PROFUMI E UNGUENTI NELL’ANTICO EGITTO

E’ noto che presso gli antichi Egiziani parti-colarmente stretta era la relazione tra la nettezza del corpo e quella dello spirito. Purificare il corpo equivaleva  a liberare lo spirito da ogni macchia, accattivandosi quindi la benevolenza degli dei. E’ per questo motivo che, secondo autorevoli studiosi del mondo egizio, sarebbe stato lo stesso dio  Toth a suggerire ai sacerdoti del suo culto le formule degli aromi più graditi agli dei, così come fece il dio Bes per quanto riguardava i cosmetici. Non è pertanto un caso, nè oggetto di meraviglia, se l’antico termine coniato per designare un profumo si incontrava sempre in una perifrasi che significava ” odore degli dei”, o se, i laboratori dove venivano lavorate le diverse sostanze odorose erano collocati all’interno di templi nei quali sono ancora scritti sulle pareti gli antichi ricettari.

Un’altra pratica, sicuramente connessa al culto e che richiedeva un’approfondita conoscenza delle tecniche di produzione e di distillazione delle essenze aromatiche, era quella dell’imbalsamazione delle salme. A tale proposito, per esempio, si ritiene che venissero preparati profumi appositi per ciascuna mummia, allo scopo non solo di caratterizzarla, ma anche di non smarrirne alcune parti durante il processo di imbalsamazione.

Uno straordinario porta unguenti in alabastro

Nei rituali religiosi, erano di norma utilizzati sette o dieci oli liturgici, i più famosi dei quali necessitavano di tempi di lavorazione molto lunghi, come per esempio ” l’unguento degli dei” veniva preparato in 93 giorni, oppure un olio di storace  in 180 giorni, oppure ancora l’Heken veniva preparato in 365 giorni, per un ricavato massimo di 400 gr di prodotto.

Se l’ambito sacro era certamente quello in cui gli oli e gli unguenti trovavano un largo impiego, ciò non escludeva anche un ampio uso profano, così come ci viene testimoniato da documenti scritti. Le suddette sostanze infatti, erano indispensabili per proteggere la pelle dal sole cocente o dal vento di sabbia, al punto che un loro mancato arrivo provocò un grandioso sciopero nel villaggio di Deir el-Medineh ai tempi di Ramesse III (1198-1167 a.C.), nonchè un’insurrezione delle truppe di Seti (1300 a.C. circa).

Ma quali erano gli aromi con cui gli antichi Egizi amavano cospargere il proprio corpo? In genere gli uomini e le donne delle piramidi predi-ligevano sostanze odorose molto forti, mescolate a grassi animali o ad oli di base, quali il “Balanos”, l’olio di oliva, l’olio di ricino, l’olio di rafano, l’olio di coloquintide e l’olio di sesamo. Di maggior pregio e raffinatezza erano il “Nenufar”, ottenuto con il loto dai fiori azzurri e molto apprezzato da Tutankamen; il “Qamdi”, ricavato dai gigli; il “Kuphty” di cui si fa menzione in un papiro della piramide Cheope e relativamente al quale Plutarco, elenca i 60 elementi che lo compongono. Il prodotto più a buon mercato era il “Chichi”, usato come protettivo solare e definito da Erodoto di “odore nauseabondo” in quanto preparato con olio di ricino.

Per quanto riguarda le tecniche estrattive in uso nei laboratori egiziani, possiamo individuarne tre tipologie:

  • enfleurage: cioè l’impregnazione di grasso, disposto a strati alterni con fiori o sostanze aromatiche che lo rendevano particolarmente odoroso

  • macerazione: cioè l’immersione di fiori in olio o grasso caldi

  • spremitura: che si ricollega ai processi di vinificazione

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