IL NILO: FONTE DI ACQUA O DI GROSSI PROBLEMI??

La prima guerra dell’acqua è già cominciata. Per ora la si combatte a suon di firme, boicottaggi, minacce, ritorsioni. Ma presto la contesa potrebbe tradursi in scontro sul campo, perché la posta in gioco è di quelle cui non si può rinunciare: ottantaquattro miliardi di metri cubi di acqua. Il Nilo, oggetto della contesa, dalle sorgenti al delta, attraversa sei stati dell’Africa dell’Est: Burundi, Ruanda, Tanzania, Uganda, Sudan ed Egitto, ma il suo bacino idrografico include porzioni della Repubblica Democratica del Congo, Kenia, Etiopia ed Eritrea.
Dieci anni di trattative non hanno ancora portato questi Paesi a un accordo condiviso per una spartizione equa delle risorse del Nilo. Accordo che tarda ad arrivare soprattutto per via della posizione assunta dall’Egitto che, da sempre, si aggrappa irremovibilmente ad un vecchio accordo coloniale, siglato nel 1929 con l’Inghilterra (emendato nel 1959). Allora crocevia dell’impero britannico e della rotta per l’India, l’Egitto si vide garantiti 55,5 miliardi di metri cubi di acqua, mentre al Sudan ne toccarono 18,5, e ancora oggi in virtù di quell’emendamento, i due Stati africani si accaparrano in totale circa l’87 per cento delle acque del fiume “eterno”. Situazione che i restanti paesi dell’Africa dell’Est non possono più accettare, soprattutto se si pensa che il Nilo, in Egitto ci arriva per ultimo.
Riuniti ad Entebbe  in Uganda, lo scorso maggio, Etiopia, Uganda, Tanzania e Ruanda, quattro tra le nazioni situate a monte del Nilo, hanno firmato il nuovo Nile River Cooperative Framework Agreement (Accordo quadro di cooperazione del Nilo). Un testo redatto da una commissione incaricata di gestire i progetti per la realizzazione di impianti di irrigazione lungo tutto il corso del fiume e subentrare all’Egitto che detiene il monopolio dal 1929. Il trattato riserva inoltre all’Egitto il diritto di veto su tutti i lavori a monte, suscettibili di ridurre la portata del fiume, che fornisce al Paese il 90 per cento del suo fabbisogno di acqua. “Il diritto storico del nostro Paese resta inalienabile” ha dichiarato il ministro degli affari esteri egiziano Ahmed Abdul Gheit rispondendo alle contestazioni in merito all’assenza dell’Egitto all’incontro di Entebbe, sottolineando le intenzioni del governo di ricorrere a qualunque mezzo pur di difenderlo.
La scorsa settimana  il primo ministro etiope, Meles Zenawi, ha lanciato durissime accuse all’Egitto reo, secondo l’Etiopia, di armare e finanziare i ribelli etiopi legati al nemico giurato eritreo. Il motivo sarebbe proprio il controllo del flusso delle acque del Nilo, ridotto moltissimo negli ultimi anni e indispensabile per l’economia egiziana.
La questione del controllo dei flussi delle acque del Nilo, per lo più trascurata dalla comunità internazionale, rischia invece di accendere le polveri in un’area molto vasta dell’Africa sub-sahariana. Il Sudan si è già schierato con l’Egitto mentre i cugini Sud Sudanesi sono a fianco di Etiopia e Uganda.
La questione non è di secondaria importanza alla vigilia di un referendum come quello che a gennaio 2011 vedrà il popolo del Sudan Meridionale decidere se attuare o meno la secessione da Khartoum. Un referendum dal risultato scontato, sempre che venga fatto. Il governo di Karthoum, infatti, cercherà in ogni modo di ostacolarlo; ma anche l’Egitto, per voce del suo ministro degli Esteri, Ahmed Abdul Gheit, ha già fatto sapere che “faremo tutto quanto in nostro potere per preservare l’unità del Sudan”. La secessione del Sud, infatti, oltre a creare un pericoloso precedente per l’Africa, significherebbe rimettere ulteriormente in discussione la distribuzione delle quote-acqua del Nilo.
di Mafalda Insigne
fonte Al-Ahram

