UNA BELLA MOSTRA FOTOGRAFICA A BARI

La libertà, lo sviluppo, la povertà e la tradizione. Alle aspirazioni dei popoli del nord Africa è dedicata la mostra “Egypt pixel society” del fotografo José Carlos Bellantuono che resterà aperta nel Palazzo Sagges  di Barifino al 31 marzo. “Il progetto – ha spiegato l’artista – è stato portato avanti dal 2009. Ricordo di aver percepito l’avanzarsi di un movimento molto evidente dilagante tra gli strati della borghesia e tra i ceti più colti. Ho pensato di riprodurre nelle immagini questa esigenza, traducendola in arte concettuale. Sono nati così questi frammenti che non rappresentano l’intera realtà, ma che presentano tuttavia dei segni che possono essere oggetto di interpretazione. Molte riprese fotografiche sono state realizzate nella città vecchia di El Quezer, in Egitto, sul Mar Rosso. Per i supporti delle foto ho scelto materiali riciclati e un formato che richiamasse l’idea dei manifesti”

 

IL FASCINO DELL’EGITTO AD ORVIETO

Una grande mostra sull’Egitto sarà allestita dal 12 marzo al 2 ottobre a Orvieto. La organizzano e propongono congiuntamente la Fondazione per il Museo “Claudio Faina” e la Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto nelle loro due sedi, una affacciata e l’altra in prossimità della piazza che accoglie il celebre Duomo della città umbra.
Va subito chiarito che non si tratta di una ulteriore tappa di una “mostra di giro”. Riunirà circa 250 reperti – molti davvero di grande importanza – concessi da una quindicina di musei e istituzioni culturali italiane.
Il sottotitolo evidenzia chiaramente il taglio che gli studiosi hanno voluto imprimere a questa ampia, importante rassegna: “Il ruolo dell’Italia pre e post-unitaria nella riscoperta dell’antico Egitto”, ovvero ciò che gli egittologi partiti dal nostro Paese hanno saputo fare intorno alle sponde del Nilo, lì attratti dallo spirito d’avventura, talvolta dalla sete di facili guadagni, molte altre dall’obiettivo di approfondire le conoscenze sull’antica Terra dei Faraoni.

“Il fascino dell’Egitto”, richiamato dal titolo della mostra, attraversa almeno tremila anni di storia dell’umanità. Dalla terra d’Egitto vennero tratte idee culturali, culti, divinità, usi e costumi; poi, quasi a voler catturare il senso di mistero e di eternità di quella magica civiltà, vennero asportate le testimonianze materiali: fossero i grandi obelischi che raggiunsero Roma, o ciò che veniva trafugato dalle tombe. Un fascino che dall’antichità contagiò il Medio Evo e incantò il Rinascimento quando principi e intellettuali si contendevano reperti considerati molto più che semplici curiosità archeologiche.
Ma è alla fine del Settecento e soprattutto durante l’Ottocento che oasi e sabbie d’Egitto vengono battute palmo a palmo da europei, e tra loro molti gli italiani, alla ricerca di quanto sopravviveva di una epoca trascurata dalla dominazione turca.
L’egittologia moderna ha una precisa data di nascita, l’anno 1822, quando Jean-François Champollion decifra, grazie alla stele di Rosetta, la scrittura geroglifica. Con lui, in una spedizione congiunta franco-toscana che percorse l’Egitto (1828-1829), c’era l’italiano Ippolito Rossellini.

Il catalogo della mostra

In realtà, come la mostra documenta, protagonisti di una “corsa all’Egitto” furono uomini che al fascino dei Faraoni univano spesso quello del commercio antiquario. Due di loro hanno creato le basi per altrettanti musei. Giovanni Battista Belzoni, padovano, il primo ad entrare nella piramide di Chefren e nel tempio rupestre di Ramesse II ad Abu Simbel, trovò l’ingresso di sontuose tombe nella Valle dei Re e mise insieme, per il suo committente Henry Salt, il nucleo fondante della collezione egizia del British Museum, senza dimenticare la sua città cui legò alcuni importanti reperti. Il secondo, Bernardino Drovetti, piemontese, console di Francia in Egitto, riunì una collezione non meno vasta che venduta ai Savoia, è oggi il nucleo fondante di un altro museo, l’Egizio di Torino.
Due storie tra tante di un’epoca che vide italiani protagonisti in Egitto. Il percorso espositivo di storie curiose ne presenta molte. Come quella di Luigi Vassalli, pittore e intellettuale milanese, che la passione politica e il ruolo di patriota risorgimentale portò in Egitto dove esule divenne un collaboratore di Auguste Mariette e un valente egittologo nell’ambito del Servizio di Antichità egiziano come ispettore agli scavi. A lui si devono numerose iniziative nel campo della nascente egittologia italiana e una breve direzione della collezione egizia del Museo Archeologico di Napoli.
Ma anche Carlo Vidua e Giuseppe Acerbi che dell’egittologia italiana rappresentano personaggi di rilievo. Ma è sulla figura di Ernesto Schiapparelli che “Il fascino dell’Egitto” si sofferma in modo più ampio. Schiapparelli scoprì la Tomba di Nefertari e la sepoltura di Kha, l’architetto reale, quest’ultima perfettamente conservata, prima di essere direttore del Museo Egizio di Firenze e poi di quello di Torino.
I numerosi spunti offerti dai materiali esposti permetteranno inoltre di affrontare in modo esaustivo alcuni aspetti della vita quotidiana nell’antico Egitto, di approfondire temi affascinanti come la conservazione di materiali delicati quali le stoffe, e di analizzare le informazioni che i ricercatori contemporanei possono trarre dalle analisi diagnostiche più all’avanguardia.

Ho già parlato della mostra di Orvieto in questo blog. Se ti fosse sfuggito l’articolo, clicca qui

Sevuoi visitare il sito ufficiale della mostra clicca qui: www.ilfascinodellegitto.it

L’egittologa Elvira D’Amicone, della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo di Antichità Egizie di Torino. ci parla della mostra sull’Antico Egitto appena iniziata ad Orvieto

 

IL MUSEO EGIZIO DI TORINO

Il Museo delle antichità egizie di Torino, meglio conosciuto semplicemente come Museo egizio, è considerato, per il valore dei reperti, il più importante del mondo dopo quello del Cairo, nonchè il più importante d’Italia seguito da quello di Firenze.
Ha sede nello storico Palazzo dell’Accademia delle Scienze, sede dell’omonima Accademia e che ospita anche la Galleria Sabauda, eretto nel XVII secolo dall’architetto Guarino Guarini.
Nel 2006 è stato visitato da 554.911 persone, con un aumento del 93,8% rispetto al 2005.
Il museo è stato fondato nel 1824 da Carlo Felice, che acquistò la Collezione Drovetti, composta dai ritrovamenti di Bernardino Drovetti, console francese in Egitto. Fu in seguito ampliato con i reperti provenienti dagli scavi di Ernesto Schiaparelli proveniente da Barbania.
Nel museo sono presenti circa 30mila pezzi che coprono il periodo dal paleolitico all’epoca copta.

 

I più importanti sono:
la tomba intatta di Kha e Merit
il tempio rupestre di Ellesija
il Canone Reale, conosciuto come Papiro di Torino, una delle più importanti fonti sulla sequenza dei sovrani egizi
la Mensa isiaca, che i Savoia ottengono dai Gonzaga nel XVII secolo
la tela dipinta di Gebelein
i rilievi di Djoser
le statue delle dee Iside e Sekhmet e quella di Ramesse II scoperte da Vitaliano Donati nel tempio della dea Mut a Karnak
il Papiro delle miniere d’oro

Il 6 ottobre 2004 è stato firmato un accordo trentennale tra la Fondazione Museo delle antichità egizie e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali per conferire i beni del museo alla Fondazione, presieduta dallo scrittore Alain Elkann e di cui fanno parte la Regione Piemonte, la Provincia di Torino, la Città di Torino, la Compagnia di San Paolo e la Fondazione CRT.
In tal modo il Museo egizio verrà gestito dalle istituzioni locali e godrà dei finanziamenti delle fondazioni bancarie, godendo al tempo stesso di ampia autonomia gestionale.
Nel 2008 il raggruppamento Isolarchitetti vince la gara internazionale per scegliere i progettisti del nuovo museo con un progetto firmato insieme a Dante Ferretti. (vedi post successivo)

LA RISTRUTTURAZIONE DEL MUSEO EGIZIO DI TORINO

Clicca più volte sulle immagini di questo post per vederle a tutto schermo

Il lavori di realizzazione del progetto di ristrutturazione e rifunzionalizzazione del Museo Egizio di Torino, del raggruppamento Isolarchitetti, vincitore del bando di gara internazionale pubblicato a giugno 2007, si concluderanno nel 2013 e saranno strutturati in due fasi che consentiranno di non chiudere mai completamente il Museo.

Il primo museo nella storia interamente dedicato all’arte e alla cultura dell’Antico Egitto, va incontro ad uno straordinario e radicale rilancio che lo porterà a valorizzare e rendere pienamente fruibili i grandi tesori della sua collezione, in linea con i parametri internazionali più attuali.

Il cambiamento del Museo Egizio è stato avviato nel 2004 con l’istituzione della Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino, primo esempio in Italia di gestione a partecipazione pubblico-privata che ha reso possibile il conferimento delle collezioni da parte del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e lo stanziamento dei fondi necessari da parte degli altri soci fondatori quali Città di Torino, Provincia di Torino, Regione Piemonte, Compagnia di San Paolo e Fondazione CRT.

Il progetto prevede un profondo rinnovamento del Museo: dalla struttura architettonica interna ai servizi al pubblico, dai principi su cui si basa l’allestimento delle sale al numero e alla varietà degli oggetti esposti, per riportare uno dei gioielli dell’offerta culturale italiana in linea con gli standard richiesti a un museo d’avanguardia.

Il Progetto assegna al nuovo museo oltre 10.000 mq di spazi nuovi e restaurati, oltre mille metri lineari di nuove vetrine ad alta tecnologia pronte a ospitare, esporre e valorizzare circa 6.500 pezzi scelti tra gli oltre 26.000 conservati dal Museo.

Il disegno, in coerenza con le indicazioni della Fondazione, oltre a raddoppiare lo spazio del Museo risolve tutte le questioni fondamentali poste, tra le quali:
– i collegamenti verticali ed orizzontali;
– gli accessi e la sintassi dei flussi;
– il recupero dell’immagine dell’edificio;
– la rifunzionalizzazione degli spazi esistenti e l’invenzione di nuove superfici per il Museo;
– il rapporto con l’Accademia delle Scienze e la Città;
– l’individuazione delle aree corrispondenti alle diverse e complesse funzioni e all’ottimizzazione delle loro relazioni di uso e gestione;
– l’impostazione di uno schema di allestimento che preserva e valorizza l’edificio, restituendo dignità, spettacolarità e, ove necessario, senso del sacro alla collezione;
– l’impiego di tecnologie integrate con l’allestimento per la conservazione dei reperti e la climatizzazione degli ambienti;
– la realizzazione del nuovo Museo attraverso “inaugurazioni-evento” progressive nel tempo;
– la continuità di apertura del Museo in tutte le fasi di realizzazione.

Attraversato incessantemente da flussi di visitatori il Museo è movimento, e come tale è stato pensato. Il nuovo Museo Egizio sarà, mutevole e flessibile e costantemente aggiornabile. Il progetto nasce anche dall’intuizione di liberare il piano terra dalle funzioni ad alta frequentazione, portare gli ospiti attraverso la manica Schiaparelli nel ventre del Museo e da lì accompagnarli, con un’esperienza emozionale e culturale, velocemente verso l’alto delle gallerie restaurate.

La gestione dei flussi e degli ingressi è un importante traguardo: ci sarà la possibilità di fare entrare le scolaresche da Via Eleonora Duse, mentre i visitatori accederanno al Museo attraversando la spettacolare corte da Via Accademia delle Scienze.

Già dalla galleria attraverso la corte trasparente saranno anticipate al visitatore prospettive sulla collezione. Una grande sala ricavata all’interno manica Schiaparelli restaurata accoglierà i visitatori nel nuovo ingresso. Da qui con una rampa e con collegamenti verticali i visitatori saranno condotti alla nuova grande sala ipogea progettata sotto la corte.

Questo nuovo spazio flessibile conterrà le aree destinate all’accoglienza (informazioni, biglietteria, bookshop, laboratori didattici, servizi). Poi un veloce collegamento verticale (ascensori e scale mobili) permetterà ai visitatori di salire al secondo piano ed entrare nella grande sala a tre livelli lunga sessanta metri dove inizia il percorso Dagli ultimi piani i visitatori attraverseranno le sale e scenderanno verso il basso seguendo il percorso delle scale storiche dell’edificio, in questo modo si instaurerà un movimento circolare senza incroci di flussi pur conservando la possibilità di personalizzazione della visita. Parallelo al movimento verticale ed orizzontale del pubblico gli spazi necessari al management del Museo verranno dotati di accesso indipendente e occuperanno gli ultimi livelli della manica su Piazza Carignano. Gli uffici saranno direttamente collegati ai laboratori, alle sale e ai depositi. La manica Schiaparelli accoglierà anche la nuova biblioteca e una grande caffetteria con roof garden.

I depositi del museo saranno accessibili dai tre lati dell’edificio.

L’allestimento, l’architettura e la tecnologia concorrono a rappresentare, mettere in scena, storia, cultura e fascino della civiltà egizia. Il disegno degli spazi è studiato per ottenere un sapiente allontanamento dalla città e dal presente.

