SCOPERTA SENSAZIONALE: LE NUOVE SFINGI DI LUXOR

Dagli scavi in corso nell’antica Tebe tornano alla luce le statue di 12 sfingi e una strada che collegava il complesso templare al Nilo.

Farouk Hosny, ministro della Cultura egiziano, ha annunciato che il Supremo Consiglio per le Antichità Egizie (SCA) ha appena rinvenuto 12 nuove statue di sfingi risalenti al regno di Nectanebo I (380-362 a.C), faraone della XXX Dinastia. Le nuove statue sono state trovate nell’ultimo settore del Viale delle Sfingi.

Zahi Hawass, segretario generale dello SCA, ha dichiarato che la scoperta non è avvenuta lungo la strada, già conosciuta, nota cone Viale delle Sfingi, che collega i templi di Karnak e di Luxor, bensì al termine della nuova strada, appena scoperta, di Nectanebo I. 

Mansour Boraik, supervisore delle Antichità di Luxor, sottolinea che questa è la prima volta che si scopre una strada che va da est verso ovest, in direzione del Nilo.

L’elemento forse più interessante della scoperta, continua Hawass, è che i 20 metri finora riportati alla luce sono costruiti in calcare proveniente dalle cave di Gebel Silsila, a nord di Assuan, distante circa 150 chilometri da Luxor. la lunghezza complessiva della strada verso il Nilo è di circa 600 metri. 

È lungo questa strada, dice l’archeologo egiziano, che viaggiavano le sacre barche di Amon, re degli dei, quando una volta l’anno andava a visitare sua moglie Mut, al tempio di Luxor. Veniva anche utilizzata dal faraone per le processioni religiose.

È la prima volta che gli scavi archeologici confermano l’esistenza di questa strada, citata pealtro in molti testi antichi. Oltre le statue delle sfingi, che recano iscritto il nome di Nectanebo I, gli archeologi hanno riportato alla luce anche manufatti di epoca romana, come una pressa per l’olio e delle ceramiche. Gli scavi comunque sono ancora in corso.

Il Viale delle Sfingi di Luxor, recentemente restaurato e riaperto al pubblico. Durante i lavori di restauro sono state rinvenute 620 delle 1.300 sfingi che in origine costeggiavano il viale, e due statue del faraone Amenothep III.

