, cercando di creare degli ornamenti e simili ai lapislazzuli e alla cornelia, materiali preziosi e pregiati, dal momenti che la domanda superava di molto l’offerta.

L’oreficeria egiziana raggiunse una notevole perizia:
Gli orafi si specializzarono nelle varie tecniche della lavorazione dell’oro producendo filigrana, laminatura, sbalzo, ma i gioielli egiziani sono famosi soprattutto per la loro policromia, ottenuta attraverso l’inserzione di pietre dure, quali la corniola e il lapislazzuli.

Si praticava inoltre la tecnica del niello, consistente nel riempire apposite incassature con smalto o pasta vitrea colorata. Sia gli uomini che le donne di rango elevato indossavano il collier detto usekh, composto da più giri di perle, o le catenine d’oro a cui erano sospesi numerosi pendenti.

Le donne portavano inoltre numerosi braccialetti ai polsi,sulle braccia e alle caviglie. Un segno di distinzione era l’anello con un sigillo, il quale presentava un ampio castone che recava inciso il nome del proprietario o formule di buon augurio.

I gioielli, va ricordato, mettevano un luce un gusto naturalistico, decorazioni floreali, rappresentazione di animali come lo scarabeo o il gatto. Dalla XIX alla XXI dinastia (Ramesse I-Psusennes II) il gusto per gli ornamenti divenne molto pesante, meno raffinato e i gioielli presentavano incastonature e placcature ovunque.

Comparvero inoltre degli orecchini e degli anelli, i quali venivano lavorati in molteplici modi, usufruendo di varie tecniche di decorazione, come la filograna, l’incastonature, la colorazione e il trattamento dei metalli. Lo studio di queste tecniche ha dimostrato che la gioielleria moderna, così lontana da quella egiziana, ne è stata notevolmente influenzata.

SCOPERTA UNA STATUA DI AMENHOTEP III

Questo annuncio è stato  fatto, con una punta d’orgoglio da Farouk Hosni, Ministro della Cultura D’Egitto: all’incirca a 600 chilomatri a sud di Il Cairo, una squadra di archeologi egiziani  ha scoperto, nella città monumentale di Luxor, una statua del faraone Amehotep III (1410-1372 a.C.).  La statua rappresenta Amenhotep assiso su un trono con al suo fianco il dio Amon, la più importante divinità di Tebe, capitale d’Egitto nel Medio e Nuovo Impero e che si ergeva nell’odierna Luxor.

Il ministro, nel comunicato diffuso dall’acronimo CSA vale a dire Consiglio Supremo delle Antichità  (CSA),  ha  precisato che  la parte posteriore di questa statua doppia in granito del  faraone, è stata  dissotterrata, nel settore ovest del Nilo proprio nelle vicinanze del tempio a lui dedicato. Del resto Amenhotep III è stato uno dei re più importanti della XVIII dinastia è  rispettivamente padre e nonno di altri due faraoni altrettanto decisivi  Akenatón e Tutankamón

La statua che misura 1,30 metri d’ altezza e 95 centimetri di larghezza, sul capo ha una parrucca e la doppia corona che simboleggia il  nord ed il  sud d’Egitto. Zahi Hawas, segretario generale del CSA, dal canto suo, in una nota ha sottolineato che la straordinarietà della scoperta: “è  una delle più belle statue, ritrovate nell’ultimo periodo, del periodo regale  faraonico: per le fattezze dei dettagli del volto di Amenhotep III”.  Nel comunicato si afferma inoltre che gli scavi proseguiranno ad oltranza nel luogo del ritrovamento per dissotterrare le parti mancanti della statua, che alla fine le daranno un’altezza di tre metri. Hawas, ha affermato che questa, in ordine di tempo è la terza statua che si scopre in quell’area, con la possibilità che, nella zona, esistano persino più statue del faraone.

VIAGGIO NELLE OASI DELL’EGITTO CON ARCHEOLOGIA VIVA

La rivista ARCHEOLOGIA VIVA organizza dal 28 gennaio al 6 febbraio
un bellissimo tour nelle principali oasi egiziane

dal sito di ARCHEOLOGIA VIVA: I viaggi di Archeologia Viva sono riservati a un pubblico appassionato e deciso a vivere intense giornate di scoperta…

Itinerari selezionati
La programmazione dei Viaggi di Archeologia Viva è particolarmente curata sul piano della completezza e dell’approfondimento dei luoghi archeologici
Assistenza scientifica
A ogni viaggio di Archeologia Viva partecipa uno studioso italiano che tiene un ciclo di lezioni sulle tematiche storico-archeologiche del tour

Gli assistenti culturali dei Viaggi di Archeologia Viva sono:

Emanuela Borgia dottore di ricerca in Archeologia orientale, ricercatore presso l’Università di Roma “La Sapienza”
Veronica Iacomi dottore di ricerca in Archeologia orientale all’Università di Roma “La Sapienza”
Barbara Maurina archeologa del Museo Civico di Rovereto dottore di ricerca in Culture delle province romane
Massimiliano Nuzzolo dottore di ricerca in Archeologia del vicino oriente antico all’Università di Napoli “L’Orientale”


EGITTO – Le Oasi     Dal 28 gennaio al 6 febbraio 2011


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programma di viaggio


1° giorno
ROMA – IL CAIRO
Partenza con volo di linea per il Cairo. Sistemazione in albergo.


2° giorno
VERSO IL FAYUM

In fuoristrada partenza per l’oasi del Fayum e visita a Medinet Fayum, l’antica Crocodrilopolis dove era venerato il dio Sobek.
Proseguimento per la visita del sito di Karanis, fondato da Tolomeo II.
Pernottamento al Fayum.


3° giorno
WADI HEITAN – BAHARIYA

Partenza verso l’oasi di Bahariya lungo il Wadi Heitan, la “valle delle balene”, dove sono stati ritrovati quasi 400 scheletri di Basilosauro.
Prima di Bahariyah visita di Gebel Dist: cimitero dei dinosauri.
All’arrivo breve passeggiata alla scoperta dell’oasi, che si trova in una depressione di circa 2000 km quadrati.
Pernottamento in hotel.


4° giorno
BAHARIYA
Giornata dedicata alla visita dei siti archeologici dell’oasi, tra i quali la collina di Qarat Qasr Selim con le tombe di Bannentiu e di Djed-Amon-ef-ankh (26ma dinastia), Ain El Muftella dove si trova la grande cappella del re Amasis (XXVI dinastia; 569-526 a.C.), il tempio di Qasr el-Migysbah, dedicato ad Alessandro Magno, l’unico in tutte le oasi, ed al Museo dove si trovano alcune delle “mummie dorate”, una delle più recenti e importanti scoperte archeologiche in Egitto. Trovate casualmente da un asino inciampato in una buca, sono esposte nel museo locale solo alcune delle moltissime mummie rinvenute. Ricoperte di bende e cartonnage dorato e dipinto rappresentano una straordinaria fusione di elementi artistici egizi e dettagli stilistici romani.
Pernottamento in hotel.


5° giorno
DESERTO BIANCO
Partenza per il Deserto Bianco, un paesaggio unico e surreale di formazioni rocciose, che si sono formate con l’erosione del vento e la scomparsa delle acque interne, e che assume diverse colorazioni a seconda dell’inclinazione dei raggi solari. Questi calcari, formati da resti di microrganismi e alghe unicellulari, si depositarono quando il mare ricopriva questa zona nel Cretaceo, osservando le rocce si possono trovare facilmente fossili di conchiglie e di ricci di mare.