Il racconto dei reperti, la coralità delle collezioni finalmente esposte per intero, il lavoro di generazioni di archeologi sono accompagnati da profonde suggestioni sensoriali. Lo sguardo del visitatore è accompagnato dalla luce al buio e ancora alla luce in un movimento circolare. Lo spettatore, dagli spazi scuri e misteriosi della corte ipogea, viene portato alla luce che gradualmente cambia ai livelli superiori, e ancora alla penombra delle tombe in un percorso ciclico come la rotazione della notte sul giorno, della vita sulla morte, del silenzio sulla festa. Da sacri luoghi sotterranei alle sale, calde di colori e infinite come i deserti della storia, allo spazio verde dell’oasi di riposo: la scenografia in costante mutamento ci porta a sentire i luoghi per potere, dalla loro storia, trarne vantaggio.

L’allestimento permette, sempre con luce e trasparenza, la percezione del contesto architettonico di cui il museo è ospite, la visione d’insieme delle collezioni nella loro esposizione corale si alterna con la possibilità di uno studio attento e ravvicinato del singolo reperto, un Museo per la città che alla città regala squarci segreti attraverso la corte-piazza che, come fata Morgana, attira l’attenzione verso uno spazio reale e vivo.

Il progetto architettonico è firmato Isolarchitetti s.r.l., I.C.I.S. s.r.l., prof. arch. Carlo Aymonino, prof. arch. Paolo Marconi e dall’arch. Gabriella Barbini.

Il progetto del restauro architettonico porta la firma del prof. arch. Paolo MARCONI, arch. Giancarlo Battista e dell’arch. Marco Grimaldi, mentre quello del restauro artistico della dott.ssa Maria Gabriella De Monte.

Il progetto degli allestimenti è firmato dall’arch. Dante Ferretti, due volte Premio Oscar, da Isolarchitetti e da I.C.I.S.

LUCI E MONGOLFIERE A LUXOR

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Un pallone aerostatico sorvola il tempio di Ramses II
Luxor tra luci e mongolfiere. Egizi in salsa tecno.
Un effetto ancor più drammaticamente bello, grazie un nuovo sistema di illuminazione con ben 922 “unità luminose” a mettere in mostra il tempio di Luxor, forse la massima espressione di sé che i faraoni, e nello specifico il Faraone, Ramses II, del Regno di Mezzo, ha lasciato ai posteri. Le luci sono progettate per sopportare temperature elevate, siccità e per non nuocere ai gioielli che ora potranno essere visitati per 13 ore al giorno, dalle 7 alle 20 (magari dopo un sorvolo in mongolfiera. L’impianto è una delle tappe che porteranno a trasformare l’intera Luxor in un parco all’aperto. Tra l’altro, arriveranno un nuovo sistema di illuminazione nella Valle dei Re, un nuovo visitor center a Deir Al-Bahari, il restauro della moschea Youssef Abul-Haggag e della casa di Howard Carter, l’archeologo che tanto ha dato alla valle.

LUCA CAMPIGOTTO: LE PIETRE DE IL CAIRO

Il Cairo, città misteriosa che racchiude in sé l’enigma delle Piramidi, un grande scenario della storia di grande forza evocativa. Fotografie affascinati e suggestive, realizzate da Luca Campigotto nel 1995 e 1996 che catturano una città molto forte e di straordinaria stratificazione architettonica: dalla piana delle Grandi Piramidi di Giza fino al dedalo del Bazar di Khan El-Khalili nel cuore della Cairo Islamica passando per la Città dei Morti e le monumentali tombe dei Mammelucchi, scorrono scenari intrappolati nel tempo, fotografati spesso di notte quando l’irregolarità dell’illuminazione notturna trasforma la città in una gigantesca scenografia. Il Cairo, luogo caotico, ricco di mille suggestioni dove si avverte il senso e il profumo della storia. Una città millenaria, uno degli snodi cruciali del mondo, la punta d’oriente in Africa da sempre crocevia di viaggiatori, mercanti e soldati d’occidente, una megalopoli moderna che nel proprio cuore vecchio conserva un teatro del tempo. Questo libro dà l’opportunità di viaggiare con la fotografia indietro nei secoli celebrando per immagini luoghi di fascino inesauribile.

Il Cairo che Luca Campigotto ricostruisce con le sue fotografie in bianconero di grandi dimensioni è una sorta di percorso nei labirinti della Storia.
Dalle piramidi di Gizah e Saqquara al “cuore islamico” della città: la Cittadella, La Città dei Morti, le tombe dei Mamelucchi, il bazar di Khan el-Khalili, la moschea di Ibn Toloumn… In queste immagini notturne e diurne viene svelandosi una megalopoli dai tratti antichi, e spesso quasi surreali.
Le grandi piramidi a volte sembrano uscire da una stampa d’epoca, altre volte appaiono come astronavi primordiali atterrate nel deserto; mentre le architetture della Città Islamica si affastellano, sovrapponendosi in un caos scenico straordinario.Le immagini sono dense di materia e di dettagli; lo sguardo indugia sulle cose con insistenza, quasi cercando l’odore dei secoli.

Dopo essersi fatto genius loci della sua Venezia, Campigotto si muove anche al Cairo come all’interno di una macchina del tempo fitta di visioni. Un’altra tappa di quel viaggio a ritroso nel tempo – tra monumenti mitici e inediti scorci visivi spesso illuminati da luci teatrali – che lo ha già portato in luoghi d’immenso fascino come Sana’a nello Yemen, Angkor in Cambogia e l’Isola di Pasqua.

Luca Campigotto (Venezia 1962) ha esposto tra gli altri al Mois de la Photo, Parigi; 47ma Biennale di Venezia; MAXXI, Roma; MEP, Parigi; IVAM, Valencia; Galleria Gottardo, Lugano; The Art Museum, Florida; C.C.A., Montreal. A FotoGrafia Festival Internazionale di Roma era presente lo scorso anno con ‘Teatri di Guerra’. Le sue opere fan parte di collezioni private e pubbliche. Ha pubblicato: Venicexposed (Contrasto/Thames&Hudson 2006); Sguardi gardesani, Nicolodi 2004; L’Arsenale di Venezia, Marsilio 2000; Fuori di casa, 1998; Molino Stucky, Marsilio 1998; Venetia Obscura, Peliti 1995. Coltiva da sempre l’interesse per la scrittura. Nel 2005 la rivista Nuovi Argomenti ha pubblicato una selezione di sue immagini e poesie. Il Museo di Roma ha ospitato, nell’ambito del Festival – FotoGrafia 2007, “Le pietre del Cairo” di Luca Campigotto.

Autore:  Campigotto Luca

Editore:  Peliti Associati

Genere:  fotografia

Argomento:  cairo (il)

ISBN: 8889412143

ISBN-13: 9788889412145

Data pubbl.: 2007

VIAGGIO NEL MUSEO EGIZIO DE IL CAIRO

da wikipedia

Il Museo di antichità egiziane comunemente conosciuto come Museo egizio del Cairo ospita la più completa collezione di reperti archeologici dell’antico Egitto del mondo. Gli oggetti in mostra sono 136.000 e molte altre centinaia di migliaia sono conservate nei magazzini.

Il museo è un’emanazione del servizio egiziano delle antichità costituito dal governo nel 1835 nel tentativo di fermare l’esportazione selvaggia di reperti e manufatti.

Il museo aprì nel 1858 con le collezioni raccolte da Auguste Mariette, archeologo francese al servizio di Isma’il Pasha. Nel 1880 venne spostato all’interno del palazzo di Isma’il Pasha a Giza. Nel 1900 il museo raggiunse l’attuale sede, un edificio in stile neoclassico, appositamente costruito in Piazza Tahrir, nel centro del Cairo. Al contrario della sua grande fama, il museo egizio del Cairo non è molto esteso come superficie. Consta di due piani, entrambi di forme rettangolare, con una serie di stanze disposte a attorno ad un atrio centrale e collegate da un corridoio. Gli oggetti esposti al piano terreno sono raggruppati per ordine cronologico. Appena entrati, a sinistra sono disposte le sale dell’Antico Regno. Continuando in senso orario si trovano le sale del Medio e Nuovo Regno ed infine quelle dell’età Greco-Romana. Salendo lo scalone si arriva al primo piano, organizzato in aree tematiche.

I pezzi di maggior pregio sono rappresentati dalla collezione dei reperti trovati nella tomba di Tutankhamon, rinvenuta intatta nella Valle dei Re, dall’archeologo inglese Howard Carter nel 1923.

La “sala delle mummie” che contiene 27 mummie reali di epoca antica, fu chiusa al pubblico, nel 1981, per ordine del presidente egiziano Anwar Sadat. Nel 1985 è stata riaperta al pubblico una selezione di mummie di re e regine del Nuovo Regno di cui è visibile solamente il volto.

Una veloce visita di dieci minuti
per ammirare opere d’arte realizzate 3000 anni fa!

IL DRAMMA DI IPAZIA OGGI AL PAOLO GRASSI DI VARESE



IPAZIA in un dipinto di Raffaello

Il dramma di Ipazia rivive al Paolo Grassi . Lunedì 24 Gennaio 2011 (CineTeatro P.GRASSI) il Gruppo Astronomico Tradatese dà inizio al 37° anno di attività pubblica con una serata speciale, dove la scienza astronomica si intreccia intimamente con uno degli episodi più drammatici della storia antica. Giuseppe Palumbo, da ormai 10 anni socio del GAT e grande esperto di cinematografia scientifica, presenterà infatti una serie di documenti sul tema: “Il dramma di Ipazia”.
Verrà presentata la celebre figura della massima astronoma al femminile dell’antichità, ossia di Ipazia, filosofa neoplatonica, matematica, scienziata, erede della Scuola alessandrina ed antesignana della scienza sperimentale. Nata ad Alessandria d’Egitto intorno al 370 d.C., venne fatta uccidere nel marzo del 415 d.C. da chi, propugnando il fondamentalismo religioso, intendeva eliminare la libertà di pensiero e la voglia di sapere. L’omicidio di Ipazia, poiché di assassinio si tratta, è stato un atroce e vergognoso episodio ai danni di una scienziata che ragionava con il proprio cervello e che nutriva un amore assoluto per la verità, la ragione e la scienza.

La morte violenta di Ipazia ha rappresentato un atto perverso che, oltre a segnare il tramonto della scienza, ha tentato di soffocare la ragione umana, ha cercato di uccidere la speranza nel progresso umano ed ha arrecato un danno incalcolabile all’intera umanità. Ci si potrà chiedere per quale ragione il GAT ha deciso di aprire il 2011 con questo dramma filosofico-astronomico. La risposta è sorprendente e logica al tempo stesso: «I recenti gravissimi episodi di intolleranza religiosa avvenuti proprio ad Alessandria d’Egitto nelle scorse settimane – dice Palumbo – ci hanno convinto che questo era il momento giusto per presentare in maniera critica la tremenda storia di Ipazia, verificatasi sempre ad Alessandria d’Egitto 1500 anni fa».

Al tempo di Ipazia, Alessandria d’Egitto, fino a quel momento città-simbolo della tolleranza tra le varie culture e religioni, viene improvvisamente spazzata dal fiume in piena dell’intolleranza. Lo scontro tra Religione e Ragione produsse un fanatismo irragionevole, fonte di morte e distruzione: sono trascorsi 15 secoli ed Alessandria è ricaduta nello stesso “buco nero”. Ma l’orribile uccisione di Ipazia, a distanza di tempo, ha avuto l’effetto contrario di quello sperato dai suoi assassini, poiché la Ragione non è stata eliminata dal fanatismo religioso, e Ipazia è diventata Martire della Ragione e Simbolo della Libertà di Pensiero.

L’ANTICO EGITTO A CUNEO

21 e 28 gennaio h. 17:00

Venerdì 21 gennaio, alle ore 17, presso la Fondazione Casa Delfino, in corso Nizza, 2, a Cuneo, gli autori Natale Barca, Alberto Elli e Gianluca Franchino dialogheranno sui temi a loro più cari inerenti l’Antico Egitto. Gli argomenti trattati spazieranno dalle origini della Civiltà Egizia, alla Stele di Rosetta, all’arte della mummificazione. Una tavola rotonda che vuole unire il fascino indiscutibile dell’Egitto, che anima una passione condivisa da molti, e la grande competenza e conoscenza degli interlocutori che da anni si interessano e studiano questi temi con grande dovizia e cura del dettaglio storico.

L’incontro sarà ripetuto venerdì 28 gennaio, con la partecipazione di altri autori della Casa Editrice Ananke. Moderatore e presentatore della serata sarà Sandro Trucco.

“EGITTO MAI VISTO” UN GRANDISSIMO SUCCESSO A FORLI’

Domenica 9 gennaio si è conclusa la mostra Egitto mai visto, allestita nel complesso museale di San Domenico a Forlì, con un notevole riscontro di pubblico che ha portato in mostra ben 35.000 visitatori (quasi 5.000 solo nell’ultima settimana) e una presenza notevole delle scuole (10.000 ragazzi hanno visitato la mostra e partecipato alle attività didattiche).
Ha così trovato positivo riscontro la nuova proposta culturale, voluta dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì e dall’Amministrazione Comunale e organizzata da Civita con la collaborazione di Start, finalizzata ad ampliare la stagione espositiva dei Musei San Domenico: una mostra d’autunno su grandi temi della cultura e della civiltà artistica, un percorso ulteriore rispetto alle grandi mostre organizzate ormai tradizionalmente nella stagione invernale e primaverile, come quella su Melozzo da Forlì per cui fervono i preparativi.

Terza ed ultima sede di un tour iniziato a Trento e proseguito a Reggio Calabria, la mostra ha presentato a Forlì 400 straordinari reperti datati intorno al 2000 a.C. scoperti dal grande egittologo Ernesto Schiaparelli nella valle nel Nilo e in particolare nelle necropoli di Assiut e Gebelein e premurosamente conservati per un secolo nei depositi del Museo Egizio di Torino. A distanza di quasi 100 anni, dopo un accurato lavoro di studio e di restauro, grazie alla Soprintendenza Archeologica del Piemonte e delle Antichità Egizie, quei reperti sono stati esposti per la prima volta ed è stato finalmente possibile per tutti rivivere l’esperienza e le emozioni di quelle straordinarie scoperte, effettuate fra il 1908 e il 1920 dalla Missione Archeologica Italiana. I materiali archeologici esposti al pubblico torneranno ora a far parte dell’immenso patrimonio del Museo Egizio di Torino.