LA CRISI DELL’ACQUA DEL NILO

E’ ancora guerra, seppur solo verbale, sulle acque del Nilo. Ieri il Primo Ministro etiope, Meles Zenawi, ha lanciato durissime accuse all’Egitto reo, secondo l’Etiopia, di armare e finanziare i ribelli etiopi legati (tra le altre cose) al nemico giurato eritreo. Il motivo sarebbe il controllo del flusso delle acque del Nilo, ridotto moltissimo negli ultimi anni e indispensabile per l’economia egiziana.

In una intervista alla Reuters il Primo Ministro Etiope ha detto che Il Cairo finanzia i gruppi ribelli legati all’Eritrea e all’estremismo islamico allo scopo di destabilizzare il Corno d’Africa. Il motivo, secondo Zenawi, sarebbe il controllo del flusso delle acque del Nilo. L’Etiopia negli ultimi anni ha costruito cinque grandi dighe lungo il corso del Nilo che attraversa il Paese e si appresta a costruirne un’altra di enormi dimensioni. Questo ha portato una drastica diminuzione del flusso delle acque verso l’Egitto, flusso dal quale dipende 85% dell’economia agricola egiziana.

L’Egitto pretende l’applicazione dell’accordo sul Nilo del 1929 il quale prevede un flusso di 55,5 miliardi di metri cubi l’anno verso la terra dei Faraoni di cui buona parte proveniente dall’Etiopia. La costruzione delle dige a monte e un nuovo accordo sottoscritto da Etiopia, Uganda, Tanzania, Rwanda e Kenya che limita il flusso di acqua verso l’Egitto tenendo conto anche dei recenti cambiamenti climatici, ha messo in difficoltà l’economia agricola egiziana. Da qui le proteste del Cairo nei confronti soprattutto di Etiopia e Uganda.

Immediate le reazioni egiziane alle accuse lanciate da Meles Zenawi. In un messaggio diffuso in serata, il portavoce del Ministero degli Esteri egiziano, Hossam Zaki, ha definito “deplorevoli” le parole del Primo Ministro etiope. “L’Egitto è saldamente su posizioni giuridiche e politiche per quanto riguarda la questione delle acque del Nilo e ha sempre sostenuto il dialogo e una soluzione politica” ha detto ancora Zaki. “Sostenere che l’Egitto finanzia e arma le milizie ribelli etiopi è del tutto falso”.

La questione del controllo dei flussi delle acque del Nilo, per lo più trascurata dalla comunità internazionale, rischia invece di accendere le polveri in un’area molto vasta dell’Africa Sub-sahariana. Il Sudan si è già schierato con l’Egitto mentre i cugini Sud Sudanesi sono a fianco di Etiopia e Uganda. La questione non è di secondaria importanza alla vigilia di un referendum importante come quello che a gennaio vedrà il popolo del Sudan Meridionale decidere se attuare o meno la secessione da Khartoum. L’Egitto, sul referendum, ha più volte interferito negli ultimi mesi arrivando a condizionare il comportamento della Lega Araba spingendola a schierarsi contro la secessione. Dal Cairo nelle ultime settimane sono partiti molti finanziamenti destinati a Hassan al-Turabi, fermo oppositore della secessione, finanziamenti che potrebbero (come in passato) finire nelle mani di gruppi ribelli operanti nel sud Sudan allo scopo di destabilizzare l’area (per esempio il Lord’s Resistence Army).

I dubbi di Meles Zenawi non sono quindi del tutto campati in aria. L’Egitto esercita effettivamente una grandissima pressione su quegli Stati che vorrebbero rivedere l’accordo sul Nilo del 1929 e per farlo usa qualsiasi mezzo. La Comunità Internazionale non può più rimanere alla finestra a guardare, deve intervenire e imporre una mediazione seria. Diversamente quella che ancora è solo una guerra di parole potrebbe trasformarsi in una guerra vera e propria.