6° giorno
FARAFRA – DAKHLA
Partenza attraverso questa spettacolare zona di deserto fino a giungere all’oasi di Farafra. Conosciuta ai tempi dei Faraoni come la Terra della Mucca, l’oasi è la più isolata fra quelle egiziane. La parte più vecchia del villaggio, adagiato sui resti dell’antico sito di Qasr Farafra, è vicina ad un palmeto.
Breve visita e proseguimento per Dakhla. Pernottamento in albergo.


7° giorno
DAKHLA – KHARGA
Visita dell’oasi di Dakhla: sito di Deir el Hagar con il tempio di Amon e Amonet, El Qasr per visitare l’antico centro, Qila el Dabba con le “tombe dei governatori”, la tomba litica di Kitines.
Proseguimento per l’oasi di Kharga.
Pernottamento in albergo.


8° giorno
KHARGA
L’oasi di Kharga è la più importante del deserto occidentale per le sue notevoli dimensioni, abitata da oltre 60.000 persone. In questa oasi sono visibili numerosi resti storici, come il Tempio di Hibis, uno dei rari esempi di epoca persiana, con immagini di Dario I che rende omaggio alle divinità egizie. Presso il tempio si trova la necropoli di Bagawat con le sue 263 cappelle in stile copto, di cui alcune decorate.
Visita anche a Qasr el Gueita.


9° giorno
KHARGA – LUXOR
Partenza verso Luxor, con sosta alla piccola oasi di Baris, un tempo importante centro carovaniero sulla “pista dei 40 giorni”, e al sito di Dush, insediamento tolemaico-romano di Kysis, dove si trovano una fortezza romana, due templi e una necropoli del IV sec. d.C.
Arrivo a Luxor.


10° giorno
LUXOR – IL CAIRO – ROMA
Trasferimento in aeroporto e partenza per il Cairo. Transito e proseguimento per Roma.


QUOTE INDIVIDUALI DI PARTECIPAZIONE

da Roma in camera doppia: € 1.980

  • Supplemento partenza da altri aeroporti:
    centro-nord Italia € 60; sud Italia € 90
  • Supplemento singola: € 300
  • Spese apertura pratica: € 40
  • Mance (da versare all’accompagnatore): € 50

LA QUOTA COMPRENDE

  • Passaggio aereo con voli di linea in cl. turistica
  • sistemazione in camera doppia in hotel di categoria 5 stelle a Cairo, Kharga e Luxor, migliori esistenti al Fayoum, Bahariya e Dakhla e 1 notte in campo tendato (tende con servizi privati) nel Deserto Bianco
  • trattamento di pensione completa dalla prima colazione del secondo giorno alla prima colazione del decimo giorno (alcuni pranzi possono essere al sacco)
  • trasferimenti in veicolo privato, pullman o land cruiser 4×4
  • presenza di un archeologo
  • visite ed escursioni
  • assistenza di accompagnatore-guida egittologo in loco
  • lezioni e incontri con l’archeologo durante il viaggio
  • entrate ai musei e luoghi archeologici come da programma
  • visto d’ingresso in Egitto e permessi per il deserto
  • assicurazione medico-bagaglio-annullamento
  • set da viaggio

La quota non comprende
Tasse aeroportuali italiane e egiziane da quantificare all’emissione del biglietto, mance, bevande, extra di carattere personale, quanto non specificato in programma.

Partecipanti: minimo 15 persone

INFORMAZIONI e PRENOTAZIONI
in esclusiva presso le agenzie MIP

programma di viaggio


1° giorno
ROMA – IL CAIRO
Partenza con volo di linea per il Cairo. Sistemazione in albergo.


2° giorno
VERSO IL FAYUM

In fuoristrada partenza per l’oasi del Fayum e visita a Medinet Fayum, l’antica Crocodrilopolis dove era venerato il dio Sobek.
Proseguimento per la visita del sito di Karanis, fondato da Tolomeo II.
Pernottamento al Fayum.


3° giorno
WADI HEITAN – BAHARIYA

Partenza verso l’oasi di Bahariya lungo il Wadi Heitan, la “valle delle balene”, dove sono stati ritrovati quasi 400 scheletri di Basilosauro.
Prima di Bahariyah visita di Gebel Dist: cimitero dei dinosauri.
All’arrivo breve passeggiata alla scoperta dell’oasi, che si trova in una depressione di circa 2000 km quadrati.
Pernottamento in hotel.


4° giorno
BAHARIYA
Giornata dedicata alla visita dei siti archeologici dell’oasi, tra i quali la collina di Qarat Qasr Selim con le tombe di Bannentiu e di Djed-Amon-ef-ankh (26ma dinastia), Ain El Muftella dove si trova la grande cappella del re Amasis (XXVI dinastia; 569-526 a.C.), il tempio di Qasr el-Migysbah, dedicato ad Alessandro Magno, l’unico in tutte le oasi, ed al Museo dove si trovano alcune delle “mummie dorate”, una delle più recenti e importanti scoperte archeologiche in Egitto. Trovate casualmente da un asino inciampato in una buca, sono esposte nel museo locale solo alcune delle moltissime mummie rinvenute. Ricoperte di bende e cartonnage dorato e dipinto rappresentano una straordinaria fusione di elementi artistici egizi e dettagli stilistici romani.
Pernottamento in hotel.


5° giorno
DESERTO BIANCO
Partenza per il Deserto Bianco, un paesaggio unico e surreale di formazioni rocciose, che si sono formate con l’erosione del vento e la scomparsa delle acque interne, e che assume diverse colorazioni a seconda dell’inclinazione dei raggi solari. Questi calcari, formati da resti di microrganismi e alghe unicellulari, si depositarono quando il mare ricopriva questa zona nel Cretaceo, osservando le rocce si possono trovare facilmente fossili di conchiglie e di ricci di mare.


6° giorno
FARAFRA – DAKHLA
Partenza attraverso questa spettacolare zona di deserto fino a giungere all’oasi di Farafra. Conosciuta ai tempi dei Faraoni come la Terra della Mucca, l’oasi è la più isolata fra quelle egiziane. La parte più vecchia del villaggio, adagiato sui resti dell’antico sito di Qasr Farafra, è vicina ad un palmeto.
Breve visita e proseguimento per Dakhla. Pernottamento in albergo.


7° giorno
DAKHLA – KHARGA
Visita dell’oasi di Dakhla: sito di Deir el Hagar con il tempio di Amon e Amonet, El Qasr per visitare l’antico centro, Qila el Dabba con le “tombe dei governatori”, la tomba litica di Kitines.
Proseguimento per l’oasi di Kharga.
Pernottamento in albergo.


8° giorno
KHARGA
L’oasi di Kharga è la più importante del deserto occidentale per le sue notevoli dimensioni, abitata da oltre 60.000 persone. In questa oasi sono visibili numerosi resti storici, come il Tempio di Hibis, uno dei rari esempi di epoca persiana, con immagini di Dario I che rende omaggio alle divinità egizie. Presso il tempio si trova la necropoli di Bagawat con le sue 263 cappelle in stile copto, di cui alcune decorate.
Visita anche a Qasr el Gueita.


9° giorno
KHARGA – LUXOR
Partenza verso Luxor, con sosta alla piccola oasi di Baris, un tempo importante centro carovaniero sulla “pista dei 40 giorni”, e al sito di Dush, insediamento tolemaico-romano di Kysis, dove si trovano una fortezza romana, due templi e una necropoli del IV sec. d.C.
Arrivo a Luxor.


10° giorno
LUXOR – IL CAIRO – ROMA
Trasferimento in aeroporto e partenza per il Cairo. Transito e proseguimento per Roma.