“IL FASCINO DELL’EGITTO” A ORVIETO

Sarcofago antropomorfo

Una grande mostra sull’Egitto sarà allestita dal 12 marzo al 2 ottobre a Orvieto. La organizzano e propongono congiuntamente la Fondazione per il Museo “Claudio Faina” e la Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto nelle loro due sedi, una affacciata e l’altra in prossimità della piazza che accoglie il celebre Duomo della città umbra.

Va subito chiarito che non si tratta di una ulteriore tappa di una “mostra di giro”. Questa, coordinata da Giuseppe M. Della Fina, direttore scientifico della Fondazione per il Museo “C.Faina”, e curata dalle egittologhe Elvira D’Amicone della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo di Antichità Egizie di Torino e da Massimiliana Pozzi (Società Cooperativa Archeologica), è una mostra originale, studiata appositamente per Orvieto. Riunirà circa 250 reperti – molti davvero di grande importanza – concessi da una quindicina di musei e istituzioni culturali italiane.

Il sottotitolo evidenzia chiaramente il taglio che gli studiosi hanno voluto imprimere a questa ampia, importante rassegna: “Il ruolo dell’Italia pre e post-unitaria nella riscoperta dell’antico Egitto”, ovvero ciò che gli egittologi partiti dal nostro Paese hanno saputo fare intorno alle sponde del Nilo, lì attratti dallo spirito d’avventura, talvolta dalla sete di facili guadagni, molte altre dall’obiettivo di approfondire le conoscenze sull’antica Terra dei Faraoni.

“Il fascino dell’Egitto”, richiamato dal titolo della mostra, attraversa almeno tremila anni di storia dell’umanità. Dalla terra d’Egitto vennero tratte idee culturali, culti, divinità, usi e costumi; poi, quasi a voler catturare il senso di mistero e di eternità di quella magica civiltà, vennero asportate le testimonianze materiali: fossero i grandi obelischi che raggiunsero Roma, o ciò che veniva trafugato dalle tombe. Un fascino che dall’antichità contagiò il Medio Evo e incantò il Rinascimento quando principi e intellettuali si contendevano reperti considerati molto più che semplici curiosità archeologiche.

Statua Di Ptahmose, Museo Egizio di Firenze Nuovo Regno, XVIII dinastia, regno di Amenofi III. Collezioni Granducali

Ma è alla fine del Settecento e soprattutto durante l’Ottocento che oasi e sabbie d’Egitto vengono battute palmo a palmo da europei, e tra loro molti gli italiani, alla ricerca di quanto sopravviveva di una epoca trascurata dalla dominazione turca.
L’egittologia moderna ha una precisa data di nascita, l’anno 1822, quando Jean-François Champollion decifra, grazie alla stele di Rosetta, la scrittura geroglifica. Con lui, in una spedizione congiunta franco-toscana che percorse l’Egitto (1828-1829), c’era l’italiano Ippolito Rossellini.

In realtà, come la mostra documenta, protagonisti di una “corsa all’Egitto” furono uomini che al fascino dei Faraoni univano spesso quello del commercio antiquario. Due di loro hanno creato le basi per altrettanti musei. Giovanni Battista Belzoni, padovano, il primo ad entrare nella piramide di Chefren e nel tempio rupestre di Ramesse II ad Abu Simbel, trovò l’ingresso di sontuose tombe nella Valle dei Re e mise insieme, per il suo committente Henry Salt, il nucleo fondante della collezione egizia del British Museum, senza dimenticare la sua città cui legò alcuni importanti reperti. Il secondo, Bernardino Drovetti, piemontese, console di Francia in Egitto, riunì una collezione non meno vasta che venduta ai Savoia, è oggi il nucleo fondante di un altro museo, l’Egizio di Torino.

 

Orvieto, Museo “Claudio Faina” (piazza del Duomo, 19) e Palazzo Coelli, sede della Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto (Piazza Febei, 3)
12 marzo – 2 ottobre 2011
Orario: 9,30 – 18.
Informazioni e prenotazioni: tel. 0763-341511 e 0763-393835

ANTICO EGITTO A PARMA

Ha inizio oggi (ieri ndr) la tre giorni dedicata all’antico Egitto e i suoi affascinanti reperti realizzata grazie all’impegno del cavalier Luca Trombi nella prestigiosa rocca di Sala Baganza. L’iniziativa, titolata “La rocca illuminata”, prevede una serie di conferenze, incontri dedicati alle scuole, una mostra fotografica di Sandro Vannini, che si protrarrà fino al 30 gennaio, e un concerto finale con buffet. A patrocinare l’evento il Museo Archeologico di Parma, il comune di Sala Baganza, la provincia di Parma e la fondazione Cariparma. Oggi alle 17.30 si terrà l’inaugurazione della mostra fotografica, mentre alle 18.00 la professoressa Paola Davoli dell’università di Lecce terrà il primo incontro, dal titolo “La città del dio coccodrillo”, incentrato sulle nuove scoperte archeologiche egiziane. Martedì 11 sempre alle 18.00 il professor Mario Capasso, sempre dell’ateneo di Lecce parlerà de “La biblioteca carbonizzata: i rotoli di Ercolano”. Sempre alle ore 18.00 del 12 invece la dottoressa Roberta Conversi, responsabile del servizio educativo del museo Archeologico di Parma, illustrerà ai presenti la collezione di reperti conservati presso il museo e dedicati a questa antica civiltà.

Nei giorni del 10 e dell’11 il professor Giuseppa Alvar Minaya terrà degli incontri in mattinata rivolti agli studenti di scuole elementari e medie. Mercoledì 12 alle 19.30 gran finale con concerto all’interno dell’oratorio dell’Assunta: al pianoforte il maestro Marco Baccelli e in chiusura buffet per tutti i partecipanti.

Secondo comunicato stampa:

Lunedì 10 gennaio alle ore 17.30 presso la Rocca Sanvitale di Sala Baganza verrà inaugurata la mostra fotografica sull’Antico Egitto “Elaborazioni d’Egitto”, sintesi della ricerca, e permanenza, decennale in Egitto dell’illustre fotografo Sandro Vannini, che sarà presente in Rocca.

La mostra è stata ospitata anche dalla prestigiosa “Tethys Gallery” di Firenze, ed è frutto di una selezione di scatti utilizzati dal fotografo viterbese per realizzare, insieme al Segretario generale del Supremo Consiglio delle Antichità Egizie, Zahi Hawass, il libro-tributo alle antichità egiziane “A Secret Voyage”.

La mostra resterà poi aperta al pubblico fino al 30 gennaio. La mostra si inserisce nell’ambito della manifestazione “La Rocca Illuminata” ospitata nelle sale della Rocca dal 10 al 12 gennaio, tre giorni di studio e di full immersion nell’antico Egitto, per approfondirne la storia e conoscere, grazie alla presenza di esperti, le più recenti novità sugli scavi e le scoperte archeologiche.

La Rocca Illuminata
pensiero, storia, scienza nelle sale della Rocca Sanvitale

Tre giorni di iniziative ad ingresso libero, per conoscere i segreti dei faraoni, le novità delle ultime campagne di scavo, il mestiere del papirologo e altro ancora. In mostra, fino al 30 gennaio le foto di Sandro Vannini.

Come si diventa papirologo, chi erano e come vivevano i faraoni, le nuove campagne di scavo e le scoperte archeologiche più recenti. Dal 10 al 12 gennaio 2011, Sala Baganza ospita nelle sale della Rocca Sanvitale l’iniziativa “La Rocca illuminata”, tre giorni di studio e di full immersion nell’antico Egitto, per approfondirne la storia e conoscerne i segreti. L’iniziativa, realizzata dal Comune di Sala Baganza insieme alla Provincia di Parma, la Fondazione Cariparma ed il Museo Archeologico di Parma, nasce grazie all’impegno e alla passione per l’Egitto del Cavalier Luca Trombi.

Nel calendario dei tre giorni, incontri per le scuole di Sala Baganza, conferenze, una mostra ed un concerto, tutto ad ingresso libero.

Tre conferenze, dall’Egitto a Parma.

Sono tre le conferenze in programma nell’ambito dell’iniziativa La Rocca Illuminata. Grazie alla partecipazione di esperti relatori protagonisti di importanti campagne di scavo, che riveleranno alcune delle ultime scoperte emerse, le conferenze, tutte previste alle ore 18.00, saranno di grande interesse divulgativo.

Lunedì 10 gennaio, Paola Davoli, professore associato della cattedra di Egittologia dell’Università di Lecce illustrerà al pubblico le “Nuove scoperte in Egitto: Soknopaiou Nesos, la città del dio coccodrillo”.

Martedì 11 gennaio, “La biblioteca carbonizzata: i rotoli di Ercolano”, sarà il tema della conferenza condotta da Mario Capasso, fondatore e direttore del Centro di Studi Papirologici dell’Università di Lecce.

Mercoledì 12 gennaio, dall’Egitto a Parma per parlare della “Collezione egizia del Museo Archeologico Nazionale di Parma: dalla pianta di lino al bisso del Faraone”, condotta da Roberta Conversi, Responsabile del Servizio educativo del Museo Archelogico Nazionale di Parma.

Incontri con le scuole.

Si terranno poi alcuni incontri rivolti alle scuole del territorio, in particolare alle classi 4° elementare e 1° media, condotti da Giuseppe Alvar Minaya, egittologo dell’Università di Lecce. In particolare, lunedì 10 gennaio si terrà l’incontro dal titolo “Faraoni, uomini e dei dell’Antico Egitto” per le 1° media, mentre martedì 11 gennaio l’incontro “Il mestiere del papirologo”, per le 4° elementari. Gli incontri per le scuole proseguiranno per le 4° elementari nel mese di aprile con la visita guidata al “Museo Archeologico Nazionale di Parma”, condotta da Roberta Conversi, Responsabile del Servizio educativo del Museo Archelogico Nazionale di Parma.

Concerto conclusivo.

In occasione della giornata conclusiva dell’iniziativa, mercoledì 12 gennaio alle ore 19.30, si terrà, all’interno dell’Oratorio dell’Assunta, un concerto al pianoforte del Maestro Marco Baccelli, al termine del quale verrà offerto un buffet ai partecipanti.

PER ULTERIORI INFORMAZIONI:

tel: 0521834382, 0521331342, 0521331344
iatsala@comune.sala-baganza.pr.it
www.comune.sala-baganza.pr.it

ANTICO EGITTO A PADOVA

Nell’ambito del Progetto Egittoveneto, programma di ricerca nato con lo scopo di censire, catalogare e valorizzare il patrimonio di reperti egizi ed egittizzanti conservati nei Musei del Veneto, il Dipartimento di Archeologia dell’Università di Padova, il Dipartimento di Scienze dell’Antichità e del Vicino Oriente dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, il Centro di Ateneo per i Musei e i Musei di Scienze Archeologiche e d’Arte e di Antropologia dell’Ateneo patavino e il Servizio paesaggio culturale e BBCC- Ufficio valorizzazione Patrimonio storico-archeologico della Regione Veneto hanno programmato un ciclo di conferenze dal titolo Oltre i confini d’Egitto. Guerre, relazioni, scambi tra il paese del Nilo e gli altri popoli che si terranno da gennaio a marzo 2011 in diverse sedi delle strutture organizzatrici.

Nell’Aula Emiciclo dell’Orto Botanico, via Orto Botanico 15 a Padova, sempre il mercoledì alle ore 16.00 sono previste le seguenti conferenze: il 12 gennaio Egitto e Siria nel III e II millennio a.C. tenuta da Alessandro Roccati, il 19 gennaio Emanuele Ciampini parlerà di Terre oltre l’Egitto: la Nubia, il 26 gennaio Paola Zanovello dell’Università di Padova interverrà su Echi d’Egitto nel mondo greco, Monica Salvadori e Giulia Deotto il 2 febbraio approfondiranno il tema della Pittura romana e paesaggi egizi tra reale e immaginario, Paolo Scarpi, il 9 febbraio, affronterà il tema Da Thot a Ermete. La religione dell’Egitto dopo Alessandro, infine mercoledì 16 febbraio Martino Gottardo concluderà il ciclo nella sede dell’Orto Botanico con l’incontro dal titolo Il mestiere delle armi.

Ai Musei Civici agli Eremitani di Padova mercoledì 23 febbraio, sempre alle ore 16.00, la conferenza dal titolo I papiri aramaici del Museo Civico Archeologico di Padova, tenuta da Francesca Veronese e Claudia Gambino, sarà preceduta, alle ore 15.00, da una visita al museo.

Infine mercoledì 1 marzo, al Dipartimento di Scienze dell’Antichità e del Vicino Oriente dell’Università Ca’ Foscari di Venezia alle ore 16.00, Emanuele Ciampini concluderà il ciclo di conferenze con una Tavola Rotonda dal titolo Un Egitto oltre l’Egitto che sarà preceduta alle ore 14.00 dalla visita al Museo Archeologico Nazionale di Venezia.

Mercoledì 12 gennaio alle ore 16.00 nell’Aula Emiciclo dell’Orto Botanico, via Orto Botanico 15 a Padova, Alessandro Roccati aprirà il ciclo di conferenze con una relazione su Egitto e Siria nel III e II millennio a.C.