AREZZO: IL CORREDO DI UNA NUTRICE ALLA CORTE DEL FARAONE

Nell’ambito delle Giornate Europee del Patrimonio 2010, la Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, nella collaborazione tra Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” di Arezzo e Museo Egizio di Firenze, dedica (prima volta ad Arezzo) una importante mostra sul tema della civiltà egizia, esponendo il corredo quasi completo di Tjesraperet, nutrice di una principessa, figlia del faraone della XXV dinastia Taharqa, conservato nel Museo Egizio di Firenze. L’appellativo di “nutrice” non tragga in inganno: accompagnato da quello di Signora della Casa designava una figura di alto livello sociale, legata all’ambiente di corte. L’uomo con lei sepolto, di nome Gedkhonsuefanekh, probabilmente il marito, apparteneva d’altronde al clero tebano.
Dal 25 settembre al 30 aprile 2011 presso il Museo Archeologico Nazionale “Gaio Cilnio Mecenate” di via Margaritone 10 ad Arezzo.
“Negli ultimi anni – tiene subito a sottolineare l’assessore alla cultura del Comune di Arezzo Camillo Brezzi – le ‘giornate del patrimonio’ hanno sollevato grande interesse e una degna cornice di pubblico. Anche quest’anno l’esposizione si presenta particolarmente stimolante ed è ospitata nella sede adeguata. Il museo archeologico è infatti il fulcro e l’inizio di un percorso all’insegna dell’archeologia che stiamo mettendo in piedi grazie anche alle iniziative degli ultimi anni: percorso di prestigio che prosegue con il caveau della banca Monte dei Paschi, il sottosagrato di San Francesco, i mosaici di Palazzo Lambardi di proprietà della famiglia Angiolini e, in futuro, speriamo, Piazzetta San Niccolò”.
Immagine Vengono messi in evidenza tre aspetti della civiltà dell’antico Egitto: il periodo storico della XXV dinastia dei cosiddetti “faraoni neri”, soprattutto dal punto di vista artistico, le usanze funerarie e la cura della bellezza. La XXV dinastia è stata molto spesso considerata come nient’altro che l’ultima fase del Terzo Periodo Intermedio, il momento storico di crisi che segue la grandezza del Nuovo Regno, prima di una rinascita dell’Egitto con l’avvento della XXVI dinastia. In realtà la dominazione della valle del Nilo da parte dei “faraoni neri” fu un periodo di grandi cambiamenti storici e artistici. Durante la storia millenaria dell’antico Egitto, infatti, la regione chiamata Nubia, a sud di Assuan, fu in alcuni periodi indipendente, in altri soggetta al dominio dei faraoni. Con la XXV dinastia si ebbe al contrario la conquista dell’Egitto da parte dei re nubiani, detti “faraoni neri”. Tra questi, nel 690 a.C. salì al trono Taharqa, che si trovò a dover contrastare il tentativo di conquista dell’Egitto da parte degli assiri. Il lungo regno di Taharqa, durato 26 anni, fu il periodo più brillante della dinastia dei “faraoni neri”. Il figlio di Taharqa, Tanutamon, tentò di riconquistare il nord dell’Egitto rimasto sotto il controllo assiro, ma fu respinto in Nubia dal re Assurbanipal, che nel 664 a.C. mise a sacco la città di Tebe. Assurbanipal, prima di ritirarsi in patria, affidò il governo dell’Egitto al principe di Sais Psammetico I, che fondò la XXVI dinastia, restituendo l’indipendenza alla valle del Nilo.
Spiega la Soprintendente Archeologia Silvia Vilucchi: “La mostra si articola in tre sezioni: la prima consiste nell’inquadramento storico-artistico del periodo della XXV dinastia, con una esemplificazione del ritorno al classico nell’arte faraonica, che in questo periodo riprende gli stili e le iconografie dell’Antico e del Medio Regno.
Il secondo gruppo di oggetti consiste nel corredo della nutrice con il suo straordinario sarcofago, la maschera funeraria e una esemplificazione dei reperti che facevano parte comunemente dei corredi funerari egizi. Il corredo di Tjesraperet, è stato portato al Museo Egizio di Firenze insieme al materiale raccolto in Egitto dalla spedizione franco-toscana del 1828-29. La tomba della nutrice, la cui esatta localizzazione è attualmente sconosciuta, fu scoperta nella necropoli di Tebe il 20 maggio 1829.
Immagine Nella terza sezione sono esposti oggetti da toilette, specchi, pettini, spilloni per i capelli, oggetti indispensabile per truccarsi e pettinarsi correlati a quelli trovati nella tomba della nutrice, approfondendo il discorso sulla cura della bellezza presso gli antichi egiziani. La cura del corpo ebbe sempre una notevole importanza: oltre al bagno, l’ungere il corpo con oli e balsami rappresentava una necessità per evitare screpolature e mantenere la pelle morbida ed elastica. I papiri medici riportano numerose ricette per la cura della pelle e per migliorare l’aspetto fisico. Trucchi, essenze aromatiche e profumi, usati sia da uomini sia da donne, davano il tocco finale”.
La mostra si realizza grazie alla gentile concessione di Aboca S.p.A., che ha messo a disposizione le vetrine e gli arredi, nonché alla collaborazione del Comune e della Provincia di Arezzo che hanno consentito l’edizione di una elegante brochure in italiano e in inglese, quale strumento di divulgazione.
Correlati all’evento, per l’anno scolastico 2010-2011, l’attività e i laboratori della Sezione Didattica della Fraternità dei Laici di Arezzo, distinti per fascia d’età, anche prescolare, rivolti alle scolaresche e a gruppi di famiglie.

ABU SIMBEL: UN TRASLOCO FARAONICO

Abu Simbel è una località situata sulle sponde del Nilo, nell’Egitto meridionale, a sud dell’odierna Assuan. Intorno al 1250 a.C. il faraone Ramesse II fece costruire diversi templi, tra cui due particolarmente importanti, scavati nella roccia. L’interno del tempio maggiore, dedicato alle divinità di Eliopoli, Menfi e Tebe (Ra, Ptah e Ammone), è profondo oltre 55 m ed è formato da una serie di ambienti e di camere che conducono al santuario.