QUOTE INDIVIDUALI DI PARTECIPAZIONE

da Roma in camera doppia: € 1.980

  • Supplemento partenza da altri aeroporti:
    centro-nord Italia € 60; sud Italia € 90
  • Supplemento singola: € 300
  • Spese apertura pratica: € 40
  • Mance (da versare all’accompagnatore): € 50

LA QUOTA COMPRENDE

  • Passaggio aereo con voli di linea in cl. turistica
  • sistemazione in camera doppia in hotel di categoria 5 stelle a Cairo, Kharga e Luxor, migliori esistenti al Fayoum, Bahariya e Dakhla e 1 notte in campo tendato (tende con servizi privati) nel Deserto Bianco
  • trattamento di pensione completa dalla prima colazione del secondo giorno alla prima colazione del decimo giorno (alcuni pranzi possono essere al sacco)
  • trasferimenti in veicolo privato, pullman o land cruiser 4×4
  • presenza di un archeologo
  • visite ed escursioni
  • assistenza di accompagnatore-guida egittologo in loco
  • lezioni e incontri con l’archeologo durante il viaggio
  • entrate ai musei e luoghi archeologici come da programma
  • visto d’ingresso in Egitto e permessi per il deserto
  • assicurazione medico-bagaglio-annullamento
  • set da viaggio

La quota non comprende
Tasse aeroportuali italiane e egiziane da quantificare all’emissione del biglietto, mance, bevande, extra di carattere personale, quanto non specificato in programma.

Partecipanti: minimo 15 persone

INFORMAZIONI e PRENOTAZIONI
in esclusiva presso le agenzie MIP

ARCHEOLOGIA VIVA SETTEMBRE OTTOBRE 2010

Incipit dell’articolo LE TOMBE NASCOSTE DI ASSIUT stampato sul n. 143 di ARCHEOLOGIA VIVA in edicola

Il nostro inviato nel cuore della valle del Nilo per la visita ai monumentali ipogei dei nomarchi dell’antica Siut

Garitte, alti muri con filo spinato, cocci di bottiglia. Davanti alla sbarra, uomini in grigio-verde e ghette bianche. Mi trovo all’ingresso di una base militare vastissima, nel cui perimetro è compreso lo sperone roccioso dove fu scavata la necropoli. Ai piedi della falesia, quanto rimane dell’antico insediamento è invece coperto dalla città moderna. Per la visita, oltre al permesso del Consiglio superiore delle Antichità, è indispensabile quello delle autorità militari. Il comandante mi riceve insieme ai due funzionari della Soprintendenza che mi accompagnano. Parla con loro e detta le condizioni: «All’interno delle tombe può fotografare; all’esterno, solo gli accessi, e rivolto alla montagna. L’accompagneranno un sottufficiale e un militare». In pochi minuti si concretizza l’attesa di un anno… […] Rubrica su 2 pagine


LA PIRAMIDE DI ZOSER A SAQQARA SVELA IL SUO INTERNO

Un’impressionante serie di fotografie scattate all’interno della piramide di Zoser verranno mostrate in anteprima alla Rassegna internazionale del cinema archeologico di Rovereto, evento che si terrà dal 4 al 9 ottobre.

La piramide del faraone Zoser, situata nella necropoli di Saqqara a sud del Cairo è considerata uno dei più grandi monumenti dell’antico Egitto.
Il faraone Zoser regnò durante la terza dinastia, dal 2680 a.C al 2660 a. C. Secondo le fonti storiche più accreditate, al momento della sua incoronazione aveva all’incirca 50 anni. Di lui si sa comunque poco; è famoso soprattutto per la sua piramide, che gli egittologi chiamano “piramide a gradoni” o anche “piramide scalare”. I sei “gradoni” in granito che la compongono sono sei tombe, anche chiamate mastabe, sovrapposte in ampiezza decrescente. La piramide ha una base rettangolare di 121×109 metri e si eleva per 60 metri.

Il monumento, il primo di questa forma e dimensioni, era stato progettato da Imhotep, architetto, sacerdote, medico e consigliere del faraone. Ad Imhotep si attribuisce il progetto e l’edificazione dell’intera necropoli di Saqqara, il vasto cimitero monumentale della vicina Menfi, la prima capitale dell’Egitto antico.
Alla Rassegna del cinema archeologico di Roveto verranno mostrate immagini delle stanze sotterranee, gli stupendi appartamenti reali per la vita dopo la morte e la camera sepolcrale del faraone. Sono camere decorate con maiolica azzurra e bassorilievi che raffigurano Zoser intento ad officiare cerimonie religiose. A queste stanze si accede scendendo in un pozzo per una trentina di metri, scavato nel granito e dopo la sepoltura del sovrano chiuso “per l’eternità” dalla gigantesca piramide sovrastante.
La statua del sovrano, che oggi si trova al museo del Cairo, stava nella parte nord della piramide, in una stanzetta senza vie d’uscita. La statua raffigura Zoser seduto, nelle sue dimensioni reali. Due fori erano stati praticati nel muro della costruzione, così che dalla sua postazione il faraone potesse sempre vedere la Stella polare.

IL TEMPIO DEBOD: UN TEMPIO EGIZIO NEL CENTRO DI MADRID

Il Tempio di Debod costituisce una delle poche testimonianze architettoniche egizie conservate integralmente oltre i confini egiziani e l’unico edificio nel suo genere in Spagna.

Costruito nel IV secolo a.C., fino a pochi decenni fa, il tempio era ubicato nell’Egitto meridionale, nei pressi della prima cataratta del Nilo e del grande centro religioso della dea Iside sull’isola di File.

Questo tempio egizio fu donato alla Spagna nel 1968 in segno di ringraziamento per l’operato della missione archeologica spagnola che aveva collaborato al salvataggio dei templi della valle della Nubia dalla minaccia d’allagamento rappresentata dalle acque della diga di Assuan.

La sua costruzione cominciò all’inizio del II secolo a.C., per volere di Adijalamani, sovrano del paese limitrofo di Meroe, che eresse una cappella consacrata agli dei Amon e Iside. In seguito diversi re della dinastia tolemaica aggiunsero nuove stanze attorno al nucleo originale dell’edificio e gli imperatori romani Augusto, Tiberio e, probabilmente, Adriano, ne completarono la costruzione e decorazione.

Trasportato in Spagna pietra dopo pietra, il tempio fu al centro di un complesso lavoro di ricostruzione e di restauro. I lavori inclusero l’installazione di un impianto d’aria condizionata calda al suo interno per ricreare l’atmosfera secca tipica del clima della Nubia. In ricordo del fiume nei pressi del quale sorgeva il tempio, attorno ai tre portici d’accesso dell’edificio venna costruita una vasca d’acqua poco profonda. I lavori di ricostruzione del monumento durarono due anni e la sua inaugurazione si tenne il 20 luglio 1972.

Il tempio attuale è stato restaurato e la parti scomparse sono state ricostruite. L’edificio è costituito da una serie di stanze tutte visitabili tra cui vanno segnalate:

La Cappella di Adijalamani o dei rilievi: la stanza costituisce la parte più antica del tempio ed è conservata nel suo stato originale. La cappella è decorata con scene che rappresentano il re intento ad adorare gli dei e a offrire sacrifici. Sebbene sin dai primi tempi la cappella fosse consacrata al dio Amon, più tardi essa venne destinata al culto di altre divinità come Iside, Hathor, Osiride, Horus ecc.

Mammisi: la parola “mammisi” è di origine copta e significa “luogo di nascita”. Qui venivano infatti celebrate le cerimonie di evocazione della nascita del dio Horus. Questa sala fu l’ultima aggiunta apportata dai Romani al tempio risalente presumibilmente ai tempi dell’imperatore Tiberio (42 a.C – 37 d.C.). La costruzione rompe completamente la caratteristica simmetria dei templi egizi.

Nel muro si apre un lucernario attraverso il quale entra una luce indiretta che crea l’atmosfera adatta alla celebrazione di ceremonie del mistero.

Altre stanze del Tempio di Debod sono: il vestibulo o pronaos, l’anticamera della naos, la sala della naos, il corridoio, la cappella osiriaca e la terrazza.