Alessandro Roccati, archeologo ed egittologo, ha studiato egittologia a Oxford, Bonn e Parigi. Ha preso parte alle missioni archeologiche in Egitto dell’Università di Roma, del Museo Arqueologico di Madrid e dell’Institut français d’Archéologie Orientale. Ispettore al Museo delle antichità egizie di Roma è anche docente universitario. Dal 1991 ha diretto la missione archeologica in Egitto e Sudan, nel 2000 è Presidente dell’Istituto Italiano per la Civiltà Egizia e del Comitato scientifico della Fondazione del Museo Egizio di Torino, dal 2007 dell’Istituto Italiano per la Civiltà Egizia (I.I.C.E.) e dal 2009 del Comitato scientifico della Fondazione del Museo Egizio di Torino.

LE INIZIATIVE NATALIZIE DEL MUSEO EGIZIO DI TORINO

Si avvicinano le feste ed il Museo Egizio propone ai visitatori percorsi tematici per trascorrere un pomeriggio in compagnia di Faraoni e Regine, da soli o in compagnia dei più piccoli. A dicembre verrà presentata una novità per gli adulti, ma saranno di scena anche i misteri legati alla magia ed alle divinità, le curiosità della vita quotidiana e i segreti della tavola.

Debutta il 28 dicembre una nuova iniziativa riservata agli adulti: “Viaggio in Egitto”. Si tratta di un inedito percorso teatralizzato che consente di scoprire le collezioni del Museo Egizio anche attraverso resoconti e diari di viaggio di studiosi e appassionati dell’800: archeologi, donne, nobili dell’epoca saranno interpretati da attori che durante la visita, alternandosi ad un egittologo, metteranno in scena le atmosfere e le suggestioni di un’epoca lontana.
Gli altri appuntamenti di fine anno coinvolgeranno, invece, soprattutto le famiglie con bambini.

Sabato 11, domenica 12 e giovedì 30 dicembre i segreti dei sacerdoti dell’Antico Egitto saranno svelati al pubblico, che potrà conoscere tutte le “Forze divine e formule magiche”.

Domenica 26 dicembre sarà il turno dei palati più esigenti, che potranno saziare il proprio appetito di curiosità con “Una fame da oltretomba”, un percorso tematico per famiglie sulle abitudini alimentari degli antichi egizi che, oltre ai vivi, non trascuravano di nutrire anche divinità e defunti.

A grande richiesta, rimangono in calendario anche i percorsi più classici: “A casa di Kha” (martedì 28 dicembre), “Animali o Dei?” (sabato 18, domenica 19 e mercoledì 29 dicembre) e “La mia famiglia egizia” (lunedì 27 dicembre), gli appuntamenti più amati dai bambini per la loro capacità di illustrare ogni aspetto della vita di tutti i giorni nell’Egitto di oltre duemila anni fa.

Nel periodo natalizio il Museo Egizio sarà aperto al pubblico venerdì 24 dicembre con orario ridotto 8:30-14:30; sabato 25 rimarrà chiuso, mentre domenica 26 e lunedì 27 dicembre effettuerà un’apertura straordinaria con orario 8:30-19:30. Il 31 dicembre l’orario sarà ridotto dalle 8:30 alle 14:30.

Programma

  • sab 11 dicembre
    Forze divine e formule magiche
    Famiglie 10.30 1 ora € 3,50*

  • dom 12 dicembre
    Forze divine e formule magiche
    Famiglie 10.30 1 ora € 3,50*

  • sab 18 dicembre
    Animali o dei?
    Famiglie 10.30 1 ora € 3,50*

  • dom 19 dicembre
    Animali o dei?
    Famiglie 10.30 1 ora € 3,50*

  • dom 26 dicembre
    Una fame da oltretomba.
    Menù per il corpo e per lo spirito
    Famiglie 10.30 1 ora € 3,50*

  • lun 27 dicembre
    La mia famiglia egizia
    Famiglie 10.30 2 ore € 6,00*

  • mar 28 dicembre
    A casa di Kha
    Famiglie 10.30 1 ora € 3,50*

    Viaggio in Egitto
    Adulti 20.30 1 ora e 30 € 15,00

  • mer 29 dicembre
    Animali o dei?
    Famiglie 10.30 1 ora € 3,50*

  • gio 30 dicembre
    Forze divine e formule magiche
    Famiglie 10.30 1 ora € 3,50*

*Alla tariffa di partecipazione indicata si aggiunge il prezzo del biglietto d’ingresso (gratuito 0-18 anni; ridotto € 3,50 18-25 anni e oltre i 65 anni; intero € 7,50 26-64 anni)

Info

  • sito www.museoegizio.it

  • per tutte le iniziative è obbligatoria la prenotazione al numero 011- 4406903

IL MUSEO EGIZIO DI TORINO

Il Museo Egizio costituisce un vero vanto per la città di Torino: è stato infatti il primo al mondo per fondazione e cede il passo solo al Museo del Cairo per dimensione e importanza delle collezioni. La storia del Museo ha inizio ufficialmente nel 1824 quando Carlo Felice di Savoia acquistò dal console di Francia in Egitto, Bernardino Drovetti, un’ampia collezione di opere che grazie a un’equipe di studiosi e archeologi si è ampliata ulteriormente fino a raggiungere ben 30.000 pezzi. In realtà i Savoia avevano dimostrato uno spiccato interesse per l’affascinante cultura egizia già da prima: nel 1630 questa famiglia aveva acquistato il Gabinetto di curiosità dei Gonzaga, che venne sistemato nell’Università di Torino. Questo nucleo originario si arricchì ulteriormente di pezzi nel ‘700 per interessamento di un professore di Botanica dell’Università di Torino, Vitaliano Donati, la cui opera venne proseguita da Drovetti. La collezione di Drovetti acquistata dai Savoia con gli anni aumentò sempre più grazie all’interessamento di Ernesto Schiaparelli che divenne direttore del Museo nel 1894. Schiaparelli e dopo di lui Farina fino agli anni ‘30 promossero numerosi scavi in loco che hanno portato alla scoperta e all’acquisizione di reperti risalenti al periodo tra il 4000 e 31 a.C., anno in cui l’Egitto passò all’impero romano e provenienti da Giza, Gebelein, Eliopoli, Assuan, Valle delle Regine….
Così sono passati al museo i meravigliosi reperti rinvenuti nella tomba violata della regina Nefertari, la donna prediletta di Ramses II,  e il naos di Sethi I un monumento per il culto del Ra a Eliopoli.

Nel 1966 il Museo si è arricchito del tempietto scavato nella roccia da Thutmosi III nel 1430 a.C. a Ellesjia:  l’Egitto intendeva ringraziare l’Italia per essersi adoperata perché i monumenti nubiani non fossero sommersi dal lago Nasser. E attualmente il museo è un vero e proprio santuario della civiltà egizia. Il percorso espositivo è stato studiato appositamente per consentire una migliore e più agevole comprensione di questo mondo affascinante e ricco di mistero. Le raccolte, infatti, affrontano diversi argomenti e sono distribuite su tre piani: al pian interrato si trovano esposti reperti degli scavi ad Assiut, Gebelein, Qau El-Kebir. Al piano terra è stato collocato il tempio di Ellesiya e i numerosi reperti relativi alla statuaria, tra cui autentici capolavori come le statue di Ramses II, dei faraoni Thutmosi III e Amenhotep II. Qui ammirerete la statua della principessa Redi, risalente al 2800 a.C, la più antica del museo. Al primo piano troverete interessanti testimonianze sulla pittura funeraria: tra gli esempi più significativi sono le pitture di Iti, tesoriere del re nel 2100 a.C. o il ciclo pittorico della tomba di Maia (XVIII dinastia). Troverete numerosi vasi canopi utilizzati per la conservar le viscere dei defunti, numerosi amuleti per l’aldilà, statuine funerarie.
Particolare attenzione meritano i sarcofaghi, finemente lavorati, dentro i quali sono state ritrovate numerose mummie di dignitari e gente comune,, ma anche di animali sacri (falchi, pesci, tori, ibis, gatte, babbuini, coccodrilli).

Troverete infinite testimonianze di varie attività che quotidianamente si svolgevano: dalla tessitura alla caccia, alla pesca, al gioco.
Ovviamente una delle più importanti testimonianze della civiltà egizia è rappresentata dalla scrittura:ammirerete l’affascinante sistema di geroglifici dipinti su papiri, sulle bende delle mummie. Potete leggere atti di processi, vendite di beni, formule sacre per propiziarsi il regno dei morti come si evince dal libro dei morti). E dato che la maggior parte dei reperti proviene da tombe, non vi stupirete di incontrare numerose steli funerarie.

L’AIRBUS A 380 A SHARM PER LA PRIMA VOLTA

L’altro giorno, un Airbus A380 utilizzato per i test di volo ha sorvolato per la prima il cielo d’Egitto volteggiando sulle Piramidi. Si è trattato di un volo speciale, che si è concluso con l’atterraggio dell’aeromobile alla fiera Avex International Airshow 2010 di Sharm El Sheikh. L’esperimento segue una serie di test per la verifica della compatibilità aeroportuale dell’A380 presso l’aeroporto Internazionale del Cairo.
L’Airbus tipo A380 si può definire un vero gioiello pieno di curiosità. Ciascun esemplare è composto da circa quattro milioni di pezzi, con 2,5 milioni di componenti provenienti da più di mille aziende situate in 30 nazioni sparse in tutto il mondo. Il ponte principale misura 49,7 metri, il ponte superiore 47,9 metri; sommandoli, si ottiene la distanza coperta dai fratelli Wright nel loro primo volo, ovvero 366,6 metri. Il volume dello spazio interno dei tre ponti è pari a 1.570 metri cubi, l’equivalente di 35 milioni di palline da ping-pong del diametro standard di 40 millimetri. Rimuovendo tutte le poltrone, un Airbus A380 potrebbe contenere dieci campi da squash (che in America misurano 56 metri quadri contro i 555 della superficie interna dell’aereo). Quanto al carburante, per riempire completamente i serbatoi di un A380 ci vorrebbero 21 camion-cisterna, perché la capacità totale è di 310 mila litri.
Durante la fase di decollo, le ali dell’aereo si flettono verso l’alto di oltre quattro metri, mentre la velocità di rullaggio può toccare le 235 miglia orarie, paragonabile ad una vettura di Formula 1. Il peso massimo che il carrello può sostenere, grazie alla struttura a sei ruote, è di 260 tonnellate, l’equivalente di 200 automobili VW Golf o Peugeot 206.

Dato che l’aeroporto di Sharm è il più trafficato aeroporto turistico del mondo, vedremo presto questo gioiello trasportare vacanzieri sul Mar Rosso??

A GATTINARA LE FOTO DI FRANCO GUALA

Nell’ambito dell’iniziativa “ALLA SCOPERTA DEI PARADISI TERRESTRI”, venerdì 12 novembre, alle ore 21.00, presso la sala conferenze dell’Istituto Alberghiero “Mario Soldati” di Gattinara, saranno proiettate straordinarie immagini su “WEST PAPUA E I DELFINI DEL MAR ROSSO” a cura di Franco Guala, campione mondiale di fotografia subacquea.

«Queste immagini – commenta l’Assessore all’Ambiente Mario Mantovani, promotore dell’iniziativa – permettono di scoprire l’affascinante mondo sottomarino. Sarà un viaggio fotografico attraverso luoghi e persone
Franco Guala, vincitore Festival internazionali come quello di Antibes e di Strasburgo di fotografia subacquea, regalerà attimi emozionanti dove i presenti avranno la possibilità di scoprire le meraviglie del mondo sommerso.
Guala è capace di esprimere attraverso le sue fotografie, che sono vere e proprie opere d’arte, sensazioni ed emozioni di un particolare momento, trasmettendo nel pubblico un insolito coinvolgimento.
Si potranno, quindi, apprezzare le immagini, anche nei dettagli, grazie al commento dell’autore, che accompagnerà i presenti attraverso questo percorso figurativo, sottolineando le peculiarità di ogni foto e dando quindi particolare risalto alla bellezza dell’immagine.
Gi altri appuntamenti dell’iniziativa “ALLA SCOPERTA DEI PARADISI TERRESTRI” sono programmati per venerdì 26 novembre con “Viaggio in Alaska – storie di un ambiente incontaminato” e venerdì 3 dicembre con “Sotto il sole del Capricorno – viaggio alla ricerca dei grandi mammiferi”.