Grazie all’orientamento del tempio, due volte all’anno i raggi del sole nascente penetrano a illuminare le statue degli dei Ra-Harakhty, Ramesse e Amon-Ra, lasciando in ombra quella di Ptah. Sulla facciata si ergono quattro statue colossali (di oltre 20 metri di altezza) che rappresentano Ramesse deificato. Tra i numerosi rilievi, una serie raffigura la battaglia tra egizi e ittiti a Kadesh; frequenti pure le iscrizioni, di notevole interesse storico, come quelle che mercenari greci incisero sulla base di due statue di Ramesse nel VI secolo a.C., annoverate tra i più antichi esempi di scrittura greca. Il tempio minore, dedicato alla regina Nefertari e alla dea Athor, presenta sulla facciata statue del faraone e della sua famiglia.

I templi, che si annoverano come i più importanti monumenti dell’antica Nubia, rimasero sconosciuti al mondo occidentale fino al 1812, quando furono scoperti dall’esploratore svizzero Johann Ludwig Burckhardt. Nel 1964 fu intrapreso un progetto internazionale per salvarli dall’inondazione del lago Nasser, il bacino che si sarebbe creato dalla diga di Assuan: con una colossale operazione archeologica e ingegneristica promossa dall’UNESCO, cui presero parte anche tecnici italiani.
I templi furono tagliati in blocchi e ricostruiti nel 1968 su un’altura a 64 metri sul livello del mare salvandoli in questo modo dall’inondazione

I TESORI SOMMERSI DI ALESSANDRIA D’EGITTO

Nel 1996 un gruppo di archeo-sub egiziani e francesi hanno scoperto nel porto di Alessandria di Egitto reperti risalenti al terzo secolo dopo Cristo, presumibilmente appartenenti alla mitica Alessandria. Si parla dei ritrovamenti archeologici più significati mai fatti, in grado probabilmente di far passare in secondo piano i ritrovamenti di Luxor!!

La città di Alessandria era considerato il faro della cultura del mondo antico, celebre per la sua biblioteca, il museo e l’enorme faro. Fondata nel 332 a.C. da Alessandro Magno (da cui prese il nome), divenne in breve tempo la più grande città del mondo conosciuto, colma di edifici di marmo e di colonnati paragonabili solo a quelli dell’antica Roma Imperiale.

Alessandria venne distrutta da terremoti avvenuti nel IV, nel XII e nel XIV secolo d.C.  che fecero crollare e sprofondare in mare la città.

Ora, a soli 6 metri dalla costa, il gruppo di archeosub ha scoperto che sul fondo giacciono migliaia di statue, di obelischi, di sfingi e di reperti in generale.

Sono stati individuati i resti del Palazzo di Cleopatra, mentre ancora si stanno cercando le tombe di Alessandro Magno, di Antonio e della stessa Cleopatra.

Purtroppo difficilmente si troveranno resti della famosa biblioteca che conteneva oltre 700.000 papiri, dato che venne distrutta da un incendio.

Ne si ritroveranno resti del faro, in quanto sembra che dopo il suo crollo, avvenuto nel 1307, gli enormi blocchi di pietra vennero riutilizzati per altre costruzioni. Pensate che questa costruzione, sorta sull’isola di Pharos da cui tutti i fari presero poi il nome, aveva al suo interno 300 stanze, la sua luce si poteva vedere da una distanza di 30 miglia (quasi 40 chilometri!!) e che per trovare un edificio in grado di superarlo in altezza si dovette aspettare la Tour Eiffel costruita alla fine del 1800!!!

Ad Alessandria oltre al termine faro, dobbiamo anche il termine museo. Il Museum (casa delle Muse) era un edificio in cui i sapienti dell’epoca si ritrovavano per discutere di cultura e di scienza. Oltre alla vite di Archimede che usiamo ancora oggi, in queste sale per la prima volta si parlò del fatto che la terra fosse rotonda, del fatto che la terra ruotava intorno al sole e non viceversa! Chissà dove sarebbe ora la nostra civiltà se Alessandria non fosse stata distrutta dai terremoti!