Nelle fotografie:
1) Il Tempio al tramonto
2) Serie di foto del Tempio
3) Cartiglio col nome di Re Adijalamani, costruttore del Tempio

  • Indirizzo

    Ferraz,1 28008 Madrid
    Parque del Cuartel de la Montaña
    Tel.: +34 91 366 74 15

  • Trasporti pubblici

    icona di un autobus Autobus: 74
    icona della metropolitana Metropolitana: Plaza de España, linee 2 e 10
    icona di Cercanias Renfe: Principe Pio

Orari

  • Da martedì a venerdì, dal 1º aprile al 30 settembre, dalle ore 10.00 alle ore 14.00 e dalle ore 18.00 alle ore 20.00.
  • Dal 1º ottobre al 31 marzo, dalle ore 9.45 alle ore 13.45 e dalle ore 16.15 alle ore 18.15.
  • Sabato e domenica dalle ore 10.00 alle ore 14.00. Lunedì e festivi: chiuso

Visite

  • Ingresso: gratuito
  • Visite guidate: tutti i sabati dalle ore 11.30 alle ore 12.30 previo appuntamento (tranne comitive di più di 20 persone)

IL SITO ARCHEOLOGICO DI ABU MENA

Il sito archeologico di Abu Mena (chiamata anche Abu Mina) si trova nel deserto Maryout a 45 km da Alessandria d’Egitto. Si tratta di una città, di un complesso di monasteri e di un luogo di pellegrinaggio dell’antico Egitto. Dal 1979 è inserito nei Siti patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.

Pochi edifici sono oggi in piedi, essi si riconoscono dalle fondamenta.

Abu Mena è il luogo dove fu sepolto San Menna d’Egitto (deceduto, secondo alcuni, nel 296 d.c.). Esistono diverse versioni in merito alla sua sepoltura e sull’edificazione del santuario a lui dedicato. Ben presto Abu Mena divenne un luogo di pellegrinaggio e restò tale fino al VII sec., quando la città fu distrutta dagli Arabi. Ancora oggi è uno dei santi più venerati in Egitto.
Gli scavi che riportarono alla luce la Basilica furono fatti tra il 1905 e il 1908. Fino al 1998 gli scavi sono stati continuati dai tedeschi.
Dal 2001 Abu Mena è inserito nei siti patrimonio dell’umanità in pericolo, a causa dello sfruttamento agricolo dell’area che ha innalzato la falda freatica che a sua volta ha provocato il crollo di alcuni edifici.

Monastero (a sinistra) e Cattedrale (a destra) di St. Mina

NEFERTITI ERA VERAMENTE COSI’ BELLA??

LONDRA  – Il suo nome significa “la bella” e da millenni è sinonimo di bellezza femminile. Ma adesso nuovi studi sembrano indicare che i lineamenti della vera Nefertiti, la famosa regina d’Egitto, considerata la madre di Tutankhamen, erano meno perfetti di quanto si è creduto fino ad ora. Qualcuno, a un certo punto, decise di cambiarli, in meglio, per scolpire la statua che è l’unica effige lasciataci di lei dall’antichità. L’artista sottopose il monumento originale all’equivalente di un lifting e di un trattamento col Botox, rendendo il viso più snello, il naso più dritto e facendo scomparire rughe e imperfezioni dalla pelle. Se ciò fosse dovuto al semplice desiderio di farla apparire più bella di come era nella realtà, o a qualche intervento di chirurgia plastica avanti Cristo, è un mistero che solo gli archeologi potranno forse svelare.

La nuova scoperta è stata annunciata nei giorni scorsi dalla storica britannica Bettany Hughes al festival letterario di Woodstock. La studiosa ha reso noto di avere partecipato recentemente alle ricerche di una squadra di specialisti che hanno sottoposto il busto di Nefertiti, l’unico memento rimasto delle regina egiziana, a un esame con lo scanner. Il busto è uno degli oggetti più noti dell’antichità, paragonato per valore e importanza soltanto alla maschera di Tutankhamen. Dentro alla statuta della regina, che morì nel 1330 avanti Cristo a un’età frai 29 e i 38 anni, i ricercatori hanno trovato così un secondo volto di pietra.

“Anche questo raffigura una bella donna”, ha affermato la professoressa Hughes, “ma non così bella come quella del primo strato. Il naso è leggermente storto, il viso più rotondo e appesantito, ci sono rughe attorno agli occhi. E’ il ritratto di una vera donna, non del suo mito”. Ora un team di archeologi si recherà nella Valle dei Re in Egitto, nella tomba in cui è sepolta la sorella di Nefertiti, per vedere se la dinastia aveva le stesse caratteristiche facciali.

La tomba di Nefertiti non è mai stata trovata. Ma la nuova scoperta sul suo vero aspetto potrebbe permettere di identificarla riesaminando un certo numero di mummie di donne sconosciute che risalgono al suo stesso periodo.

LE ACQUE DEL MAR ROSSO SI SEPARARONO REALMENTE!!!

E’ forse il miracolo più spettacolare descritto nel Vecchio Testamento. Solo ora pero’ abbiamo le prove che questo evento possa essere realmente accaduto. Un gruppo di scienziati, tramite una simulazione al computer, ha riprodotto le condizioni che avrebbero permesso a Mosè di aprire un varco nel Mar Rosso. I risultati sono stati riportati sulla rivista Public Library of Science ONE. La simulazione ha suggerito che un forte vento orientale, che soffia per 12 ore durante la notte, potrebbe avere spinto indietro le acque poco profonde per quattro ore, aprendo un passaggio in una zona vicina a quella raffigurata nell’Esodo.
Nel racconto biblico Mosè e gli ebrei erano intrappolati tra i carri dell’esercito del Faraone e il mare quando un intervento divino ha diviso le acque lasciando un passaggio a terra ai fuggitivi. Ma una volta che gli ebrei attraversarono il mare, come recita il Vecchio Testamento, e proprio mentre l’esercito del Faraone cercava di inseguirli le acque si sono richiuse facendo annegare i soldati.
Gli scienziati ritengono pero’ che il luogo dove sarebbe avvenuto il ‘miracolo’ non e’ stato il Mar Rosso, ma un posto nelle vicinanze della regione del Delta del Nilo, dove si crede ci fosse un antico fiume con una laguna costiera. Tramite l’analisi della documentazione archeologica, le misurazioni satellitari e le mappe, i ricercatori hanno stimato il flusso dell’acqua e la profondità del sito di 3mila anni fa. E’ stata poi utilizzata una simulazione al computer per verificare l’impatto del vento. Gli scienziati hanno scoperto che un vento a 63 miglia orari da Est che ha soffiato per 12 ore avrebbe spinto indietro le acque, sia nel lago che nel canale del fiume. Questo avrebbe creato un ponte di terra per quattro ore. Appena calmato il vento, le acque sarebbero tornate al loro posto.
”La gente – ha detto Carl Drews, autore dello studio del National Centre for Atmospheric Research di Boulder (Colorado) – e’ sempre stata affascinata da questa storia dell’Esodo.
Ciò che questo studio dimostra e’ che la descrizione della separazione delle acque ha infatti una base sulle leggi fisiche”. .

IL TESORO DI TUTANKHAMON: USATO E DI SECONDA SCELTA!!!!

Perché il rito funebre e la sepoltura di Tutankhamon avvennero in modo frettoloso? E’ il quesito posto dal documentario di National Geographic in onda su Sky Canale 402.

La mummificazione di Tutankhamon è avvenuta in fretta perché la sua morte imprevista gettò l’Egitto in una grande crisi. Il  suo regno è senza eredi e reduce da una recente sconfitta con gli Ittiti che hanno mire di conquista sull’antico Egitto.