FAUNA DELL’ANTICO EGITTO IN MOSTRA A ZURIGO

Il Museo Rietberg si trova immerso in uno splendido parco adagiato sulle dolci colline di Zurigo. Attraversarlo anche in una giornata uggiosa d’autunno è un piacere per gli occhi, in forte contrasto con gli scenari desertici che fanno da sfondo alla mostra Falchi, gatti e coccodrilli: la fauna nell’antico Egitto, ospitata nelle sue sale fino al prossimo 14 novembre. È una mostra piccola – presenta infatti appena 110 oggetti, in prestito dal Metropolitan Museum di New York e dal Museo Egizio del Cairo – ma vale assolutamente la visita perché fornisce un interessante resoconto sul complesso rapporto che gli Egizi intrattenevano con il mondo animale.
Ad accogliere i visitatori c’è una statua della terribile Sekhmet dalla testa di leonessa, dea della guerra e delle epidemie, ma anche protettrice delle donne e dei bambini. Alle sue spalle c’è un pannello che nasconde alla vista la prima sala dell’esposizione, in modo che gli oggetti possano essere scoperti un po’ per volta e non vengano svelati tutti in un colpo. Ecco allora il dio Anubis, accucciato in posizione vigile e regale, e una piccola stele in onore di Upuaut, un altro dio sciacallo particolarmente venerato ad Abido. Subito però l’attenzione viene attirata dallo splendido falco in rame rivestito d’oro, rinvenuto nei bendaggi della mummia di Pinedjem II, gran sacerdote di Amon, riportata alla luce nel 1881 Gaston Maspero ed Emile Brugsch a Deir el-Bahari, nei pressi di Tebe. La sua preziosità viene esaltata dalla teca quadrata con ampia cornice di colore grigio scuro che la custodisce, mentre l’illuminazione soffusa conferisce un’aura di mistero agli oggetti esposti nelle teche accanto.
fauna_egitto_ippopotamo
Siamo nella prima delle tre tappe in cui si snoda il percorso espositivo, ovvero in quella dedicata al deserto, che precede le sezioni dedicate alle acque e alle terre alluvionali. I pezzi non sono disposti secondo un criterio cronologico, così vediamo oggetti dell’Antico Regno accanto ad altri di epoca romana, tuttavia la rigidità propria dell’arte egizia rende difficile ai non esperti notare differenze stilistiche. Ma torniamo al deserto, che gli Egizi chiamavano Decheret, ovvero Paese Rosso, in opposizione al Paese Nero delle terre alluvionali ai bordi del Nilo, in cui vivevano. Il deserto era considerato il paese dei defunti e gli animali che lo abitavano divennero simboli della vita dopo la morte. Un discorso a parte merita il leone, a cui erano associati i valori positivi di forza e virilità, tanto da diventare presto emblema del faraone (a cui solo riservato il privilegio della sua caccia), ma che simboleggiava anche le forze del caos, mentre la scimmia rimandava alle sfere della sessualità e della fecondità. Il ricco mondo della fauna forniva agli Egizi un vasto repertorio per rappresentare i vizi e le virtù degli uomini, come risulta evidente nelle favole moraleggianti che avevano degli animali per protagonisti; in mostra è esposto un frammento di dipinto datato alla XVIII dinastia sul quale è sopravvissuta la testa di un asino e si intravede ancora quella di un gatto nero. Proprio questi lacerti di disegni e pitture sono molto interessanti perché restituiscono raffigurazioni più fresche e “naturalistiche” degli animali, compagni di vita quotidiani degli Egizi, scampati per una volta alle rigide regole dell’arte ufficiale. Un altro aspetto da sottolineare è che sono esposti animali che non siamo soliti collegare all’antico Egitto, come per esempio rane (ce ne sono diversi esemplari eseguiti in vari materiali, tra cui il lapislazzuli), mosche, cigni e lontre, accanto ai più “tradizionali” falconi, tori, gatti e scarabei. Una nota negativa è invece costituita dalle didascalie solo in tedesco (punto debole che avevo segnalato già nella recensione della mostra dedicata a Teotihuacan), ma per fortuna viene in soccorso del visitatore non germanofono il libretto in inglese e francese gratuitamente a disposizione all’ingresso della mostra. La lettura di questa guida è caldamente consigliata perché alcuni particolari altrimenti sfuggirebbero, come il cartiglio di Tutmosis III disegnato su un piccolo pesce in steatite (a indicare che l’oggetto era un dono di o per il faraone) o le tre tacche incise su una gazzella, segno che l’oggetto era in realtà un peso (pari a tre deben, l’unità di misura egiziana) per pesare l’oro, spesso impiegato come mezzo di pagamento.
fauna_egitto_coccodrillo
Tra i pezzi più significativi segnaliamo un coccodrillo in granito di epoca romana, in cui naturalismo e stilizzazione sono perfettamente amalgamati dalle mani dell’anonimo artista che l’ha realizzato; un agile cane slanciato nella corsa e un serpente in granodiorite raffigurante il dio Asclepio: si tratta molto probabilmente del coperchio di un grosso recipiente. Attraverso la fessura che si trova tra le sue spire i pellegrini in visita al tempio del dio della medicina deponevano le preghiere con le richieste di guarigione per sé o per i propri parenti malati. Quello che a prima vista sembra un gambaletto è invece la mummia di un gatto. Dalla guida si apprende che in alcune città, dove il culto del felino domestico era particolarmente sentito, esistevano veri e propri cimiteri in cui venivano depositate le mummie di questi animali, per esempio a Bubastis e a Saqqara. Le analisi condotte in laboratorio hanno però dimostrato che spesso queste mummie contenevano “frattaglie” di diversi animali. Quella in mostra, però, contiene davvero un micio! A sigillo dell’esposizione gli organizzatori hanno collocato un cippo con una stele di epoca tolemaica sulla quale i geroglifici descrivono formule magiche per proteggerei i fedeli da serpenti e scorpioni, pericolo quotidiano anche in epoca tolemaica, quando fu realizzato. Il catalogo a corredo è riccamente illustrato, nonostante sia molto snello (poco più di 100 pagine); purtroppo però è disponibile soltanto in tedesco.

IL MISTERO DELL’ALBUM RITROVATO IN MOSTRA A BOLOGNA

Due viaggiatori anonimi, un tour di fine secolo narrato in duecento foto di grandi autori: al Museo civico medievale di Bologna in mostra “Memoires d’Egypte”, fino al 7 novembre. Un’esposizione che pretende lentezza nell’osservazione

di MICHELE SMARGIASSI per Repubblica.it

Muto e seducente come la Sfinge il mistero dell'album ritrovato -   Foto

Forse i fotografi amarono tanto l’Egitto perché la fotografia è una Sfinge. Ci pone domande ma non ci rivela mai le risposte. Provate a interrogare l’album misterioso che da oggi sarà il protagonista di una curiosa, affascinante mostra al Museo civico medievale (Memoires d’Egypte, fino al 7 novembre): non vi svelerà quasi nulla di sé. Ci ha già provato il curatore, Antonio Ferri, giornalista, appassionato di fotografia dell’Ottocento, fin da quando lo scovò (e lo acquistò a caro prezzo) da un antiquario modenese. L’album rispose laconico: mi confezionò nel 1895 un noto rilegatore veneziano, Vittorio De Toldo (firma e data sulla copertina), raccolgo duecento stampe fotografiche raccolte nel corso di un classico viaggio da Grand Tour lungo il Nilo. Raccolte da chi? Non si sa. C’è un monogramma elegante sulla copertina, “CR” sormontato da una corona nobiliare: un viaggiatore aristocratico o solo vanaglorioso? Chissà. Forse due viaggiatori, se l’ultima immagine dell’album è una firma: sarebbero quei due signori in abiti occidentali, uno giovane l’altro attempato (padre e figlio? Due amici? Maestro e discepolo?), in groppa ai cammelli davanti al più classico degli scenari egiziani, sfinge e piramidi. Ma qui l’album si ferma, muto come un oracolo muto.Parlano le immagini. Splendide come sapevano esserlo solo le “lente” fotografie di fine Ottocento, impresse su grandi lastre al collodio e stampate su carta albuminata. Molte sono firmate, loro sì: da fotografi illustri. Il francese Félix Bonfils, attivo a Beirut, imprenditore dell’immagine turistica del Vicino Oriente. Altri due meno noti ma eccellenti professionisti europei, Gabriel Lekegian e Andreas D. Reiser. E il nostro grande Antonio Beato, il fotografo di Luxor a cui la città dell’Alto Nilo ha dedicato una strada e presto (su progetto dei bolognesi dell’associazione Bolognamondo) il primo museo egiziano di Archeo-fotografia.

Acquistate dei due anonimi viaggiatori ad ogni tappa del loro itinerario, disposte in sequenza da nord a sud per ricostruire le scoperte del tour, queste duecento immagini (cinquanta riprodotte in gigantografia) andrebbero sfogliate con ordine e lentezza per rivivere le emozioni di chi, evidentemente, a loro affidò la memoria di quell’esperienza. Monumenti avvolti dalla patina dei secoli ma anche scene di strada, modernità coloniale e archeologia, e naturalmente esotismo a fiumi, bellezze e “tipi”, nell’assortito patchwork ideologico di idee immagini e stereotipi costruiti dall’Occidente sull’Oriente che Edward Said ha chiamato Orientalismo. Questo album ci dà l’occasione rara di vedere l’Orientalismo in azione, operativo, vivo. Non sappiamo chi lo volle mostrare così, ma attraverso i suoi occhi ritroviamo il colore di quell’idea astratta e immaginaria che i nostri nonni chiamavano Egitto.

Clicca qui per visionare 16 splendide immagini storiche sull’Egitto del 1895

 

Museo Civico Medievale

Via Alessandro Manzoni, 4
40121 – Bologna (BO)
telefono: 051203930

L’ANTICO EGITTO AD AREZZO FINO AL 30 APRILE

Ad Arezzo è stata inaugurata una importante mostra sulla civiltà egizia. Viene esposto il corredo quasi completo di Tjesraperet, nutrice di una principessa, figlia del faraone della XXV dinastia Taharqa, conservato nel Museo Egizio di Firenze.
L’appellativo di “nutrice” non tragga in inganno: accompagnato da quello di Signora della Casa designava una figura di alto livello sociale, legata all’ambiente di corte. L’uomo con lei sepolto, di nome Gedkhonsuefanekh, probabilmente il marito, apparteneva d’altronde al clero tebano.

Dal 25 settembre al 30 aprile 2011 presso il Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” di via Margaritone 10 ad Arezzo.

Vengono messi in evidenza tre aspetti della civiltà dell’antico Egitto: il periodo storico della XXV dinastia dei cosiddetti “faraoni neri“, soprattutto dal punto di vista artistico, le usanze funerarie e la cura della bellezza. La XXV dinastia è stata molto spesso considerata come nient’altro che l’ultima fase del Terzo Periodo Intermedio, il momento storico di crisi che segue la grandezza del Nuovo Regno, prima di una rinascita dell’Egitto con l’avvento della XXVI dinastia.

In realtà la dominazione della valle del Nilo da parte dei “faraoni neri” fu un periodo di grandi cambiamenti storici e artistici. Durante la storia millenaria dell’antico Egitto, infatti, la regione chiamata Nubia, a sud di Assuan, fu in alcuni periodi indipendente, in altri soggetta al dominio dei faraoni. Con la XXV dinastia si ebbe al contrario la conquista dell’Egitto da parte dei re nubiani, detti “faraoni neri”. Tra questi, nel 690 a.C. salì al trono Taharqa, che si trovò a dover contrastare il tentativo di conquista dell’Egitto da parte degli assiri. Il lungo regno di Taharqa, durato 26 anni, fu il periodo più brillante della dinastia dei “faraoni neri”. Il figlio di Taharqa, Tanutamon, tentò di riconquistare il nord dell’Egitto rimasto sotto il controllo assiro, ma fu respinto in Nubia dal re Assurbanipal, che nel 664 a.C. mise a sacco la città di Tebe. Assurbanipal, prima di ritirarsi in patria, affidò il governo dell’Egitto al principe di Sais Psammetico I, che fondò la XXVI dinastia, restituendo l’indipendenza alla valle del Nilo.

Spiega la Soprintendente Silvia Vilucchi: “La mostra si articola in tre sezioni: la prima consiste nell’inquadramento storico-artistico del periodo della XXV dinastia, con una esemplificazione del ritorno al classico nell’arte faraonica, che in questo periodo riprende gli stili e le iconografie dell’Antico e del Medio Regno.
Il secondo gruppo di oggetti consiste nel corredo della nutrice con il suo straordinario sarcofago, la maschera funeraria e una esemplificazione dei reperti che facevano parte comunemente dei corredi funerari egizi. Il corredo di Tjesraperet, è stato portato al Museo Egizio di Firenze insieme al materiale raccolto in Egitto dalla spedizione franco-toscana del 1828-29. La tomba della nutrice, la cui esatta localizzazione è attualmente sconosciuta, fu scoperta nella necropoli di Tebe il 20 maggio 1829.
Nella terza sezione sono esposti oggetti da toilette, specchi, pettini, spilloni per i capelli, oggetti indispensabile per truccarsi e pettinarsi correlati a quelli trovati nella tomba della nutrice, approfondendo il discorso sulla cura della bellezza presso gli antichi egiziani. La cura del corpo ebbe sempre una notevole importanza: oltre al bagno, l’ungere il corpo con oli e balsami rappresentava una necessità per evitare screpolature e mantenere la pelle morbida ed elastica. I papiri medici riportano numerose ricette per la cura della pelle e per migliorare l’aspetto fisico. Trucchi, essenze aromatiche e profumi, usati sia da uomini sia da donne, davano il tocco finale”.

Purtroppo per questa interessante mostra, non sono rintracciabili foto sul web, a parte quella pubblicata che è più uno spot dei politici di turno che altro! 😦

L’EGITTO A COMO – F.BALLERINI E LA SUA EREDITA’

Tratto da ArcheoBlog

In occasione del centenario della morte di Francesco Ballerini il CEFB (Centro di Egittologia Francesco Ballerini) organizza sabato 9 ottobre 2010 una Giornata di Studi e una Mostra per promuovere la riscoperta non solo di un grande egittologo e orientalista italiano, ma anche di un importante cittadino comasco, poco conosciuto nella sua stessa città d’origine.

Francesco Ballerini, nato a Como nel 1877, subito dopo la laurea intraprende l’attività di insegnamento presso il ginnasio-liceo del “Collegio Gallio”. Nel 1902 inizia la collaborazione presso il Museo Egizio di Torino e fin da subito viene coinvolto nelle attività di ricerca sul campo promosse dal direttore Ernesto Schiaparelli: parteciperà a numerose missioni condotte in varie località dell’Egitto, fra cui si ricordano la Valle delle Regine, dove prese parte alla scoperta della tomba di Nefertari, e Deir el-Medina a Tebe (Luxor). L’importanza della sua attività scientifica viene riconosciuta nel 1905, quando S.M. il Re d’Italia lo nomina Cavaliere della Corona d’Italia. Nel 1910, tuttavia, una improvvisa malattia lo priva prematuramente della vita.