Il filmato che segue è composto da 4 parti di circa 10 minuti l’uno.
Al termine di ogni filmato apparirà automaticamente la finestra che ti consentirà di visionare la parte successiva
Ti ricordo che nel blog trovi anche un bellissimo filmato sul progetto del Museo Subacqueo di Alessandria. Per trovarlo digita Alessandria nel riquadro search in alto a destra

IL PRIMO MUSEO SUBACQUEO DEL MONDO

Ad arricchire il patrimonio artistico della città egiziana, nota per il resti del famoso Faro e per la Biblioteca Alessandrina, il mastodontico progetto di realizzare il primo museo sott’acqua del mondo.

Nell’antichità Alessandria è stata famosa per il suo faro, considerato una delle sette Meraviglie del Mondo: una delle realizzazioni più avanzate di quella che, allora, si poteva definire tecnologia. Alessandria d’Egitto è tra le città più popolose del paese, seconda per estensione dopo Il Cairo e principale porto egiziano. E’ stata la prima delle città omonime fondate da Alessandro Magno, risalente al 332 a.C., e non a caso se ne parla come “la porta d’Egitto sul Mar Mediterraneo”, con la costa lunga oltre 20 chilometri. L’atmosfera che vi si respira è più europea che araba, grazie agli storici caffè, alle viuzze che si intersecano e ai locali alla moda, e questo le conferisce un carattere vivace e cosmopolita.
La nuova Biblioteca Alessandrina sorge poco distante dall’antica sede dove, oltre duemila anni fa, il primo faraone greco d’Egitto, Tolomeo I, volle rappresentare il principale centro di raccolta di tutto il sapere dei più grandi studiosi e scienziati del mondo antico. Ad arricchire ulteriormente il patrimonio artistico e culturale della città, con la già citata Biblioteca Alessandrina, il nuovo Museo Nazionale, le catacombe di Shouqafa, la Colonna di Pompeo e le rovine del grande anfiteatro romano, ci sarà anche il primo museo subacqueo del mondo.
Pare infatti che l’Unesco stia sviluppando un progetto, insieme al Governo egiziano, per la realizzazione di un nuovo museo costruito in parte sopra e in parte sotto la superficie dell’acqua, il primo nel suo genere, al fine di far conoscere e rendere fruibile l’immenso patrimonio archeologico sommerso della Baia di Alessandria. Risalgono al 1911 i primi ritrovamenti sottomarini nella Baia, il che sta a significare che già da lungo tempo sono in corso processi di tutela dei siti archeologici, anche perché Alessandria è uno dei porti più antichi del mondo e l’intera zona conserva resti di primaria importanza, come quelli dell’Antico Faro, del Palazzo di Cleopatra e si dice che ci possa essere anche traccia della tomba di Alessandro Magno.
Un progetto del genere non è privo di sfide, tra cui la sicurezza dei visitatori sotto l’acqua e le limitazioni create dalla scarsa visibilità: ma osservare i resti archeologici direttamente sul fondale non solo è un’esperienza unica, ma rappresenta un importante progresso nell’allestimento di esposizioni del patrimonio culturale sottomarino. Chissà se, a completamento del mastodontico progetto che dovrebbe costare oltre 140 milioni di dollari e dare vita ad una costruzione unica al mondo fatta di tunnel e cunicoli, Alessandria d’Egitto non ritrovi i fasti del passato che l’hanno resa tanto celebre.

NEL SINAI TRAPPOLE PER CACCIARE DI 2300 ANNI FA

A circa metà del 1900, i piloti della RAF osservarono alcune linee composte da bassi muri di pietra sopra Israele, Giornania ed Egitto, e da allora non si è mai smesso di domandarsi che cosa fossero. Le ipotesi che sono state fatte sono molte, da errori di costruzione fino all’ipotesi simil-Nazca secondo la quale siano state realizzate per essere visibili da antichi astronauti.

Ma la spiegazione sembra essere arrivata, ed è molto più terrena (ed affascinante) di quanto le teorie più bizzarre abbiano mai ipotizzato: sono enormi trappole per animali.