E’  lotta per la successione. Un gruppo di egittologi sostiene che alcuni personaggi importanti avevano fretta di prendere il suo posto.  La tradizione vuole che chiunque seppellisca il re ne diviene suo successore e tre sono i candidati che mirano al trono.

Sua moglie e sorellastra Ankhesenamon, ha poche probabilità, è una donna e nel passato recente ci sono già state due donne faraone, inoltre per accedere al trono ha bisogno urgente di un marito.

Il comandante militare Horemheb, insignito di titoli onorifici è il successore ufficiale ma al momento della morte del faraone è lontano,  in guerra,

Ay, ambizioso primo ministro e tutore del faraone, ingaggia una spregiudicata guerra per il potere nell’Antico Egitto, decidendo di seppellire Tutankhamon nella sua tomba e diventare il faraone legittimo.

I giochi si fanno intricati mentre Ay allestisce i preparativi per la mummificazione e il rito della sepoltura, Ankhesenamon, scrive al re degli Ittiti per chiedere uno dei suoi figli come marito. E’ una mossa azzardata e rischiosa, gli Ittiti sono gli attuali nemici del popolo egizio, ma il tempo stringe e Ay prosegue il suo piano.

La tradizione vuole che la tomba del re sia inserita in un altro sarcofago, il tempo è poco, la mummificazione richiede 40 giorni e poi altri 30 perché il re sia pronto per il viaggio finale. Tutto deve essere fatto in quel lasso di tempo.  Urge anche preparare il corredo funerario, i gioielli devono essere di ottima qualità, se si vuole assicurare il suo posto regale nell’aldilà.

La mummificazione viene completata, la salma viene deposta in un bara d’oro massiccio dentro ad altre tre bare poste in un sarcofago di pietra.  Nel 1450 a.c. i sarcofagi erano scolpiti da abili artigiani che preparavano le loro opere in anticipo. Questa è una situazione di emergenza che richiede soluzioni immediate.

Gli intagli frontali sono tutti minuziosamente  perfetti, scolpiti con rilievi di una bellezza straordinaria, ma sul lato posteriore abbiamo dettagli dipinti con la pittura, segno evidente di  un’esecuzione frettolosa. Si stima che per fare un sarcofago seguendo tutti i criteri della tradizione ci vogliano almeno 18 mesi di lavoro durissimo, qui il tempo a disposizione è di soli 70 giorni.

Quindi Tutankhamon viene messo in una tomba, diciamo di seconda mano e gli artigiani devono affrettare il lavoro decorativo e preparatorio al viaggio.

Un fatto imprevisto getta ulteriore scompiglio: il principe sposo in viaggio verso l’Egitto viene ucciso, il padre sospetta un tradimento e vuole vendetta. Senza volerlo Ankhesenamon invece di un matrimonio, scatena una  guerra.

Horemheb, viene immediatamente impiegato nel conflitto e Ay ha campo libero per guidare nell’aldilà il faraone e prenderne il posto.

Anche per il tesoro non c’è il tempo necessario e quindi si ricorre all’uso di gioielli di seconda mano, compresa la famosissima maschera funeraria che in realtà non è stata scolpita per Tutankhamamon. Mettendo insieme tutti gli indizi si arriva alla conclusione che l’80% del tesoro apparteneva ad altre persone, non solo, il lavoro di sepoltura, è stato fatto da operai e artigiani che hanno dovuto lavorare in condizioni decisamente difficili. Per Ay il trono diventa vicinissimo, il tesoro è stato rimediato, le cappelle ultimate, i tempi rispettati, mancano solo le decorazioni alle pareti che accompagnano il viaggio e descrivono la vita del re. Per questo le figure delineate in fretta sono mediocri, ma poco importa, Aj è riuscito ad aprire la bocca al faraone.

E’ una dichiarazione di legittimità, il faraone bambino viene inviato nell’aldilà e Ay può regnare per 4 anni sull’Egitto.

Possiamo concludere che Tutankhamon è diventato famosissimo proprio grazie al ritrovamento pressoché intatto della sua tomba e se tutto il tesoro in essa contenuto è stato racchiuso nelle tomba con molta fretta, possiamo solo immaginare il grandissimo e unico splendore  delle altre tombe se fossero giunte a noi intatte.

Tratto da italianotizie

MARINA EL ALAMEIN: NUOVO SITO ARCHEOLOGICO

Dopo anni di restauri e di assestamenti, il sito archeologico di Marina el-Alamein, sulla costa egiziana del Mediterraneo, finalmente potrà essere visitato dai turisti a partire da metà settembre.

L’annuncio dell’apertura del sito, è stato dato in una conferenza stampa dal segretario generale del Consiglio Supremo delle antichità egiziane, Zaki Hawass. (20/08/2010)

In questo luogo, a cinque chilometri ad est di el-Alamain, sorgeva una piccola cittadina romano-ellenistica, conosciuta col nome di Locassis. La cittadina fu scoperta accidentalmente nel 1986, quando iniziò la costruzione del resort Marina el-Alamein.

L’area archeologica abbraccia una sezione di almeno un chilometro di lunghezza per 500 metri di larghezza ed è il sito più grande della costa nord dell’Egitto. Il ministro per la cultura Farouk Hosni ha annunciato che l’area archeologica sarà aperta ai turisti per metà settembre, corredata di un sistema di illuminazione estremamente tecnologico che permetterà ai visitatori di godere di el-Alamein sia di giorno che di notte.

La cittadina di el-Alamein possedeva un porto ed un quartiere commerciale e, a sud di questi, un centro città che includeva bagni pubblici, mercati ed una basilica civile. Negli ultimi dieci anni l’Istituto Polacco di Archeologia del Cairo ed il Centro Ricerche Americano d’Egitto hanno riportato alla luce i resti di più di 50 differenti edifici e necropoli. Il complesso archeologico comprende un teatro e una serie di ville d’epoca romana oltre a terme, numerose statue, mercati, resti di basiliche cristiane, tombe e antiche pavimentazioni stradali. I resti archeologici più antichi rimandano al II secolo a.C. e sono stati individuati nella necropoli cittadina. Si pensa che il sito sia stato abitato sino al VII secolo d.C.

Il nome greco romano di el-Alamein era Locassis, che vuol dire “conchiglia“, e le fu dato a causa del colore bianco della sabbia. Qui veniva adorata Afrodite, la dea dell’amore e le statue della dea ritrovate sul luogo la mostrano mentre emerge da una bianca conchiglia, proprio in riferimento al nome dell’antica città.

NILOMETRO: L’ALTEZZA DEL FIUME PER CALCOLARE LE TASSE

Uno degli strumenti arrivato fino a noi (oltre alle piramidi )  è il Nilometro, una struttura , (solitamente scale o pozzi), usata nell’antico Egitto per misurare l’altezza delle piene del fiume Nilo determinandone  il livello e poter così prevedere gli andamenti dei raccolti.

La particolarità del Il Nilo non forniva solo acqua ma anche il  fertilizzante contenuto al suo interno: il Limo. Ricco di sali minerali  rendeva il terreno molto fertile e  i contadini potevano piantare i loro prodotti e sfamarsi per l’intero anno.