Gli interventi previsti per la Giornata di Studi, alla quale parteciperanno il dr. Christian Leblanc (CNRS – MAFTO, Mission archéologique française de Thèbes-Ouest), il dr. Beppe Moiso (ACME – Associazione Amici Collaboratori del Museo Egizio di Torino), la prof.ssa Patrizia Piacentini (Università degli Studi di Milano), il prof. Alessandro Roccati (Università degli Studi di Torino) e il dr. Angelo Sesana (CEFB – Centro di Egittologia Francesco Ballerini), permetteranno di ripercorrere le attività di Francesco Ballerini e le scoperte a cui diede un importante contributo, avvenute nel contesto della ricerca archeologica italiana in Egitto agli inizi del ‘900. Nella Mostra, che verrà inaugurata a conclusione della giornata, verranno esposti lettere e fotografie originali dello studioso.

Il CEFB è un’associazione di promozione culturale fondata nel 1993 dall’egittologo comasco Angelo Sesana e con sede presso il Collegio Gallio in Como. Fin dalla sua prima costituzione il CEFB opera attivamente per diffondere la conoscenza della civiltà egizia, e, dal 1997, conduce gli scavi sull’area del Tempio di Milioni di Anni di Amenhotep II (XVIII dinastia) a Luxor, la cui concessione è stata assegnata dalle autorità egiziane allo stesso Angelo Sesana.

L’evento è stato realizzato con il patrocinio della Regione Lombardia, della Provincia di Como e del Comune di Como, con la collaborazione e il contributo di Amici di Como e con il contributo di ANCE, BCC Alta Brianza Alzate Brianza, Intesa San Paolo, Lions Club Brianza Host.

GIORNATA DI STUDI

Data: Sabato 9 ottobre 2010

Orario: dalle ore 9.30 alle 16.00 circa

Sede: COLLEGIO GALLIO, Via T. Gallio, 1 – Como

MOSTRA

Data: Domenica 10 ottobre – Domenica 24 ottobre 2010

Orario: tutti i giorni, dalle ore 9.00 alle 18.00

Sede: COLLEGIO GALLIO, Via T. Gallio, 1 – Como

Ingresso libero

Per ulteriori informazioni:

CEFB – Centro di Egittologia Francesco Ballerini
c/o Collegio GALLIO – Via T. Gallio, 1 – 22100 COMO – ITALY
cell: 389 1798444 – Tel.: 02 468111 – Fax: 02 89079662 –
email: info@cefb.it
www.cefb.it

AREZZO: IL CORREDO DI UNA NUTRICE ALLA CORTE DEL FARAONE

Nell’ambito delle Giornate Europee del Patrimonio 2010, la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, nella collaborazione tra Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” di Arezzo e Museo Egizio di Firenze, dedica (prima volta ad Arezzo) una importante mostra sul tema della civiltà egizia, esponendo il corredo quasi completo di Tjesraperet, nutrice di una principessa, figlia del faraone della XXV dinastia Taharqa, conservato nel Museo Egizio di Firenze. L’appellativo di “nutrice” non tragga in inganno: accompagnato da quello di Signora della Casa designava una figura di alto livello sociale, legata all’ambiente di corte. L’uomo con lei sepolto, di nome Gedkhonsuefanekh, probabilmente il marito, apparteneva d’altronde al clero tebano.
Dal 25 settembre al 30 aprile 2011 presso il Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” di via Margaritone 10 ad Arezzo.
“Negli ultimi anni – tiene subito a sottolineare l’assessore alla cultura del Comune di Arezzo Camillo Brezzi – le ‘giornate del patrimonio’ hanno sollevato grande interesse e una degna cornice di pubblico. Anche quest’anno l’esposizione si presenta particolarmente stimolante ed è ospitata nella sede adeguata. Il museo archeologico è infatti il fulcro e l’inizio di un percorso all’insegna dell’archeologia che stiamo mettendo in piedi grazie anche alle iniziative degli ultimi anni: percorso di prestigio che prosegue con il caveau della banca Monte dei Paschi, il sottosagrato di San Francesco, i mosaici di Palazzo Lambardi di proprietà della famiglia Angiolini e, in futuro, speriamo, Piazzetta San Niccolò”.
Immagine Vengono messi in evidenza tre aspetti della civiltà dell’antico Egitto: il periodo storico della XXV dinastia dei cosiddetti “faraoni neri”, soprattutto dal punto di vista artistico, le usanze funerarie e la cura della bellezza. La XXV dinastia è stata molto spesso considerata come nient’altro che l’ultima fase del Terzo Periodo Intermedio, il momento storico di crisi che segue la grandezza del Nuovo Regno, prima di una rinascita dell’Egitto con l’avvento della XXVI dinastia. In realtà la dominazione della valle del Nilo da parte dei “faraoni neri” fu un periodo di grandi cambiamenti storici e artistici. Durante la storia millenaria dell’antico Egitto, infatti, la regione chiamata Nubia, a sud di Assuan, fu in alcuni periodi indipendente, in altri soggetta al dominio dei faraoni. Con la XXV dinastia si ebbe al contrario la conquista dell’Egitto da parte dei re nubiani, detti “faraoni neri”. Tra questi, nel 690 a.C. salì al trono Taharqa, che si trovò a dover contrastare il tentativo di conquista dell’Egitto da parte degli assiri. Il lungo regno di Taharqa, durato 26 anni, fu il periodo più brillante della dinastia dei “faraoni neri”. Il figlio di Taharqa, Tanutamon, tentò di riconquistare il nord dell’Egitto rimasto sotto il controllo assiro, ma fu respinto in Nubia dal re Assurbanipal, che nel 664 a.C. mise a sacco la città di Tebe. Assurbanipal, prima di ritirarsi in patria, affidò il governo dell’Egitto al principe di Sais Psammetico I, che fondò la XXVI dinastia, restituendo l’indipendenza alla valle del Nilo.
Spiega la Soprintendente Archeologia Silvia Vilucchi: “La mostra si articola in tre sezioni: la prima consiste nell’inquadramento storico-artistico del periodo della XXV dinastia, con una esemplificazione del ritorno al classico nell’arte faraonica, che in questo periodo riprende gli stili e le iconografie dell’Antico e del Medio Regno.
Il secondo gruppo di oggetti consiste nel corredo della nutrice con il suo straordinario sarcofago, la maschera funeraria e una esemplificazione dei reperti che facevano parte comunemente dei corredi funerari egizi. Il corredo di Tjesraperet, è stato portato al Museo Egizio di Firenze insieme al materiale raccolto in Egitto dalla spedizione franco-toscana del 1828-29. La tomba della nutrice, la cui esatta localizzazione è attualmente sconosciuta, fu scoperta nella necropoli di Tebe il 20 maggio 1829.
Immagine Nella terza sezione sono esposti oggetti da toilette, specchi, pettini, spilloni per i capelli, oggetti indispensabile per truccarsi e pettinarsi correlati a quelli trovati nella tomba della nutrice, approfondendo il discorso sulla cura della bellezza presso gli antichi egiziani. La cura del corpo ebbe sempre una notevole importanza: oltre al bagno, l’ungere il corpo con oli e balsami rappresentava una necessità per evitare screpolature e mantenere la pelle morbida ed elastica. I papiri medici riportano numerose ricette per la cura della pelle e per migliorare l’aspetto fisico. Trucchi, essenze aromatiche e profumi, usati sia da uomini sia da donne, davano il tocco finale”.
La mostra si realizza grazie alla gentile concessione di Aboca S.p.A., che ha messo a disposizione le vetrine e gli arredi, nonché alla collaborazione del Comune e della Provincia di Arezzo che hanno consentito l’edizione di una elegante brochure in italiano e in inglese, quale strumento di divulgazione.
Correlati all’evento, per l’anno scolastico 2010-2011, l’attività e i laboratori della Sezione Didattica della Fraternità dei Laici di Arezzo, distinti per fascia d’età, anche prescolare, rivolti alle scolaresche e a gruppi di famiglie.

MOSTRA FOTOGRAFICA SULL’EGITTO A BOLOGNA

Come ogni anno il Comune di Bologna accoglie l’invito del Ministero per i Beni e le Attività Culturali ed aderisce alle Giornate Europee del Patrimonio, proponendo per la prima volta una serie di iniziative a tema comune: L’eredità dell’Europa e del Vicino Oriente nei musei di Bologna.

Museo Civico Medievale: Mémoires d’Égypte … da un album fotografico del 1895. Foto di Beato, Bonfils, Lekegian, Reiser (fino al 7 novembre 2010)

Saranno esposte 50 gigantografie di originali realizzati alla fine del XIX secolo dai più noti fotografi che hanno operato in Egitto. Particolarmente importante il nucleo di fotografie “archeologiche” dell’italiano Antonio Beato, noto in tutto il mondo come “il fotografo dei Faraoni”, che svolse la sua attività a Luxor, dal 1860 al 1905. Le foto che appariranno in mostra sono state tratte da un Album rilegato da Vittorio De Toldo di Venezia, e realizzato con grande cura e attenzione, nella scelta delle immagini, da nobili italiani che parteciparono nel 1895 ad un Grand Tour. L’Album, una vera e propria rarità, sarà esposto insieme ad altre fotografie, montate su cartone, sempre dello stesso periodo. Mostra a cura di Antonio Ferri con la collaborazione scientifica di Claudio Busi, Italo Zannier.

Museo Civico Medievale

Via Alessandro Manzoni, 4
40121 – Bologna (BO)
telefono: 051203930

EGITTO MAI VISTO APPRODA A FORLI’ DALL’11 SETTEMBRE

Dopo aver toccato nei mesi scorsi il Castello del Buonconsiglio (Trento) ed essere approdata a Reggio Calabria, arriva a Forlì, presso il Complesso San Domenico, l’esposizione dei 400 straordinari reperti datati intorno al 2000 a.C. e scoperti dal grande egittologo Ernesto Schiaparelli nelle necropoli di Assiut e Gebelein, conservati per un secolo nei depositi del Museo Egizio di Torino.

La mostra Egitto mai visto sarà visitabile dal 11 settembre 2010 al 9 gennaio 2011

Oggi, a distanza di quasi 100 anni, dopo un accurato lavoro di studio e di restauro, è finalmente possibile per tutti rivivere l’esperienza e le emozioni di quelle straordinarie scoperte, effettuate fra il 1908 e il 1920 dalla Missione Archeologica Italiana.

L’esposizione ruota intorno ad uno straordinario nucleo di dodici sarcofagi a cassa in legno stuccato e dipinto con iscrizioni che tramandano formule d’offerta e rituali funerari magico-religiosi. In molti casi, grazie alla lettura dei geroglifici, è possibile svelare i nomi di questi uomini e donne appartenuti alla classe media, amministratori e piccoli proprietari terrieri, vissuti nel Medio Egitto intorno al 2000 a.C.

I sarcofagi, alcuni dei quali contengono ancora la mummia, sono arricchiti da tutti gli elementi del corredo funerario che accompagnavano il defunto e attraverso i quali oggi possiamo ricostruire le loro storie e quelle delle loro famiglie.

In questo blog abbiamo già parlato di questa mostra: se ti sei perso il post clicca qui

Oggi mi piace aggiungere delle informazioni aggiuntive nel caso tu decidessi di andare a visitare questa mostra.

Per prima cosa una curiosità: ecco da dove è stato ricavato il logo della mostra!!

Poi ti segnalo una soluzione particolare per il soggiorno.
Per gli ultimi scampoli di vacanza attorno a Forlì, il Grand Hotel Terme della Fratta rilancia le proposte benessere e di cure termali. Per un fine settimana lungo, di due notti e tre giorni, la struttura a cinque stelle del comune di Bertinoro ha ideato una proposta che si lega alla mostra “Egitto mai visto”, in programma dall’11 settembre ai musei di San Domenico di Forlì. Con una cifra di circa 299 euro si potrà visitare la rassegna, originale perché espone 400 reperti del 2000 avanti Cristo, custoditi dal museo di Torino, per diversi anni in un deposito, e risalenti alle ricerche di Ernesto Schiaparelli dei primi anni del Novecento. A conciliare cultura e benessere, il viaggio comprende la mostra e i trattamenti al Grand Hotel Terme della Fratta ispirati all’Oriente, con bagno romano, massaggi purificanti e inoltre saune, cascata di ghiaccio, piscine termali.

Infine ti segnalo che la zona del forlivese è ricca di spunti culturali.
Vale la pena di fare una gita nel forlivese anche per il richiamo della storia. Numerosi i ritrovamenti e le testimonianze delle popolazioni che hanno vissuto qui da 800 mila anni fa ai nostri giorni. Per gli amanti dell’archeologia viva, fra Tredozio e Rocca San Casciano, l’antica chiesa di Santa Maria in Castello conserva nel museo parrocchiale reperti ceramici dell’età del Bronzo. Nei pressi di Galeata, a Saetta, gli scavi hanno portato alla luce i resti di quella che si pensa essere la prestigiosa villa tardo-romana del re goto Teoderico, mentre nel borgo di Pianetto si trova il museo civico Mons. D. Mambrini che raccoglie testimonianze dall’età del bronzo al medioevo. Proprio in quella zona sono stati rinvenuti resti della città romana di Mevaniola. Scendendo più a valle, non dimentichiamo di far visita al Museo Civico Archeologico ospitato nella Rocca di Forlimpopoli.

Area archeologica: Galeata – Villa di Teoderico

Area archeologica: Pianetto di Galeata – Città romana di Mevaniola

Museo archeologico: Galeata – Museo Civico ‘Mons. Domenico Mambrini’

Museo archeologico: Forlimpopoli – Museo archeologico della Rocca

Museo archeologico: Santa Maria in Castello di Tredozio – Museo parrocchiale

A FORLI’ UNA MOSTRA SULL’EGITTO: DAL 11 SETTEMBRE

Le dimore eterne di Assiut e Gebelein

Egitto mai visto, mostra allestita nel complesso dei Musei San Domenico, presenta circa 400 reperti, tutti provenienti dai depositi del Museo Egizio di Torino e da poco esposti al pubblico. Il percorso espositivo ruota intorno ad uno straordinario nucleo di sarcofagi a cassa in legno stuccato e dipinto con iscrizioni che tramandano formule d’offerta e rituali funerari magico-religiosi.