Queste linee, composte da bassi muri di pietra, sono disposte secondo uno schema che le ha rese note come “kite lines”, linee ad aquilone, e formano catene lunghe anche 60 km. Lo studio effettuato su 16 linee nel Deserto del Sinai ha evidenziato come queste strutture compongano una complessa trappola per animali, che instrada le prede verso punti precisi in cui i cacciatori si piazzavano per abbatterle.

Le linee sembrano essere vecchie di circa 2300 anni, ma sembra siano state abbandonate e mai più utilizzate 2200 anni fa. “La ricerca mostra che la costruzione di queste kite lines era molto più sofisticata di quanto apparisse in precedenza, il loro utilizzo decisamente diverso di quanto pensavamo, e che la conoscenza degli antichi dell’etologia animale era più profonda ed intima di quanto si potesse pensare” sostiene Uzi Avner, della Ben-Gurion University-Eliat in Israele. “Non abbiamo alcun dubbio che le kite lines fossero utilizzare per cacciare”.

IL DVD ANTICO EGITTO – LE GRANDI SCOPERTE

Un’ora e mezza di full immersion nell’antico Egitto, fra piramidi e sfingi, tombe e tesori, a frugare con curiosità sempre maggiore fra tutte quelle scoperte che hanno permesso di riscrivere il mondo dei faraoni e capire i perchè di una civiltà millenaria affascinante e per certi versi ancora misteriosa. Tutto questo grazie a Antico Egitto – Le grandi scoperte, un DVD firmato Discovery Channel e distribuito da Cinehollywood.

E’ il più autorevole archeologo egiziano e sovrintendente alle antichità di tutto il Paese, ovvero Zahi Hawass in persona (che non a caso è il segretario generale del Consiglio Supremo delle antichità egizie), a guidare lo spettatore alla scoperta dei più importanti ritrovamenti, quelli maggiormente rappresentativi dell’eccezionalità della civiltà egizia. Ne vien fuori un elenco delle dieci più grandi scoperte sull’antico Egitto, che vengono però descritte con una precisa funzione, quella di comprendere l’influenza delle conoscenze di allora sul mondo moderno.

Si parte con La barca solare di Cheope e La cava dell’obelisco incompiuto, che fanno capire le incredibili tecniche di costruzione messe in pratica dagli antichi egizi. Le tombe delle operai delle piramidi, scoperte nella grande piramide di Giza, fanno invece riflettere sulla struttura sociale che prevedeva anche un tipo evoluto di assistenza per i lavoratori. Il tesoro di Tutankhamon e La Tomba di Seti I, invece, ci rivelano metodi di sepoltura e particolari concezioni dell’al di là, mentre La città dei costruttori di tombe dà un enorme contributo per capire la vita quotidiana della società di allora. Il tempio perduto di Akhmim ci porta nei meandri di un incredibile mondo sotterraneo, mentre Il grande tempio di Abu Simbel rivela il rapporto tra natura umana e divina. Si chiude con La grotta segreta delle mummie, che riesce a raccontare molto sulla politica di allora, e con la Valle delle mummie d’oro, indicatore preciso di un momento di fusione fra civiltà diverse.
Grazie a una sapeinte alternanza di immagini mozzafiato, interviste e rivelazioni interessanti, ne vien fuori un documentario riuscito, dal quale traspare l’imponente eredità che in moltissimi campi quella civiltà ha saputo trasmettere fino ai nostri giorni.

ALESSANDRIA, RINVENUTO IL TEMPIO DEDICATO ALLA DEA BASTET

Un team composto da archeologi egiziani ha rinvenuto nei pressi di Alessandria d’Egitto le rovine di un antico tempio dedicato alla dea egizia Bastet, divinità del culto solare raffigurata con il corpo di donna e la testa di gatto (venne rappresentata interamente con il corpo di gatto a partire dal 1000 a.C.).

La struttura del tempio, elevato durante il regno di Tolomeo III, il re che governò l’Egitto dal 246 al 222 a.C., occupa una superficie lunga una sessantina di metri e larga circa 15.
Vista la mancanza di molte pietre in punti particolari, gli archeologi ritengono che in epoche successive la costruzione doveva sicuramente aver subìto diverse distruzioni, per essere poi usata come riserva di materiale per nuove costruzioni.