Il Nilometro misurava la quantità di limo e quindi  la quantità di cibo.  Possiamo dire che  lo splendore dell’ antico Egitto è da collegare al prezioso limo. E che in base alle risultanze fornite dal Nilometro, venivano applicate direttamente le tasse, il che ci indica quanto fosse accurato quello strumento. Ad una data quantità di acqua corrispondeva un livello di irrigazione dei campi e da qui una previsione molto accurata dei raccolti che ne sarebbero derivati

PROFUMI E UNGUENTI NELL’ANTICO EGITTO

E’ noto che presso gli antichi Egiziani parti-colarmente stretta era la relazione tra la nettezza del corpo e quella dello spirito. Purificare il corpo equivaleva  a liberare lo spirito da ogni macchia, accattivandosi quindi la benevolenza degli dei. E’ per questo motivo che, secondo autorevoli studiosi del mondo egizio, sarebbe stato lo stesso dio  Toth a suggerire ai sacerdoti del suo culto le formule degli aromi più graditi agli dei, così come fece il dio Bes per quanto riguardava i cosmetici. Non è pertanto un caso, nè oggetto di meraviglia, se l’antico termine coniato per designare un profumo si incontrava sempre in una perifrasi che significava ” odore degli dei”, o se, i laboratori dove venivano lavorate le diverse sostanze odorose erano collocati all’interno di templi nei quali sono ancora scritti sulle pareti gli antichi ricettari.

Un’altra pratica, sicuramente connessa al culto e che richiedeva un’approfondita conoscenza delle tecniche di produzione e di distillazione delle essenze aromatiche, era quella dell’imbalsamazione delle salme. A tale proposito, per esempio, si ritiene che venissero preparati profumi appositi per ciascuna mummia, allo scopo non solo di caratterizzarla, ma anche di non smarrirne alcune parti durante il processo di imbalsamazione.

Uno straordinario porta unguenti in alabastro

Nei rituali religiosi, erano di norma utilizzati sette o dieci oli liturgici, i più famosi dei quali necessitavano di tempi di lavorazione molto lunghi, come per esempio ” l’unguento degli dei” veniva preparato in 93 giorni, oppure un olio di storace  in 180 giorni, oppure ancora l’Heken veniva preparato in 365 giorni, per un ricavato massimo di 400 gr di prodotto.

Se l’ambito sacro era certamente quello in cui gli oli e gli unguenti trovavano un largo impiego, ciò non escludeva anche un ampio uso profano, così come ci viene testimoniato da documenti scritti. Le suddette sostanze infatti, erano indispensabili per proteggere la pelle dal sole cocente o dal vento di sabbia, al punto che un loro mancato arrivo provocò un grandioso sciopero nel villaggio di Deir el-Medineh ai tempi di Ramesse III (1198-1167 a.C.), nonchè un’insurrezione delle truppe di Seti (1300 a.C. circa).

Ma quali erano gli aromi con cui gli antichi Egizi amavano cospargere il proprio corpo? In genere gli uomini e le donne delle piramidi predi-ligevano sostanze odorose molto forti, mescolate a grassi animali o ad oli di base, quali il “Balanos”, l’olio di oliva, l’olio di ricino, l’olio di rafano, l’olio di coloquintide e l’olio di sesamo. Di maggior pregio e raffinatezza erano il “Nenufar”, ottenuto con il loto dai fiori azzurri e molto apprezzato da Tutankamen; il “Qamdi”, ricavato dai gigli; il “Kuphty” di cui si fa menzione in un papiro della piramide Cheope e relativamente al quale Plutarco, elenca i 60 elementi che lo compongono. Il prodotto più a buon mercato era il “Chichi”, usato come protettivo solare e definito da Erodoto di “odore nauseabondo” in quanto preparato con olio di ricino.

Per quanto riguarda le tecniche estrattive in uso nei laboratori egiziani, possiamo individuarne tre tipologie:

  • enfleurage: cioè l’impregnazione di grasso, disposto a strati alterni con fiori o sostanze aromatiche che lo rendevano particolarmente odoroso

  • macerazione: cioè l’immersione di fiori in olio o grasso caldi

  • spremitura: che si ricollega ai processi di vinificazione

LA GROTTA DELLE BESTIE: DIPINTI DI 8.000 ANNI FA

Esploratori dilettanti si sono imbattuti nella scoperta della grotta che comprende 5.000 immagini dipinte o incise nella pietra, nel vasto deserto vicino al confine sud-ovest dell’Egitto con la Libia e il Sudan.
Rudolph Kuper, un archeologo tedesco, ha detto che il dettaglio dei dipinti nella “Grotta delle Bestie” indica una datazione del sito di almeno 8.000 anni fa, probabilmente ad opera di cacciatori-raccoglitori, i cui discendenti possono essere stati tra i primi coloni della Valle del Nilo, allora paludosa e inospitale.

La grotta si trova a 10 km dalla “Grotta dei nuotatori” romanzata nel film il “Paziente inglese”, ma con un numero molto maggiore di immagini, e meglio conservate.

Attraverso lo studio della grotta in pietra arenaria e altri siti nelle vicinanze, gli archeologi stanno cercando di costruire una linea temporale per confrontare la cultura e le tecnologie dei popoli che abitavano la zona.

Il Sahara orientale, una regione della dimensione dell’Europa occidentale che si estende tra Egitto, Libia, Sudan e Ciad, è il più grande deserto arido e caldo del mondo. Le precipitazioni medie nel centro del deserto sono di meno di 2 millimetri l’anno.

La regione era una volta molto meno arida.

Verso l’8500 a.C., la piovosità stagionale fece la sua comparsa nella regione, creando una savana e attraendo gruppi di cacciatori-raccoglitori. Intorno al 5300 a.C., le piogge si fermarono e gli insediamenti umani ritornarono sull’altopiano. Nel 3500 a.C., gli insediamenti erano scomparsi del tutto.

“Dopo 3-4000 anni di ambiente e vita da savana nel Sahara, il deserto tornò e la gente fu costretta a spostarsi ad est verso la valle del Nilo, contribuendo alla fondazione della civiltà egiziana, e verso sud sino all’Africa sub-sahariana”

L’esodo di massa corrisponde con la nascita della vita sedentaria lungo il Nilo che poi sboccia nella civiltà faraonica, che ha dominato la regione per migliaia di anni e la cui arte, architettura e il governo hanno contribuito a formare la cultura occidentale.

“Sembra che i dipinti della Grotta delle Bestie siano precedenti all’introduzione di animali domestici. Ciò significa che essi sono precedenti al 6000 a.C.”, ha detto Kuper, che ha condotto il suo primo viaggio sul campo alla grotta nel mese di aprile 2009. “Questo è ciò che riusciamo a dire”.

L’opera d’arte visibile copre una superficie di 18 metri di larghezza e 6 metri di altezza. Nel mese di ottobre, la squadra di Kuper ha rilevato e fotografato la grotta con il laser per acquisire immagini ad alta definizione, tridimensionali.

Un test di scavo di un paio di settimane fa, durante la terza visita della squadra alla grotta di arenaria, ha scoperto ancora più disegni che si estendono verso il basso, sino a 80 cm sotto la sabbia.

GLI ANTICHI EGIZI GIOCAVANO A BOCCE!!!!

La scoperta è frutto della missione archeologica dell’Università di Pisa realizzata sul sito greco-romano di Narmouthis (a 100 km a sud-ovest del Cairo, nell’oasi del Fayum). Qui i ricercatori italiani hanno riportato alla luce quella che può essere considerata la più antica pista da “bowling” ossia il gioco con le grosse bocce che servono per abbattere dei birilli. Il divertimento si teneva all’aperto, su di un pavimento appositamente realizzato con mattoni di limo, il noto fango fertilizzante del Nilo.