I sarcofagi, alcuni dei quali contengono ancora la mummia, sono arricchiti da tutti gli elementi del corredo funerario che accompagnavano il defunto e attraverso i quali oggi possiamo ricostruire le loro storie e quelle delle loro famiglie: vasi, poggiatesta, specchi, sandali, bastoni, archi e frecce, cassette in legno, modellini di animali, barche con equipaggi, modelli di attività agricole e artigianali.

Dopo un accurato lavoro di studio e di restauro, è finalmente possibile per tutti rivivere l’esperienza e le emozioni delle straordinarie scoperte fatte, tra il 1908 e il 1920, dal grande egittologo Ernesto Schiaparelli in una grande mostra già allestita nel Castello del Buonconsiglio a Trento e nella Villa Genoese Zerbi di Reggio Calabria e che ora arriva a Forlì.

Ernesto SchiapparelliNei primi anni del ‘900 Ernesto Schiaparelli (1856 – 1928) era il direttore del Museo Egizio di Torino e della Missione Archeologica Italiana, impegnata nelle campagne di scavo nella valle del Nilo. L’esplorazione scientifica era ormai subentrata alla ricerca dei collezionisti e stava portando alla luce nuovi contesti come quelli delle comunità neolitiche che avevano preceduto l’età delle piramidi. Erano impegnate in Egitto le maggiori potenze europee e gli Stati Uniti, ma uno straordinario apporto alle nuove scoperte scientifiche è dovuto proprio alla missione italiana, nonostante la scarsa dotazione di mezzi di cui disponeva nel contesto politico e sociale postunitario.

Nelle necropoli di Assiut e Gebelein la Missione aveva portato alla luce straordinarie sepolture, ricche di testimonianze della vita sociale e del contesto culturale di una provincia del Medio Egitto fra il 2100-1900 a.C.

Oggi a distanza di quasi 100 anni, dopo un accurato lavoro di studio e di restauro, è finalmente possibile per tutti rivivere l’esperienza e le emozioni di quelle straordinarie scoperte, effettuate fra il 1908 e il 1920 dalla Missione Archeologica Italiana.
Nella mostra sono finalmente esposti al pubblico quei materiali archeologici rimasti per molti anni nei depositi del Museo Egizio. Anche con l’ausilio di fotografie originali, possiamo tornare virtualmente nei due capoluoghi di provincia nell’Antico Egitto dove il deserto ha custodito per 4.000 anni i segreti della vita quotidiana e della vita nell’aldilà.

Mummia scoperta da Schiapparelli.L’esposizione ruota intorno ad uno straordinario nucleo di dodici sarcofagi a cassa in legno stuccato e dipinto con iscrizioni che tramandano formule d’offerta e rituali funerari magico-religiosi. In molti casi grazie alla lettura dei geroglifici è possibile svelare i nomi di questi uomini e donne appartenuti alla classe media, amministratori e piccoli proprietari terrieri, vissuti nel Medio Egitto intorno al 2000 a.C.

I sarcofagi, alcuni dei quali contengono ancora la mummia, sono arricchiti da tutti gli elementi del corredo funerario che accompagnavano il defunto e attraverso i quali oggi possiamo ricostruire le loro storie e quelle delle loro famiglie: vasi, poggiatesta, specchi, sandali, bastoni, archi e frecce, cassette in legno, modellini di animali, barche con equipaggi, modelli di attività agricole e artigianali. Dall’osservazione di tutti questi materiali emerge la sorprendente capacità degli artigiani egiziani nella lavorazione del legno, che fece di Assiut uno dei centri dove fu raggiunto il massimo livello di espressione artistica alla fine del Primo Periodo Intermedio.

Sono esposte circa 40 pareti di sarcofago con geroglifici incisi e dipinti e 10 stele recentemente restaurate, che svelano i segreti della scrittura geroglifica e permettono di conoscere le credenze funerarie e le principali divinità del pantheon egiziano.

Il progetto scientifico e la cura della mostra è dovuta ad Elvira D’Amicone e Massimiliana Pozzi Battaglia, della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo Antichità Egizie e della Società Cooperativa Archeologica. Il suggestivo allestimento è progettato da Costantin Charalabopoulos.

La visita in mostra può avvalersi di un articolato progetto didattico, curato da Giovanna Gotti e Federica Scatena, che comprende un ampio apparato di testi in mostra, la possibilità di visite guidate e laboratori progettati per le scuole e un servizio di audioguide per singoli visitatori.

LA FERRARI DI TUTHANKAMON: IL FARAONE MORI’ A CAUSA DI UN INCIDENTE??

Gli americani impazziscono in fila per vedere il cocchio di Tutankamon, appena sbarcato dall’Egitto. Ho già parlato nei giorni scorsi della mostra in pieno svolgimento a New York “Tuthankhamon e l’età d’oro dei faraoni” già ribattezzata dagli americani semplicemente TUT!
Certo, l’entusiasmo americano a volte imbarazza, soprattutto confrontato con l’indifferenza che generalmente abbiamo noi italiani nei confronti delle antichità. Arrivano da tutto il mondo per vedere i nostri capolavori e noi ci passiamo accanto quotidianamente strombazzando senza degnarli di uno sguardo. Se gli americani avessero un centesimo delle opere che abbiamo in Italia riuscirebbero a basare la loro economia sul turismo!!!!
Io per primo mi vergogno di ammettere di essere un milanese che mai ha trovato mezza giornata per ammirare L’Ultima Cena di Leonardo! E quando saltuariamente leggo di Giapponesi, di Australiani e di Americani che attraversano il mondo per poter ammirare ciò che io ho a disposizione tutti i giorni mi vergogno un po! 😦
In Italia abbiamo il 60% del patrimonio artistico mondiale, potremmo veramente campare tutti quanti con una sana politica turistica! Ma siamo italiani, quindi non lamentiamoci, si dice che ogni popolo ha il governo che si merita! E sono d’accordo su questa affermazione, purtroppo per noi verissima!

Ma non volevo tediarvi con le mie opinioni personali!

Volevo raccontarvi ancora del carro di Thuatankamon, attorno al quale ruota la mostra di New York!

Tutankhamon, il faraone che governò brevemente l’Egitto circa 3300 anni fa, percorreva il suo regno a bordo di un carro ad alta tecnologia, considerato la “Formula Uno” dell’antichità. Scoperto da Howard Carter tra il tesoro del faraone nel 1922, il carro fa parte di una coppia di carri ritrovati assieme ad altri tre, più leggeri e di uso quotidiano, e ad un sesto più piccolo, riccamente decorato.

“Erano le Ferrari dell’antichità” spiega Alberto Rovetta, professore di ingegneria robotica al Politecnico di Milano. “Avevano un design elegante ed una sorprendente moderna ed estremamente sofisticata tecnologia”.

Dei sei carri ritrovati, uno sta viaggiando per il mondo per l’esibizione “Tutankhamon and the Golden Age of the Pharaohs”, e si trova ora a New York, alla Discovery Times Square Exposition.

“La mia sensazione è che questo sia il carro di cui il re si servì per andare in guerra e a caccia. E’ più piccolo, più leggero, più veloce e privo di decorazioni. Una delle ruote è logora, l’altra più nuova. Non si sostituiscono dei pezzi se non si ha intenzione di riutilizzarli” spiega David Silverman, curatore dell’esibizione.

Il carro è normalmente esposto al museo di Luxor, e rappresenta il top raggiunto dai costruttori di carri egiziani al tempo di Tutankhamon. “Questi veicoli sembrano essere stati i primi sistemi meccanici a combinare l’uso della cinematica, della dinamica e della lubrificazione” spiega Rovetta.

Alcuni studi realizzati al Museo Egiziano hanno infatti dimostrato il legame tra forma e funzionalità del carri di Tutankhamon, analizzando il design di ruote, assi e giogo. “Le ruote sembrano dei pneumatici, realizzate con fasci di legno flessibile, che si adatta alle irregolarità del terreno. I sei raggi sono anch’essi in legno elastico, per assorbire uniformemente il carico trasmesso dalle irregolarità del suolo, in modo tale che le vibrazioni siano smorzate dalla ruota stessa, come delle sospensioni intelligenti” dice Rovetta.

Il risultato è un livello di comfort e “morbidezza” estremamente elevato. Anche a velocità di 40 km/h su terreno irregolare, il carro è efficiente e piacevole da guidare.
“I cuscinetti sono costruiti sfruttando il principio di materiale duro contro materiale morbido, e applicando grasso animale sulle superfici. Il grasso riduce la frizione, ed aumenta la durata” conclude Rovetta.

In uno studio sulla struttura dei carri, Bela Sandor, professore emerito di ingegneria fisica dell’ Università del Wisconsin, ha concluso che il veicolo era una macchina ad alte prestazioni, completa di sospensioni e assorbitori d’urto. Questa tecnologia potrebbe gettare luce sulla frattura alla gamba di Tutankhamon, che sembrerebbe essersi verificata poche ore prima la sua morte proprio per la caduta da un carro in corsa.

Tutankhamon infatti era affetto da malaria e da una malformazione al piede. “Se avesse guidato il carro con questi problemi, potrebbe non essere stato in grado di mantenersi stabile, e potrebbe essere caduto. Non fu un problema del carro. Di certo, la storia diventa affascinante quando si pensa che il carro fu introdotto in Egitto dagli Hyksos. Non ci volle molto perchè in Egitto, dopo due generazioni, si ottenessero i migliori carri del mondo” conclude Silverman.

VAI A NEW YORK MA AMI L’EGITTO?? NO PROBLEM

Per la prima volta un carro appartenuto al faraone Tutankhamon lascerà l’Egitto e arriverà domani a New York. Lo ha annunciato il ministro della cultura egiziana Faruk hosni, spiegando che il prezioso reperto proveniente dal museo di Luxor, sarà esposto nella mostra ‘Tutankhamon e l’età dell’oro dei faraoni’, che si e’ aperta ad aprile. Il carro è uno dei cinque scoperti dall’archeologo britannico Howard Carter nel 1922 nella tomba del giovane faraone. A causa delle particolari scheggiature presenti sul carro, e della leggerezza per consentirne un’elevata manovrabilità, si ritiene non fosse uno dei carri da guerra del faraone ma piuttosto un carro utilizzato per la caccia. Privo di particolari decorazioni, il carro verrà esposto a Times Square presso il centro Discovery Times Suqare, spazio espositivo del famoso canale televisivo Discovery Channel.

Nella nuova sala esposizioni di Times Square, la Discovery Times Square Exposition, osserva i tesori del faraone Tutankhamon e i personaggi che hanno regnato nell’antico Egitto più di 3000 anni fa. Potrai ammirare reperti della XVIII Dinastia e l’epoca d’oro dell’arte egiziana, ai tempo del regno di Tutankhamon e dei suoi antenati.

Questa ampia mostra si estende su 10 gallerie e include più di 130 manufatti straordinari provenienti dalla tomba di Tutankhamon e da altri siti egiziani. Sono esposti 50 oggetti funebri di Tutankhamon, tra cui il piccolo sarcofago canopico e la corona.

Apprenderai informazioni sulla straordinaria scoperta della tomba di Tutankhamon e sulle credenze e processi funerari dell’antico Egitto. Vedrai i risultati dell’ultima analisi scientifica condotta sulla mummia del faraone Tutankhamon e ciò che i ricercatori hanno scoperto sulla vita e sulla morte del sovrano.

DETTAGLI TECNICI:

Luogo:
Discovery
Times Square Exposition

Disponibilità:
Tutti i giorni dal 23 aprile 2010
fino al 2 gennaio 2011

Orario di apertura:
14.00 – 20.00; domenica – giovedì
14.00 – 21.00; venerdì e sabato

Durata:
Calcola 60 minuti

Ingresso:
Adulti 25 euro
Under 12 anni 18 euro
Under 3 anni gratis

Nella foto: L’enorme ricostruzione di una statua egizia con tanto di valigia, che a scopo promozionale circola su di una chiatta attorno all’isola di Manhattan per pubblicizzare la mostra

IN TOSCANA UNA MOSTRA SULL’EGITTO

Pitigliano: L’antico Egitto si sposta nella Città del Tufo grazie ad una mostra multimediale, organizzata dall’Associazione Archeofisica di Grosseto con il patrocinio del Comune di Pitigliano, dal titolo “Egitto, arte e mistero”.
L’esposizione sarà allestita, al numero 28 di via Cavour, negli ex Granai della Fortezza Orsini di Pitigliano. Sarà inaugurata il 16 luglio e chiuderà il 25. Ad ingresso libero è visitabile nei seguenti orari: dal lunedi al venerdi dalle 18,00 alle 20,00 e il sabato e la domenica dalle 10,30 alle 12,30 e dalle 18,00 alle 23,00.
Nell’ambito della mostra si svolgeranno anche due incontri, il primo si terrà sabato 18 luglio, alle 21,30,  e tratterà dei misteri dell’antico Egitto, mentre il secondo, che si terrà sabato 24 luglio, alle 21,30, affronterà il tema del simbolismo delle Piramidi.

CONTINUANO LE SCOPERTE NEL PALAZZO DI CLEOPATRA

La settimana scorsa, alcuni esploratori subacquei si sono immersi al largo dellle coste di Alessandria per studiare le rovine sommerse del palazzo e del complesso templare di Cleopatra, che ora si trova incastrato tra blocchi di calcare creatisi più di 1600 anni fa in seguito a terremoti e tsunami. Il team sta scavando accuratamente uno dei siti subacquei più ricchi del mondo, recuperando meravigliosi manufatti appartenuti all’ultima dinastia che regnò sull’antico Egitto prima dell’annessione a Roma, avvenuta nel 30 a.C.