Accanto alle rovine del tempio sono state rinvenute centinaia di statue databili all’epoca tolemaica, di cui molte raffigurano la dea Bastet.

NUOVE RIVELAZIONI SU TUTANKHAMON

Nuovi studi aiutano a far luce sul mistero del giovane faraone Tutankhamon, morto 3′300 anni fa ad appena 18 anni.

Due test del Dna ed esami eseguiti con la TAC in un laboratorio del Cairo sulla mummia del sovrano hanno permesso di svelare la gracilità della sua costituzione fisica e che contrariamente a quanto si pensa non era stato ucciso con un colpo inferto alla testa, ma era morto a causa della malaria, malattia resa ancor più grave da una necrosi ossea al piede sinistro che gli aveva provocato diverse fratture, limitando di molto la sua capacità di camminare.
Questa diagnosi viene anche confermata dal ritrovamento nella tomba di Tutankhamon di resti di piante che esistono ancora oggi e che sono note per le loro proprietà antipiretiche e antidolorifiche.

Dalle analisi i ricercatori sono anche riusciti a determinare con esattezza i genitori del giovane sovrano. Il padre di Tutankhamon era il faraone Akhenaton, mentre Nefertiti – moglie poi ripudiata di Akhenaton – era la madre.

I risultati sono stati pubblicati sulla rivista dell’Associazione dei medici americani “Jama”. Lo studio internazionale è stato coordinato dall’egittologo Zahi Hawass, segretario generale del Consiglio supremo per le antichità del Cairo.

L’EGITTO RICHIEDE LA STELE DI ROSETTA E IL BUSTO DI NEFERTITI

L’Egitto va all’offensiva e, al termine di una conferenza sui beni culturali tenutasi al Cairo, richiede a vari paesi del mondo la restituzione di alcune delle sue più preziose opere d’arte. Particolarmente sotto pressione il British Museum di Londra, a cui l’Egitto ha chiesto la celebre stele di Rosetta, e il Neues Museum di Berlino dove è esposto il busto di Nefertiti. Il potentissimo presidente del Consiglio supremo egiziano per i beni archeologici, Zahi Hawass, ha concluso ieri la due giorni di convegno presentando una lista di richieste a vari paesi, dal Messico alla Cina, dalla Gran Bretagna alla Germania. Nel suo discorso Hawass ha riconosciuto che in base al diritto internazionale non vi sono le basi per ottenere le restituzioni ma ha sottolineato che la “questione strettamente legale” è secondaria. La cosa essenziale, ha invece affermato, è che “simboli e icone di tale importanza dovrebbero essere ospitate nella loro madre patria”. Dal canto suo, scrive oggi il Telegraph, il British Museum al momento non ha ricevuto alcuna richiesta ufficiale dal governo egiziano. Una portavoce ha sottolineato che il consiglio di amministrazione “prenderà in considerazione la cosa se questa verrà formalizzata”. La convenzione internazionale sui beni culturali e il patrimonio artistico, che prevede anche il divieto del saccheggio delle opere d’arte del 1954, non ha valore retroattivo.

SCOPERTA UNA MUMMIA DI 2300 ANNI FA

Il Cairo, 12 apr. (Apcom) – Una squadra di archeologi egiziani ha rinvenuto in un antico sito a sud ovest del Cairo un sarcofago contenente la mummia di una donna risalente all’epoca greco-romana. Lo ha annunciato in un comunicato il Consiglio Supremo delle Antichità egiziane. Della lunghezza di un metro e in gesso, il sarcofago rappresenta una figura femminile con indosso abiti romani e contiene la mummia di una donna o di una giovane la cui morte risale a 2300 anni fa. Gli archeologi hanno riportato alla luce anche una placca in oro che rappresenta i quattro figli di Horus, il dio con la testa di falco oltre che dei recipienti in argilla e in vetro, sul sito dell’oasi di Bahariya, circa 300 chilometri a sud ovest del Cairo. Il sito, contenente 14 tombe, è stato scoperto nel corso di alcuni lavori per la costruzione di un centro per la gioventù. Sarà posto sotto il controllo del Consiglio Supremo delle Antichità. Nel 1996 gli archeologi avevano scoperto nello stesso sito una vasta zona di sepolture contenente centinaia di mummie. (con fonte Afp)