Si è giunti alla conclusione che su di esso si giocava a bowling dove aver scoperto una scanalatura non molto larga che termina in un buco di 12 cm di diametro con una piastra in terracotta sistemata sotto di esso. A ciò si è aggiunto il ritrovamento di due piccole bocce di pietra levigata dello stesso diametro della scanalatura che venivano lanciate, proprio come si fa con la moderna boccia da bowling nello stretto corridoio. “E’ una costruzione unica; verosimilmente è il primo tentativo di praticare un gioco simile al moderno bowling”, afferma Edda Bresciani, egittologa a capo della missione. Il tutto risale ad un’età compresa tra il III e II secolo avanti Cristo

Sullo stesso scavo o nel corso di operazioni archeologiche su siti vicini sono stati in più occasioni rinvenuti giochi per bambini o per adulti: bambole (in legno o in pezza), piccoli palloni anch’essi di pezza, trottole o giochi con bastoncini. Erano tutti oggetti che allietavano la vita già di per sé vivace dei giovani egizi in quelle zone; e poi i dadi, gli strumenti per giocare alla morra o forme di intrattenimento ludico più complesse (come un antico backgamon, con regole a noi ignote).

I recenti scavi hanno infine rivelato particolari informazioni sulla vita delle guarnigioni romane, che di volta in volta si sono succedute a presidiare l’abitato e la zona. L’esplorazione degli alloggiamenti militari ha continuato a fornire con abbondanza i barilotti di forma ellissoidale destinati a contenere la razione quotidiana di vino. Un grande ambiente intonacato e decorato a motivi geometrici era forse il quartiere del capo del “castrum” (l’alloggiamento militare). Il villaggio cambiò fisionomia con l’avvento del cristianesimo e con il tramonto dell’Impero romano; tanto che nell’epoca del fiorire delle chiese prima e delle moschee poi, avvenne inesorabile lo smantellamento o la perdita di valore di molte strutture precedenti, come la cisterna o come il campo da bowling. In seguito, con l’avanzata del deserto, Narmouthis fu abbandonata

UNA VISITA ALLA NUBIA: TRA EGITTO E SUDAN

La Nubia è la regione che si estende dall’Egitto Meridionale (“Bassa Nubia”) e la parte nord del Sudan (“Alta Nubia”). La Nubia si estende  approssimativamente tra quelle che furono la prima cataratta e la sesta cataratta del Nilo. Il clima è tipico del deserto e quindi risente di ampie escursioni termiche tra il giorno e la notte.

(Clicca sulla cartina per ingrandire l’immagine)

Un bel post pubblicato da Roberta su travelblog

In genere i viaggiatori ‘normali’ che vanno in Egitto, per lo più coppiette in viaggio di nozze, si fermano ad Assuan, punto d’arrivo (o partenza, a seconda del pacchetto acquistato) delle romantiche crociere sul Nilo. Al massimo si fa una puntatina ad Abu Simbel, e poi, indossati pinne, fucile ed occhiali, si vola via verso il Mar Rosso.

Ma a un viaggiatore accorto basterà un’occhiata per capire che ad Assuan il deserto sembra volersi rinserrare sul Nilo: cambiano i colori, le suggestioni, la vegetazione… al di là della grande diga l’atmosfera si fa più africana, perché si è oltrepassata la cosiddetta ‘porta della Nubia’.

La diga di Assuan, o, come la chiamano gli egiziani, Diga Alta, iniziò a essere costruita nel 1952 con ghiaia, terra e roccia. Larga 1.5 km alla base e lunga 4, si erge per 114 metri sopra il livello dell’acqua.

Sbirciando al di là, niente più verde pianura fertile, ma il giallo della terra arsa dal sole, spaccato dallo straripante Lago Nasser, che si estende oltre 500 km a sud del confine tra Egitto a Sudan, là nel deserto dove le frontiere non hanno più molto senso.

Molti templi sarebbero stati inondati dall’acqua dopo i lavori, così si organizzarono diverse task force, per definirle con un termine d’attualità, che sotto l’egida dell’Unesco iniziarono un’imponente opera di smontaggio, catalogazione pietra per pietra di ogni tempio e rimontaggio in un sito sicuro.

È quanto accaduto ad Abu Simbel, che raggiungiamo da Assuan a bordo di un piccolo aereo sgangherato. È l’esempio davvero più ‘faraonico’ di spostamento: nel 1968 l’enorme complesso rupestre dedicato a Ramesse II e Nefertari, è stato ricostruito su uno sperone a picco sulla vallata dove si trovava in origine, e che ora è sommersa dall’acqua.

Il colpo d’occhio aereo è notevole: l’azzurro del lago, l’oro-rossiccio della sabbia dove, man mano che si scende di quota, si disegnano i profili colossali delle statue a guardia dell’ingresso del tempio. Se visitate questo luogo il 20 febbraio o il 20 ottobre, rispettivamente il genetliaco e l’anniversario dell’incoronazione del faraone, potrete assistere al ‘miracolo’: la luce del sole che all’alba penetra nel santuario e illumina la statua di Ramesse II.

Da Abu Simbel ci si imbarca su una nave molto più piccola e meno lussuosa di quelle specie di grand hotel galleggianti cui il Nilo vi ha abituato, ma certamente più affascinante, come affascinanti sono i luoghi che vi porterà a visitare, popolati da guardiani imperturbabili, coccodrilli e scorpioni.

In questi luoghi dimenticati dal tempo, dove tutto sembra identico a millenni fa, non ci sono imbarchi turistici: scenderete in gommone fino a riva e dovrete togliere le scarpe per non bagnarle, tutto questo sempre con la ‘dolce’ e rassicurante compagnia della scorta armata, vostra unica difesa contro i predoni del deserto.

Kalabsa si trova vicino alla Diga Vecchia e ospita le vestigia di Tolomeo IX. Il tempio è consacrato a dio Mandulis, il corrispettivo nubiano di Horus associato a Iside. Nonostante anche lui sia stato spostato e di parecchi km, sembra perfettamente inserito nell’ambiente che lo circonda e sembra essere lì da sempre. Strano destino, il suo: ha evitato di essere sommerso dall’acqua, accettando di essere sommerso dalla sabbia.

Il tempio di Wadi es-Sebu, o “valle dei leoni” sorge parallelo al fiume, con il suo asse portante orientato verso nord. Oltre alla costruzione originale, nel sito c’è anche un tempio greco-romano (pensate dove erano arrivati i nostri antenati!).

Nell’area di Amada, invece, ci sono alcuni templi dedicati al culto del sole Amon-Ra e la tomba del governatore Pennut, molto ben conservata e scampata all’acqua del lago grazie a un complicato trasporto su rotaie in mezzo al deserto di un monoblocco da 900 tonnellate. Non so cosa avrei dato per averlo visto!

Ma la Nubia non è fatta solo di rovine di templi, ma anche di poveri villaggi in cui la gente guarda con curiosità le frotte di turisti che vi sbarcano e che, di rimando, guardano le persone del posto come scimmie in gabbia. Il fatto più tragico è che questa dovrebbe essere la Nubia moderna, una realtà che appare assolutamente contemporanea alle costruzioni che risalgono a millenni prima di Cristo.

LA VALLE DEI RE E LA VALLE DELLE REGINE

Un altro bellissimo documentario realizzato da Voyager sull’affascinante storia dell’Egitto.
Si parla questa volta della Valle dei Re, di Luxor, della Valle delle Regine, di favolosi monumenti, di antiche leggende, insomma dei misteri dell’antico Egitto

Sono 4 filmati di 10 minuti l’uno, mettetevi comodi:

IL ROBOT DEL FUTURO PER SCOPRIRE I SEGRETI DEL PASSATO

Un gruppo di tecnici dell’università di Leeds sferra “l’attacco decisivo” ai segreti della piramide del faraone Cheope.
L’arma segreta dell’equipe britannica, che lavora in collaborazione con il Consiglio Supremo delle Antichità egiziane, sarebbe un piccolo robot chiamato Djedi.
L’automa prende il nome dal mago che Cheope consultò durante la progettazione della piramide. Djedi dovrà oltrepassare le porte che sigillano i condotti irradianti dalla Camera della Regina e provare a svelarne il mistero.
La Piramide di Cheope a Giza, anche detta Grande piramide, è l’unica delle sette meraviglie del mondo antico che sia giunta sino a noi, nonché la più grande piramide egizia e la più famosa piramide del mondo. È la più grande delle tre piramidi della necropoli di Giza, vicino al Cairo in Egitto. Fu costruita intorno al 2570 a.C. ed è rimasta l’edificio più alto del mondo per circa 3800 anni.
Si suppone sia stata eretta da Cheope (Horo Medjedu) della IV dinastia dell’Egitto antico come monumento funebre. Al suo interno, come in molte altre sepolture dell’antico Egitto, saccheggiate dai violatori di tombe già nell’antichità, non è stata trovata alcuna sepoltura e ciò ha generato un elevato numero di teorie, circa la possibilità che le piramidi possano non essere monumenti funebri. Tali teorie restano, però, ancora prive di fondamento.
L’attribuzione della grande piramide a Cheope è deducibile dalla concordanza dei rilievi archeologici con i dati storici disponibili, costituiti dai libri dello storico greco Erodoto.