Usando una tecnologia avanzata, la squadra di esploratori sta esaminando gli antichi Quartieri Reali di Alessandria, incassati in profondità nei pressi del porto; i dati confermano l’accuratezza delle descrizioni della città lasciate più di 2000 anni fa da geografi e storici greci.

Fin dall’inizio degli anni ‘90, gli esami topografici hanno permesso al team, guidato dall’archeologo subacqueo francese Franck Goddio, di superare il problema della scarsa visibilità delle acque del porto e di scavare sotto il fondale. Gli oggetti scoperti vanno da monete e oggetti di uso quotidiano a enormi statue in granito di sovrani d’Egitto e templi dedicati ai loro dèi.

“E’ un sito unico al mondo,” dice Goddio, che ha passato 20 anni a cercare relitti e città perdute sotto il mare.

I ritrovamenti provenienti dalla costa egiziana saranno esposti al Philadelphia’s Franklin Institute dal 5 giugno al 2 gennaio in una mostra intitolata “Cleopatra: alla ricerca dell’ultima regina d’Egitto”. La mostra sarà ospitata da numerose altre città nord-americane.

A differenza di molti siti archeologici distrutti dalla mano dell’uomo, i Quartieri Reali di Alessandria – porti, un promontorio e isole piene di templi, palazzi e avamposti militari – semplicemente scivolarono nel mare in seguito a devastanti terremoti nel IV e nell’VIII secolo. La squadra di Goddio l’ha scoperto nel 1996. Molti dei suoi tesori sono completamente intatti, avvolti nei sedimenti che li hanno protetti dall’acqua salata del mare. “E’ proprio come era al momento dell’affondamento,” ha affermato Ashraf Abdel-Raouf del Consiglio Supremo delle Antichità egiziane, che fa parte della squadra di ricerca.

Nel palazzo esplorato martedì, Cleopatra sedusse il generale romano Marco Antonio prima di suicidarsi in seguito alla sconfitta contro Ottaviano, il futuro imperatore romano Augusto. Le immersioni hanno permesso a Goddio e alla sua squadra di studiare alcuni momenti chiave della vita drammatica della coppia, compreso il Timonium, commissionato da Antonio dopo la sua sconfitta per avere un posto dove ritirarsi dal mondo, ma si uccise prima che fosse completato.

E’ stata anche ritrovata la testa di una statua colossale che si ritiene essere quella di Cesarione, figlio di Cleopatra e di Giulio Cesare, e due sfingi, una delle quali rappresentante forse il padre di Cleopatra, Tolomeo XII.

Gli esploratori hanno fotografato una sezione di fondale eliminando i sedimenti con un potente apparecchio di aspirazione. Hanno fotografato rovine di un tempio dedicato a Iside e collocato vicino al palazzo di Cleopatra sull’isola sommersa di Antirodi.

Tra i grandi blocchi di calcare caduti nel quarto secolo c’era anche un enorme blocco di quarzo con un incisione rappresentante un faraone, Seti I padre di Ramses II. “Abbiamo trovato molti oggetti appartenuti ai faraoni, che furono portati da Eliopoli, l’odierna Cairo. Quindi, i sovrani tolemaici riutilizzarono oggetti tolemaici per costruire i loro edifici”, dice Abdel-Raouf.

Tra gli oggetti esposti sul ponte della barca, c’erano ceramiche importate e copie locali, la statuetta di un faraone, vasi rituali bronzei, amuleti poco più grandi di un’unghia, e piccoli vasi in piombo gettati in mare oppure sepolti nel terreno da parte dei poveri in segno di devozione verso gli dèi.

Il porto orientale di Alessandria fu abbandonato dopo un altro terremoto, nell’VIII secolo, e fu lasciato intatto come baia aperta, eccetto per alcuni frangiflutti del XX secolo, mentre la costruzione del moderno porto proseguì presso il porto occidentale. In questo modo, l’antico Portus Magnus (Grande Porto) rimase indisturbato nelle profondità del mare.

Che filmato straordinario! Il sogno di ogni sub!!!

PISA: MOSTRA FILATELICA SULL’ANTICO EGITTO

Sabato 26 giugno alle ore 11.00, nella Sala storica della Biblioteca Universitaria di Pisa verrà inaugurata una Mostra filatelica dal titolo “Immagini dell’Antico Egitto” a cura della Biblioteca e del Circolo Filatelico Numismatico Iconografico Pisano, con la collaborazione dell’ Archeoclub di Pisa.

Dopo i saluti introduttivi sarà tenuta una relazione su “L’Egitto e Ippolito Rosellini”.
La Mostra resterà aperta dal 28 giugno al 3 luglio con orario 9-13.
Saranno esposti anche disegni originali della spedizione in Egitto di Ippolito Rosellini e, grazie alla cortese collaborazione della Fondazione Cerratelli, un prezioso costume di scena per Cleopatra, creato da Gino Carlo Sensani e indossato da Maria Carbone nell’Opera “Antonio e Cleopatra” per il IV Maggio Musicale Fiorentino del 1938.


EGITTO MAI VISTO A REGGIO CALABRIA FINO AL 18 LUGLIO

Superati i 20 mila visitatori, la mostra Egitto mai visto ha riscosso uno straordinario successo di pubblico per la città di Reggio Calabria. Un risultato positivo confermato anche dalla presenza dei giovani e dalla grande affluenza delle scuole nel periodo primaverile.
A grande richiesta, quindi, la mostra non chiuderà i battenti domenica 20 giugno come previsto, ma è prorogata fino al 18 luglio, per animare anche il periodo estivo di Reggio Calabria.
La mostra svela i segreti sconosciuti delle necropoli di Assiut e Gebelein. Quattrocento straordinari reperti datati al 2000 a. C. scoperti all’inizio del ‘900 dal grande egittologo e filantropo Ernesto Schiaparelli e chiusi per un secolo nei depositi del Museo Egizio di Torino.
L’esposizione ruota intorno ad uno straordinario nucleo di dodici sarcofagi a cassa in legno stuccato e dipinto con iscrizioni che tramandano formule d’offerta e rituali funerari magico-religiosi. In molti casi grazie alla lettura dei geroglifici è possibile svelare i nomi di questi uomini e donne appartenuti alla classe media, amministratori e piccoli proprietari terrieri, vissuti nel Medio Egitto intorno al 2.000 a.C.
I sarcofagi, alcuni dei quali contengono ancora la mummia, sono arricchiti da tutti gli elementi del corredo funerario che accompagnavano il defunto e attraverso i quali oggi possiamo ricostruire le loro storie e quelle delle loro famiglie: vasi, poggiatesta, specchi, sandali, bastoni, archi e frecce, cassette in legno, modellini di animali, barche con equipaggi, modelli di attività agricole e artigianali. Dall’osservazione di tutti questi materiali emerge la sorprendente capacità degli artigiani egiziani nella lavorazione del legno, che fece di Assiut uno dei centri dove fu raggiunto il massimo livello di espressione artistica alla fine del Primo Periodo Intermedio.
Per la prima volta sono esposte circa 40 pareti di sarcofago con geroglifici incisi e dipinti e 10 stele recentemente restaurate, che svelano i segreti della scrittura geroglifica e permettono di conoscere le credenze funerarie e le principali divinità del pantheon egiziano.
Il progetto scientifico e la curatela della mostra è dovuta a Elvira D’Amicone e Massimiliana Pozzi Battaglia, della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte e del Museo Antichità Egizie e della Società Cooperativa Archeologica.
L’allestimento della mostra, progettato da Costantin Charalabopoulos e arricchito da una suggestiva ricostruzione della necropoli e da un interessante documentario etnografico sui siti, si sviluppa sui due piani della Villa Genoese Zerbi con una successione di ambienti di grande qualità espositiva.
La visita in mostra può avvalersi di un articolato progetto didattico, curato da Giovanna Gotti e Federica Scatena, che comprende un ampio apparato di testi in mostra, la possibilità di visite guidate e laboratori per le scuole e un servizio di audioguide per singoli visitatori.

ORVIETO: ALLA SCOPERTA DELL’ANTICO EGITTO

Con la mostra-laboratorio “Alla scoperta dell’Antico Egitto. Giochi, tuniche, parrucche e trucchi al tempo dei faraoni” (Palazzo Faina, 15 aprile – 25 luglio 2010) si apre una serie d’iniziative dedicate alla civiltà dei faraoni che si svilupperà su due anni per iniziativa della Fondazione per il Museo “Claudio Faina” e della Fondazione Cassa di Risparmio di Orvieto.

La mostra-laboratorio offre la possibilità di vedere da vicino oggetti che sono riproduzioni fedelissime di reperti conservati in importanti musei egizi del mondo. Queste opere riprodotte da un artigiano su commissione delle stesse istituzioni museali e che ha avuto quindi la possibilità di vedere da vicino gli originali per riprodurne con esattezza materiali, colori e misure, favoriscono un approccio diretto all’oggetto che può essere guardato da vicino e toccato.

L’attività didattica che ne segue coglie nel segno di quella che  è una finalità fondamentale dell’istituzione museale, infatti mentre il compito della scuola è quello di dare esaurienti e aggiornati quadri di sintesi, la didattica museale non deve offrire “certezze date”, ma trasmettere la complessità insegnando ad osservare con attenzione i particolari e ad interrogarsi sui contesti contribuendo a comprendere il grande lavoro di ricerca e le molte sfumature che stanno dietro le sintesi proposte nei libri.

In occasione di questa mostra-laboratorio verranno inoltre esposti quattro ushabti, statuette funerarie egizie, e alcune collanine che provengono da scavi ottocenteschi nel territorio

A REGGIO CALABRIA “EGITTO MAI VISTO” fino al 20 giugno

Seconda tappa per la mostra «Egitto mai visto. Le dimore eterne di Assiut e Gebelein» che, dopo l’apertura a Trento al Castello del Buonconsiglio, si è trasferita a Reggio Calabria nella Villa Genoese Zerbi fino al 20 giugno. A cura di Elvira D’Amicone e Massimiliana Pozzi Battaglia con l’organizzazione di Civita, la rassegna è incentrata sui ritrovamenti della missione italiana guidata da Ernesto Schiaparelli ad Assiut e a Gebelein nei primi anni del Novecento. Circa 400 reperti, provenienti dai depositi del Museo Egizio di Torino e finora mai esposti, tra i quali si segnala il gruppo dei dodici sarcofagi a cassa in legno stuccato e dipinto con l’iscrizione di formule magiche e rituali funebri.

A oltre cento anni dalle scoperte, saranno presentate al pubblico due sorprendenti collezioni provenienti dall’antico Egitto.
All’importante raccolta egizia conservata fino ad oggi nei depositi del Castello del Buonconsiglio di Trento, verranno infatti affiancate straordinarie scoperte dovute agli scavi condotti da Ernesto Schiaparelli fra il 1905 e il 1920 nelle necropoli di Gebelein e Assiut, la mitica città dove, secondo la tradizione copta, trovò rifugio la Sacra Famiglia nella sua fuga in Egitto.

L’esposizione permetterà di ammirare oltre 800 affascinanti ritrovamenti mai visti che, insieme a suggestive ricostruzioni scenografiche, sveleranno segreti della vita quotidiana e dell’Aldilà nell’Antico Egitto. Sulle orme degli esploratori che fra l’Ottocento e gli inizi del Novecento portarono alla luce queste testimonianze di civiltà sepolte, rapiti dal loro fascino misterioso, i visitatori potranno rivivere l’emozione delle scoperte.
Usciranno dal Museo Egizio di Torino per la prima volta una straordinaria selezione di sarcofagi lignei stuccati e dipinti, accompagnati da corredi funerari costituiti da oggetti d’uso quotidiano, vasellame, vesti e modellini in legno giunti fino ai nostri giorni in uno stato di conservazione eccezionale. In mostra saranno pure presenti alcune mummie di Primo Periodo Intermedio e Medio Regno, una sepoltura in tronco e una in cesta. L’esposizione riveste una notevole rilevanza scientifica, poiché per la prima volta si affronta uno studio completo di questi materiali portati alla luce dalla importante Missione Archeologica Italiana.
Queste magnifiche testimonianze del passato saranno affiancate dalla sezione egizia del Castello del Buonconsiglio, donata a metà Ottocento dal trentino Taddeo Tonelli, ufficiale dell’impero austro-ungarico, colpito “dall’Egittomania” che in tutta Europa vedeva studiosi e avventurieri in gara per accaparrarsi preziosi “cimeli” da sfoggiare nei salotti della nobiltà. La raccolta comprende stele, maschere funerarie, monili, resti di mummie umane e animali, numerosi ushabty (modelli miniaturistici di servitori funerari il cui compito era quello di sostituire il defunto nelle attività dell’Aldilà) e centinaia di amuleti. Tra gli oggetti più curiosi spiccano una mummia di gatto di epoca tarda, animale sacro che simboleggia il calore benifico del sole, alcune statuette in legno delle divinità Nekhbet raffigurata con le sembianze di un avvoltoio, la divinità Uaget, rappresentata in forma di cobra e di Osiride, dio dell’oltretomba.
Nel percorso della mostra saranno allestiti la tenda e lo studio dell’archeologo, sarà ricostruita una tomba rupestre, il pozzo con il sarcofago e tutti i modellini che accompagnavano il defunto: barche con equipaggi, portatrici d’offerte, scene di lavori agricoli, offerte di alimenti e vasellame. Attraverso un’attenta scelta espositiva il visitatore sarà guidato alla lettura di alcuni geroglifici che sveleranno l’ascesa del culto di Osiride e la conseguente “democratizzazione” delle concezioni di accesso alla vita eterna, tipica di questa fase della cultura egizia.