ABU SIMBEL: UN TRASLOCO FARAONICO

Abu Simbel è una località situata sulle sponde del Nilo, nell’Egitto meridionale, a sud dell’odierna Assuan. Intorno al 1250 a.C. il faraone Ramesse II fece costruire diversi templi, tra cui due particolarmente importanti, scavati nella roccia. L’interno del tempio maggiore, dedicato alle divinità di Eliopoli, Menfi e Tebe (Ra, Ptah e Ammone), è profondo oltre 55 m ed è formato da una serie di ambienti e di camere che conducono al santuario.

Grazie all’orientamento del tempio, due volte all’anno i raggi del sole nascente penetrano a illuminare le statue degli dei Ra-Harakhty, Ramesse e Amon-Ra, lasciando in ombra quella di Ptah. Sulla facciata si ergono quattro statue colossali (di oltre 20 metri di altezza) che rappresentano Ramesse deificato. Tra i numerosi rilievi, una serie raffigura la battaglia tra egizi e ittiti a Kadesh; frequenti pure le iscrizioni, di notevole interesse storico, come quelle che mercenari greci incisero sulla base di due statue di Ramesse nel VI secolo a.C., annoverate tra i più antichi esempi di scrittura greca. Il tempio minore, dedicato alla regina Nefertari e alla dea Athor, presenta sulla facciata statue del faraone e della sua famiglia.

I templi, che si annoverano come i più importanti monumenti dell’antica Nubia, rimasero sconosciuti al mondo occidentale fino al 1812, quando furono scoperti dall’esploratore svizzero Johann Ludwig Burckhardt. Nel 1964 fu intrapreso un progetto internazionale per salvarli dall’inondazione del lago Nasser, il bacino che si sarebbe creato dalla diga di Assuan: con una colossale operazione archeologica e ingegneristica promossa dall’UNESCO, cui presero parte anche tecnici italiani.
I templi furono tagliati in blocchi e ricostruiti nel 1968 su un’altura a 64 metri sul livello del mare salvandoli in questo modo dall’inondazione

A NOVEMBRE IN EGITTO CON GLI EGITTOLOGI

Dal 15 al 23  novembre hai la possibilità di visitare l’Egitto accompagnando degli egittologi.
Organizzatore del viaggio è Diego Baratono, studioso di egittologia, e autore del trattato “Le abbazie e i segreti delle Piramidi”. Da una decina di anni ha avanzato l’ipotesi che esista una seconda Sfinge rivolta al tramonto del sole (quella esistente è rivolta a guardare il suo sorgere)

A supporto di questa sua teoria la stele di Tutmosi IV che vede due sfingi rivolte in opposte direzioni Immagine a lato)

Interessanti anche le sue teorie secondo le quali le piramidi furono costruite grazie a dei terrapieni.

EGITTO

L’Egitto dei Faraoni e di Alessandro Magno
Un affascinante viaggio lungo il Nilo della civiltà faraonica

( Luxor, Karnak, Abu Simbel, la Valle dei Re …) sino al Cairo e alla piana di Giza

Con le imponenti Piramidi e la Sfinge misteriosa… terminando con Alessandria, Faro della cultura del mondo ellenistico-romano. Con la partecipazione straordinaria del Dott Diego Baratono studioso e ricercatore appassionato dei misteri del mondo egizio

Con la partecipazione della Prof.ssa Gabriella Malaguti

Per informazioni dettagliate e per prenotazioni, il link di seguito riportato ti connette direttamente al blog di Diego Baratono e in particolare alla pagina descrittiva del viaggio. Avrai così la possibilità di leggere gli articoli da lui redatti, avvicinarti a comprendere le sue teorie e lo stile del personaggio

Se decidi di vivere questa avventura non dimenticarti di regalare la tua testimonianza a questo piccolo blog al tuo ritorno

ECCO IL LINK

NUOVA ENCICLOPEDIA IN DVD SULL’ANTICO EGITTO: ORA IN EDICOLA E ONLINE!

egitto dvd zahi awass edicolaIl piano dell’opera della collezione riguardante l’Egitto di Zahi Awass edito dalla De Agostini è già stato completamente reso noto.
Si tratta di 10 dvd con altrettanti fascicoli con uscite quattordicinali; a tal proposito ricordo che il primo numero è già in edicola essendo stata la prima uscita il 26 luglio scorso.

Per chi fosse interessato all’opera, i costi sono quelli elencati qui di seguito:

Prima uscita: € 9.99;
Seconda uscita: € 9.99;
Uscite successive: € 9.99.
Per conservare i fascicoli sarà posto in vendita nr. 1 COPERTINE DI VOLUME nell’uscita 10 ad un prezzo di Euro 7.

Mentre il piano delle uscite con i relativi temi trattati e le date è il seguente:

1 – I SEGRETI DELLA VALLE DEI RE 26/07/2010
2 – RAMESSE II, LA RICERCA DELL’IMMORTALITA 09/08/2010
3 – GIZA, LA CITTA DEI COSTRUTTORI DI PIRAMIDI 24/08/2010
4 – IL MISTERO DI TUTANKHAMON 07/09/2010
5 – LA MAGIA DI KARNAK E LUXOR 21/09/2010
6 – SAQQARA, IL CULTO DEI MORTI 05/10/2010
7 – AKHENATON, IL FARAONE ERETICO 19/10/2010
8 – LE TOMBE PERDUTE DI TEBE 02/11/2010
9 – HELIOPOLIS, CULLA DEGLI DEI 16/11/2010
10 – I TESORI NASCOSTI DEL MUSEO DEL CAIRO 30/11/2010

Se la ordini online i primi tre numeri con 3 DVD a soli 9,90!!! (risparmio 19,80 euro!)
e col secondo invio copertina in omaggio (risparmio 7 euro)

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LA COSMESI NELL’ANTICO EGITTO

La cura del corpo era molto importante per gli antichi egizi.
Essi utilizzavano creme, unguenti e profumi per ammorbidire e profumare la pelle.
Le donne si schiarivano la pelle con un composto cremoso ricavato dalla biacca, disponibile in colori diversi, dalla più pallida alla più ambrata generalmente destinata alle labbra.
Evidenziavano il contorno degli occhi con il kohl nero o verde, rispettivamente estratti dalla golena e dalla malachite.
Le unghie venivano tinte così come le palme delle mani e dei piedi e a volte anche i capelli con una pasta a base di hennè.
Utilizzavano specchi, pinzette per la depilazione e attrezzi per la manicure.
I profumi (utilizzati da uomini e donne come le creme), venivano estratti da fiori, fatti macerare e pigiati. Tutte le essenze odorose avevano nel dio Shesmu il loro protettore. Venivano prodotti in laboratori associati ai templi e conservati in vasetti di pasta vetrosa, la faience.

Un portacosmetici a forma di anatra